
Il terzo spin-off di The Big Bang Theory abbandona la sitcom per un Armageddon multiversale, ma il pilot non sa cosa vuole essere e, soprattutto, non fa ridere.
Era davvero necessario un terzo spin-off di The Big Bang Theory? La domanda accompagna Stuart Fails to Save the Universe fin dal suo annuncio e “Spoiler: Gary Dies”, almeno per il momento, non offre una risposta particolarmente convincente.
Dopo Young Sheldon e lo spin-off dello spin-off Georgie & Mandy’s First Marriage, Chuck Lorre torna a espandere il proprio universo televisivo affidandosi a Zak Penn e Bill Prady per quella che, sulla carta, è l’operazione più ambiziosa e assurda del franchise. Niente più appartamenti, cene da asporto e discussioni tra scienziati, ma un Armageddon multiversale generato da un congegno costruito da Sheldon, Leonard e Howard, capace di trasformare Pasadena in una realtà post-apocalittica popolata da falene gigantesche, zombie e versioni alternative dei personaggi conosciuti nella serie madre.
Una premessa che potrebbe persino essere divertente, se non fosse accompagnata da una sensazione difficile da ignorare: questa serie non sembra sapere esattamente cosa voglia essere. Viene presentata come una comedy, ma non fa ridere. Vorrebbe essere fantascienza, azione, avventura e distopia, ma nel pilot tutto si riduce a qualche creatura bizzarra, alcune mani che emergono dal terreno e una serie di dialoghi incapaci di trasformare l’assurdità del concept in vero intrattenimento.
Il risultato è un esordio che conferma tutte le perplessità iniziali. Non soltanto lo spin-off appare completamente non necessario, ma “Spoiler: Gary Dies” non riesce nemmeno a sfruttare quella libertà creativa che avrebbe potuto giustificarne l’esistenza.
UNO SPIN-OFF CHE NON SA COSA VUOLE ESSERE
Il punto di partenza è tanto semplice quanto volutamente folle. Un dispositivo quantistico costruito da Sheldon, Leonard e Howard ha alterato la realtà, generando universi paralleli e trasformando il mondo in una distopia post-apocalittica. Stuart Bloom si ritrova quindi investito della missione di riparare il congegno e salvare il multiverso insieme a Denise, Bert Kibbler e Barry Kripke.
Il contrasto tra la grandezza della missione e l’inadeguatezza dei suoi protagonisti dovrebbe rappresentare il principale motore comico dello show. Affidare la salvezza dell’universo a quattro personaggi che nella serie originale vivevano ai margini del racconto è, concettualmente, una buona battuta. Il problema è che una premessa comica non equivale automaticamente a una comedy riuscita.
“Spoiler: Gary Dies” accumula situazioni potenzialmente assurde, ma raramente riesce a trovare il tempo, il ritmo o la scrittura necessari per renderle davvero divertenti. Le falene giganti, i cadaveri, le mani degli zombie e il paesaggio devastato sono elementi visivi che suggeriscono una serie molto più folle di quella che arriva effettivamente sullo schermo. Il pilot mostra continuamente cose strane, ma quasi mai riesce a trasformare quella stranezza in una gag memorabile o in una sequenza d’azione realmente coinvolgente.
Ne deriva un prodotto bloccato in una terra di mezzo. Non possiede il ritmo e la precisione di una sitcom, non ha abbastanza azione per sostenere la componente avventurosa e non usa la fantascienza per sviluppare idee particolarmente interessanti. Il multiverso dovrebbe ampliare le possibilità narrative; qui sembra soltanto ampliare la confusione.
STUART NON PUÒ REGGERE L’UNIVERSO SULLE PROPRIE SPALLE
Il problema più evidente riguarda inevitabilmente Stuart Bloom. Kevin Sussman ha sempre interpretato con efficacia il proprietario del negozio di fumetti, trasformandolo in una presenza riconoscibile grazie al suo pessimismo, alla sua fragilità e alla costante incapacità di trovare un posto nel gruppo principale. Ma ciò che funziona in piccole dosi come elemento ricorrente non è necessariamente sufficiente per sostenere un’intera serie.
Stuart non è un protagonista abbastanza carismatico, tridimensionale o interessante da accentrare su di sé l’attenzione del pubblico. La responsabilità non ricade tanto su Sussman quanto su una scrittura che sembra confondere l’essere un perdente con l’avere una personalità capace di guidare una storia. Stuart subisce gli eventi, commenta ciò che accade e continua a essere la stessa figura dimessa già conosciuta in The Big Bang Theory, soltanto trasferita dentro un mondo più costoso e pieno di effetti visivi.
Il problema sarebbe meno grave in presenza di un ensemble in grado di compensarne i limiti. Ma nemmeno Denise, Bert Kibbler e Barry Kripke possiedono, almeno in questo pilot, la caratura richiesta. Erano personaggi secondari della serie madre e continuano a comportarsi come tali, anche dopo essere stati promossi al centro del racconto.
Denise dovrebbe rappresentare la componente più pragmatica del gruppo, Bert quella ingenuamente entusiasta e Kripke l’elemento imprevedibile. Tuttavia, nessuno di loro riesce a imporsi come un vero contrappeso narrativo. La serie ha trasformato quattro comprimari in protagonisti senza trasformarli prima in personaggi più complessi. Una decisione volutamente anticonvenzionale, forse, ma essere consapevoli di una scelta assurda non basta a renderla efficace.
IL FAN SERVICE DIVENTA SUBITO OSSIGENO
Di fronte a un gruppo di protagonisti tanto debole, Chuck Lorre, Zak Penn e Bill Prady ricorrono alla soluzione più prevedibile: riportare in scena i volti più amati di The Big Bang Theory. La premiere scomoda immediatamente Kunal Nayyar, che torna nei panni di una versione alternativa e post-apocalittica di Raj Koothrappali.
Il cameo produce inevitabilmente un minimo di curiosità. Rivedere Raj in un contesto completamente diverso ha un certo fascino, soprattutto per chi ha seguito dodici stagioni della serie originale. Ma la sua presenza evidenzia anche il problema strutturale dello show: il fan service non è un’aggiunta alla storia, sembra già essere il principale strumento utilizzato per tenerla in piedi.
La stessa impressione viene rafforzata dall’annuncio di altre apparizioni provenienti dalla serie madre, comprese versioni alternative di Penny e Bernadette. Il multiverso permette naturalmente di recuperare qualsiasi personaggio senza preoccuparsi troppo della continuità e offre agli attori la possibilità di interpretare variazioni più estreme dei loro ruoli. È una strategia che potrebbe persino diventare interessante, qualora venisse utilizzata per mettere in discussione ciò che il pubblico conosce di quei personaggi.
Nel pilot, però, il ritorno di Raj sembra soprattutto una necessaria iniezione di nostalgia. La serie sa di non poter contare soltanto su Stuart e sugli altri comprimari, quindi richiama immediatamente uno dei protagonisti storici per ricordare allo spettatore perché dovrebbe continuare a guardare. Quando un nuovo show ha già bisogno del passato per generare interesse nella sua prima puntata, qualche domanda è legittima.
UNA COMEDY CHE NON FA RIDERE È UN PROBLEMA
Al netto del multiverso, degli effetti speciali e dei ritorni nostalgici, rimane una questione molto più elementare: “Spoiler: Gary Dies” non fa ridere. Non poco, non in maniera discontinua: praticamente mai.
Una comedy può certamente contaminarsi con la fantascienza, la distopia, l’avventura e perfino con immagini più violente rispetto alla sitcom tradizionale. Il genere non deve rispettare una formula immutabile. Ma una serie che continua a definirsi comedy dovrebbe quantomeno possedere battute, situazioni o personaggi capaci di produrre una reazione comica.
Qui, invece, le gag risultano prevedibili, i dialoghi non hanno la velocità di The Big Bang Theory e la costruzione delle scene sembra fare affidamento quasi esclusivamente sull’assurdità visiva. Vedere una falena gigante o una mano putrefatta emergere dal terreno può creare sorpresa la prima volta, ma l’assurdo senza una vera idea comica rimane soltanto rumore.
La stagione avrà dieci episodi per correggere la rotta, approfondire il gruppo e sfruttare con maggiore creatività i diversi universi. Ma un pilot deve spiegare perché valga la pena continuare, e questo primo episodio non riesce a farlo. Non è abbastanza divertente come comedy, abbastanza spettacolare come action-adventure o abbastanza intelligente come racconto fantascientifico.
Stuart Fails to Save the Universe parte quindi con diversi handicap e prova a nasconderli dietro il multiverso e le guest star. Il risultato, però, è quello di uno spin-off non richiesto che non riesce nemmeno a soddisfare l’esigenza più elementare del genere a cui appartiene: far ridere. E per una serie prodotta da Chuck Lorre, questo è un problema difficilmente trascurabile.
THUMBS UP 👍
- La premessa dell’Armageddon multiversale ha un potenziale comico e visivo
- La trasformazione post-apocalittica dell’universo di The Big Bang Theory è concettualmente curiosa
- Il ritorno di Raj offre almeno un momento di nostalgia ai fan
THUMBS DOWN 👎
- Il pilot non fa praticamente mai ridere
- Stuart non è un protagonista abbastanza carismatico da reggere la serie
- Denise, Bert e Barry continuano a sembrare personaggi secondari
- Il fan service appare già indispensabile per mantenere vivo l’interesse






