Il pilot di The Beast In Me, nuova produzione Netflix, è uno di quegli episodi inaugurali che non cercano il colpo di scena immediato, né la rivelazione sensazionalistica. È un episodio che preferisce lavorare sottopelle, scavando nelle crepe dei personaggi. Il cuore della storia è un incontro tra due persone segnate da ferite profonde, una tensione mentale fortissima che la serie decide di mettere subito in primo piano. Non c’è seduzione, non c’è dinamica romantica o il bisogno di creare attrazione esplicita: c’è una tensione cerebrale, nervosa, quasi animale.
Il pilot è costruito attorno al tema della “bestia interiore”, qualcosa che vive dentro i personaggi: impulsi repressi, traumi non risolti, colpe che non trovano pace. È un episodio che sceglie di osservare Aggie Wiggs e Nile Jarvis come due individui speculari: vulnerabili e pericolosi, fragili e dominanti, con una carica emotiva che si riconosce e si scontra sin dal loro primo incontro. La regia accompagna questo approccio con un linguaggio visivo pulito, controllato, mai invadente: la fotografia fredda, la grande casa vuota e gli spazi urbani disadorni costruiscono un mondo dove tutto sembra sul punto di rompersi.
LA GRANDE CASA VUOTA
Uno dei punti più forti del pilot è la costruzione del personaggio di Aggie Wiggs, protagonista complessa e sfaccettata, interpretata da Claire Danes (Homeland) con una misura sorprendente. Non è una figura melodrammatica, non cerca l’empatia a tutti i costi: è una donna esausta, logorata da demoni interiori che non ha mai affrontato davvero, una giornalista fallita con una voce ormai spenta. Il suo dolore non è raccontato con flashback didascalici, ma attraverso dettagli concreti: il modo in cui evita alcune stanze, il suo corpo rigido, lo sguardo che resta sospeso, la difficoltà a gestire anche le attività più semplici.
La casa vuota è metafora potentissima di tutto questo: è enorme, troppo grande per lei, disordinata e silenziosa e quelle stanze diventano immagine plastica dei nodi emotivi che Aggie non riesce più a sciogliere. È una casa che amplifica il suo vuoto interiore e il suo senso di colpa. La scelta narrativa di farla vivere in questo spazio è impeccabile: Aggie è un personaggio che tenta di controllare il mondo esterno perché ha perso completamente il controllo su quello interno.
UN UOMO CHE SA COME MUOVERSI
Dall’altra parte c’è Nile Jarvis, interpretato da Matthew Rhys (The Americans, Perry Mason) con una magnetica compostezza che cattura sin da subito. Nile non è l’uomo di potere stereotipato, è molto peggio. È un personaggio che domina l’ambiente con la semplice presenza, un individuo che non ha bisogno di alzare la voce per incutere timore. Significativo è il momento del pranzo, quando una donna lo fotografa e Nile, senza bisogno di enfasi, le spacca il telefono. Non è un atto impulsivo: è chirurgico, meccanico, ragionato. Non è la rabbia a muoverlo, ma il controllo assoluto sulla situazione. In quella scena la serie comunica tutto ciò che serve sapere su di lui: Nile Jarvis non è semplicemente un uomo pericoloso, è un uomo che considera la violenza un’estensione naturale della propria volontà.
Il magnetismo tra Jarvis e Aggie nasce da questa pericolosa familiarità. Sono due persone che hanno ferite profonde, solo che lui ha imparato a usarle come armi, mentre lei continua a esserne divorata. Due bestie che si annusano attraverso la gabbia e persino nella scena più banale si percepisce che Jarvis legge Aggie con una profondità inquietante. La capisce, la individua, la decifra. Ed è questa capacità di toccare il suo punto più fragile ciò che mette Aggie davvero in pericolo. Una tensione che ricorda molto, seppur in forme diverse, quella tra la detective Stella Gibson e Paul Spector, protagonisti di The Fall.
LA BESTIA CHE CRESCE NEI SILENZI
Il pilot di The Beast in Me non introduce costruzioni narrative forzate ma delinea un mondo e il suo stato psicologico. In questo senso, la serie si conferma un thriller realistico con la fotografia che gioca un ruolo essenziale nel dare coerenza all’atmosfera: tonalità fredde, luci basse, ambienti asettici o disordinati, scorci urbani che sembrano sospesi. C’è una costante sensazione di qualcosa di irrisolto, di una rabbia latente che attende il momento di esplodere. La regia si prende il tempo necessario per scolpire il vuoto emotivo dei personaggi.
Una delle scelte più intelligenti è evitare di definire la “bestia” nei personaggi. Nessuno dei due parla apertamente dei propri demoni, eppure tutto, dall’atteggiamento di Nile alla fragilità di Aggie, suggerisce che ciò che li tormenta è molto più grande di quanto mostrino.
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Il pilot di The Beast in Me non punta al facile shock ma preferisce introdurre due personaggi complessi, che portano dentro una bestia che non sono in grado di controllare. La forza della serie sta proprio in questo: raccontare il dolore non come un evento, ma come un ecosistema emotivo che plasma e devasta.


