Gli ultimi due episodi di Sandokan arrivano come un banco di prova definitivo: è qui che una serie d’avventura dovrebbe dimostrare di avere struttura, visione e coraggio. È qui sicuramente che si capisce se il mito regge anche quando la trama si complica o se resta un guscio elegante pieno di buone intenzioni.
“Morte di un pirata” è un titolo ambizioso: evoca sacrificio, perdita, trasformazione e qualcosa, in effetti, muore davvero. Non solo un personaggio ma anche parte dell’equilibrio narrativo della serie perché questi due episodi sono un continuo saliscendi: momenti visivamente potenti, intuizioni tematiche forti ma anche una sceneggiatura fragile, affidata troppo spesso a soluzioni già viste e a un abuso di deus ex machina che finisce per togliere peso emotivo agli eventi. Il risultato è una serie che si guarda ma che non scava e che non convince fino in fondo.
QUANDO IL RACCONTO SI SFALDA
Il problema centrale di “Sandokan” non è mai stato il cast, ma la scrittura dei suoi personaggi. Can Yaman ha assolto pienamente al compito che gli è stato affidato: il suo Sandokan è muscolare, imponente, presente. Il corpo funziona ma l’eroe resta vuoto. Rapito, torturato, portato a Labuan, Sandokan affronta eventi che dovrebbero segnarlo in modo irreversibile ma non è ciò che arriva allo spettatore. Quando si presenta al sultano dichiarandosi il “figlio della Tigre”, il momento sarebbe dovuto essere epico ma resta freddo: manca il percorso interiore che renda quella dichiarazione inevitabile perché Sandokan agisce sempre ma pensa raramente.
Lo stesso limite attraversa Marianna, personaggio che avrebbe avuto il potenziale per incarnare il vero conflitto morale della serie. Tra i pirati aveva assaporato una libertà inattesa. Tornata a casa, quella libertà si trasforma in inquietudine, il rapporto con il padre è compromesso, la scoperta del ruolo della zia Francis nel destino della madre getta un’ombra definitiva sull’intero nucleo familiare. Eppure la serie si ferma sempre un passo prima dell’abisso. Marianne si interroga sullo sterminio dei Dayak, sul padre di Sandokan, sulle responsabilità del proprio mondo, ma cerca risposte negli uomini sbagliati. Prima Brooke, poi il padre. La sua vera ricerca è interiore e la serie sembra non sapere come raccontarla fino in fondo.
Brooke, infine, resta l’occasione più evidente mancata. Ed Westwick costruisce un personaggio ambiguo, dipendente dall’oppio, segnato da un passato traumatico. Tutti elementi che avrebbero potuto renderlo un antagonista tragico ma la scrittura non decide mai cosa farne davvero. È carnefice e vittima, alleato e carceriere, senza mai diventare necessario. Aiuta Sandokan per ottenere Marianne, la rinchiude, la perde. Tante possibilità, nessuna portata alle estreme conseguenze. E così, anche qui, il conflitto si spegne prima di diventare memorabile.
YANEZ: QUANDO MANCA, TUTTO CROLLA
C’è poco da girarci intorno: quando Yanez non c’è, “Sandokan” perde e gli episodi 1×07 e 1×08 lo dimostrano con brutalità. I flashback di Yanez sono tra le sequenze più riuscite dell’intera serie. Potenti, dolorosi, stratificati. Alessandro Preziosi è completamente calato nel personaggio, al punto da far sembrare ogni altra interpretazione più debole per contrasto.
E così, quando Yanez manca dalla scena, il vuoto viene riempito con un meccanismo narrativo pigro e già visto: il dolore che motiva, la disperazione che spinge all’azione, il ritorno come salvatore. Il suo arrivo come deus ex machina nella battaglia finale funziona sul piano emotivo ma è narrativamente debole, la scorciatoia più facile. E si vede.
MINIERE DI MORTE
Le miniere tornano al centro del racconto come luogo simbolico e narrativo. Non sono solo uno spazio fisico, ma il punto in cui il colonialismo mostra il suo volto più nudo: sfruttamento, violenza, corpi sacrificabili. Qui la serie trova uno dei suoi momenti migliori, soprattutto nella liberazione degli schiavi.
La sequenza è costruita con grande efficacia visiva: uomini e donne che emergono dalla terra, si sollevano insieme, diventano massa compatta contro poche guardie del sultano. È un’immagine potente, quasi iconica ma dura poco. Le bombe arrivano, i fucili diventano inutili, e il messaggio è chiaro: il progresso tecnologico annienta qualsiasi resistenza spontanea. È una riflessione interessante, ma appena accennata, subito sacrificata all’azione.
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Il bilancio finale è inevitabilmente ambivalente. “Sandokan” non ha convinto al 100%. Le premesse erano ottime, il cast potenzialmente azzeccato, l’apparato visivo impeccabile. Ma la sceneggiatura si è rivelata troppo fragile, troppo timida, troppo incline alla scorciatoia. La seconda stagione è già in campo e lascia intravedere sviluppi interessanti: un sultanato acquisito, indigeni e schiavi in rivolta, una nuova rotta tracciata dalle stelle verso Mompracem. La speranza è che il mito, finalmente, trovi una scrittura all’altezza della sua leggenda.
