Il debutto della quinta e ultima stagione di Stranger Things costituisce senza dubbio un ritorno atteso e carico di aspettative – tanto da aver fatto letteralmente crashare Netflix a diversi utenti – poiché riconnette immediatamente lo spettatore a un universo narrativo che ha saputo ridefinire l’immaginario seriale dell’ultimo decennio, pur ereditando ora il peso di una mitologia smisurata e oltremodo complessa. L’episodio, significativamente intitolato “The Crawl”, sceglie di inaugurare il capitolo conclusivo attraverso un movimento duplice: da un lato riafferma la centralità della memoria, riportando in superficie un momento cruciale del passato di Will; dall’altro introduce una condizione presente segnata da un’instabilità fisiologica, in cui Hawkins diviene uno spazio militarizzato che vive in una sospensione inquieta, quasi un limbo tra normalità apparente e minaccia costante. Questa doppia prospettiva definisce una puntata che cerca simultaneamente di onorare l’eredità della serie e di preparare il terreno per un’ultima corsa che ambisce a superare ogni precedente escalation drammatica.
QUALCOSA È ANDATO STORTO (errore NSEZ-403)
Se anche voi, scalpitanti e con la bava alla bocca, avete visto comparire, come altre migliaia di utenti, l’errore NSEZ-403, non preoccupatevi. Come Hawkins stessa, l’errore suggerisce che la realtà ordinaria è fragile e che l’invasione del soprannaturale può insinuarsi senza preavviso, infrangendo certezze e routine. È un invito inconsapevole a guardare oltre la superficie, a percepire l’instabilità che da sempre permea la città e, ora, la nuova stagione.
E invece no. C’erano solo troppi utenti presi dalla FOMO e i server di Netflix si sono probabilmente liquefatti all’istante sotto il peso del pecorame spettatoriale che non vedeva l’ora di postare su Instagram la foto del proprio televisore con la scritta Stranger Things 5, pantofole ben in vista, bicchiere di vino rosso a 4 euro dalla Lidl e copertina con annesso gatto preso in prestito dal vicino solo per il content.
Scherzi a parte, e maledicendo tutti gli spoileratori seriali che vi hanno già rovinato l’esperienza (ma che hanno già un posto assicurato all’inferno), l’apertura ambientata nel 1983, con Will intrappolato nell’Upside Down e l’incontro originario con Vecna, stabilisce immediatamente un tono cupo e quasi sacrale, conferendo a ciò che fino a oggi era rimasto implicito una configurazione visiva perturbante. Una scelta che conferma l’intenzione di attribuire alla nuova stagione un impianto più adulto e consapevole, non solo per la brutalità delle immagini, ma soprattutto per la volontà di ricomporre fili narrativi ancora rimasti in sospeso. Un flashback che, oltre a chiarire ulteriormente il legame tra Will e Vecna, funge da richiamo emotivo alle origini della serie, sottolineando come Stranger Things si trovi ora nella necessità di chiudere un cerchio piuttosto che aprirne altri.
Il passaggio al 1987 presenta una Hawkins radicalmente trasformata, ormai ridotta a zona quasi protetta e vigilata dalla presenza militare, elemento che funge da metafora visiva della perdita di innocenza collettiva e della definitiva erosione delle certezze sociali. Le imponenti coperture metalliche che sigillano le fratture lasciate dalla stagione precedente diventano così un simbolo eloquente di un trauma che la comunità tenta vanamente di occultare sotto la patina di una normalità solo apparente. Lo spiegone fornito tramite la trasmissione radiofonica gestita da Robin e Steve risulta funzionale e sorprendentemente efficace, poiché consente di condensare informazioni rilevanti senza appesantire la narrazione, pur mantenendo un tono coerente con l’estetica anni Ottanta che la serie continua efficacemente a evocare.
L’elemento più significativo di questa sezione risiede però nella rivelazione della caccia allargata nei confronti di Eleven, ormai considerata da parte dell’apparato militare come una minaccia primaria da neutralizzare. Una caccia che si rivela funzionale per l’introduzione della figura del Dr. Kay, interpretata da Linda Hamilton, nuovo villain di stagione che allarga ulteriormente l’orizzonte antagonista e che delinea così un doppio fronte di pericolo, con Vecna, sovrano silenzioso dell’Upside Down, da una parte e l’esercito, rappresentante dell’ansia umana di controllo e dominio sul soprannaturale, dall’altra.
ST: WELCOME TO HAWKINS
Parallelamente, l’episodio esplora la condizione emotiva dei protagonisti, ormai lontani dall’ingenuità e dalla spensieratezza delle prime stagioni e segnati qui da perdite e disillusioni ben più adulte. Il dolore di Dustin per la morte di Eddie costituisce uno dei passaggi più sinceri della puntata, non solo per il tributo al personaggio secondario forse più amato della serie, ma perché evidenzia come il gruppo sia ormai frammentato da ferite interiori non ancora rimarginate. La brutalità del pestaggio subito da Dustin da parte della squadra di basket ricorda con crudezza l’asprezza di quell’adolescenza soffocata dal contesto, conferendo profondità e vulnerabilità a un personaggio spesso associato, nelle stagioni precedenti, alla leggerezza comica.
Nel frattempo, la condizione di Max resta sospesa, con il protrarsi del coma che suggerisce un desiderio autoriale di preservare una continuità emotiva con quanto accaduto nel finale della scorsa stagione, mentre, al contrario, il cammino di Will conquista finalmente una rinnovata centralità, con la visione del Demogorgone e il turbamento provocato dall’intimità tra Robin e Vickie in un momento di fugace voyeurismo che chiarisce immediatamente il desiderio di questa stagione di approfondire la sua identità e il suo processo di maturazione, offrendo sia a lui che a Robin la possibilità di trasformare la propria condizione di marginalità in una risorsa condivisa.
La novità più significativa è poi l’interesse riservato a Holly Wheeler. La figura enigmatica di “Mr. Whatsit”, percepita unicamente da lei, richiama una lunga tradizione dell’horror che utilizza lo sguardo dei più piccoli come varco privilegiato per l’irruzione dell’inquietante – una strategia che rimanda direttamente a opere come IT, fonte a cui Stranger Things, tra le tante, ha spesso attinto, e che oggi torna particolarmente rilevante alla luce del rinnovato interesse generato da Welcome to Derry e dagli adattamenti cinematografici più recenti.
VII GRADO SULLA SCALA WILL
La parte conclusiva dell’episodio torna a mettere in moto l’ennesimo tentativo di penetrare nell’Upside Down, un’operazione che il gruppo ribattezza “the crawl” quasi a sottolinearne la natura faticosa, ripetitiva, sempre sull’orlo del fallimento. La scelta di utilizzare “Upside Down” di Diana Ross come segnale di coordinazione non funziona solo come trovata pratica ma imprime alla sequenza un’aura di sospensione, intrecciando la vibrazione nostalgica della canzone con il senso di precarietà che accompagna ogni incursione nel Sottosopra, oltre che costituire un momento che incarna bene l’identità estetica della serie, dove il passato musicale diventa una lente attraverso cui filtrare la tensione del presente.
Quando il piano si infrange – complice l’assalto del Demogorgone – ciò che emerge non è soltanto caos, ma un ordine sotterraneo, una coreografia del disastro che i Duffer Brothers modulano da anni con sorprendente coerenza. In questo tumulto, la visione di Will introduce una vibrazione ulteriore, non un semplice presagio, ma un richiamo quasi corporeo, come se il ragazzo fosse ormai diventato una sorta di sismografo emotivo del male in arrivo. Il suo allarme, rivolto alla Wheeler House, apre la strada a un finale che trafigge la quiete domestica e che culmina con l’apparizione del Demogorgone nella stanza di Holly.
L’episodio si distingue innanzitutto per la sua densità atmosferica: ogni scena sembra respirare attraverso piani temporali che si intrecciano con fluidità quasi ipnotica, mentre il racconto oscilla con cura tra emozione privata e spettacolarità visiva. Questa ricchezza, però, non è priva di conseguenze. L’accumulo di personaggi inizia a mostrare i suoi limiti, lasciando alcuni membri del gruppo confinati a ruoli di contorno o privi di un reale avanzamento. Allo stesso tempo, la necessità di predisporre i molteplici assi narrativi della stagione spinge talvolta la puntata verso una densità espositiva che rallenta il ritmo, producendo transizioni brusche o chiarimenti narrativi compressi in pochi istanti. Anche la coerenza interna vacilla in alcuni passaggi, soprattutto per quanto riguarda la logica delle operazioni militari e la rappresentazione della minaccia di Vecna, che a tratti sembra piegarsi più alle esigenze della trama che a un disegno realmente organico.
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Nonostante alcune imperfezioni, questo primo capitolo dell’ultimo atto di Stranger Things lascia comunque emergere una vitalità sorprendente. Si avverte la volontà di imprimere alla stagione conclusiva un passo sicuro, capace di unire l’impatto spettacolare con una tensione emotiva più stratificata, restituendo allo spettatore la sensazione di trovarsi di fronte a un racconto che, nonostante si avvicini al suo epilogo, ha ancora qualcosa da dire.



recensione della madonna. qualità contenutistica ed espressiva elevatissima.