Stranger Things 5×08 – Chapter Eight: The Rightside UpTEMPO DI LETTURA 7 min

3.6
(40)

“Chapter Eight: The Rightside Up” è un finale che funziona solo se lo si guarda senza fare troppe domande. Scorre, emoziona, chiude (più o meno) Stranger Things con un impatto visivo enorme (almeno nella prima metà dell’episodio) e con una carica nostalgica che fa il suo dovere.
Ma basta fermarsi un attimo a riflettere su ciò che viene mostrato e su ciò che viene comodamente omesso, per rendersi conto che i buchi narrativi sono troppi, troppo evidenti e troppo gravi per essere ignorati.
Il paragone con Game Of Thrones diventa inevitabile. Anche qui si è scelto di puntare tutto sull’epica e sull’emotività, trascurando la coerenza interna. I Duffer Brothers fanno meglio di Benioff e Weiss sul piano emozionale, ma cadono negli stessi errori strutturali, lasciando allo spettatore il compito di riempire i vuoti. Il risultato è un finale che è accettabile e non totalmente disprezzabile, come si evince anche dal 4/10 su IMDB di “The Iron Throne” rispetto al(l’esagerato) 7,9/10 di questo episodio.

Mike:No one knows. No one will ever know. But I’d… I’d like to imagine that she’s in a beautiful land, somewhere far away. […] But I choose to believe that it is. I believe.

UNO SCONTRO FINALE CHE FUNZIONA, CHIUDENDO UN OCCHIO


I Duffer Brothers scrivono e dirigono un episodio extra-large da 128 minuti che si divide nettamente in due anime. La prima parte, lunga circa 1 ora e 23 minuti, è interamente dedicata allo scontro con Vecna e rappresenta senza dubbio il lato più riuscito del finale (vuoi anche per una seconda parte più lenta e dilatata). Il crescendo è ben orchestrato, la CGI è impressionante e giustifica il budget fuori scala di questa stagione, e alcune scelte visive sono davvero potenti (vedasi la foto scelta per rappresentare l’episodio). Insomma, Netflix ha speso bei soldi e si vede.
Ci sono colpi di scena che funzionano a livello puramente emotivo: Hopper che spara a Eleven, Eleven che scaraventa massi contro il mostro, Will che riesce temporaneamente a impossessarsi di Vecna per salvare Eleven. Tutti momenti che colpiscono lo spettatore sul piano emotivo e visivo e che, presi singolarmente, funzionano. Il problema è che questa prima parte sacrifica completamente la coerenza narrativa sull’altare dell’effetto scenico. La scrittura è costruita per massimizzare l’impatto emotivo immediato, non per reggere a una rilettura razionale e neppure ad un minimo di coerenza generale, tanto che l’effetto sarà ancora più evidente a tutti coloro che sono freschi di rewatch e noteranno una scrittura molto più sempliciotta del passato.
La seconda parte dell’episodio, ambientata 18 mesi dopo lo scontro finale, dura circa 35 minuti ma sembra infinita. È una porzione di finale che dovrebbe servire a dare respiro e chiusura, ma che invece mette ancora più in evidenza i problemi della scrittura.

BUCHI NARRATIVI E SCELTE DI COMODO LIKE THERE IS NO TOMORROW


Ed è qui che emergono i problemi più gravi ed è qui che è giusto iniziare con un listino della spesa.
L’assenza quasi totale di Demogorgoni (e anche dei pipistrelli che hanno ucciso Eddie), elementi centrali dell’universo della serie, è una scelta di pura convenienza narrativa che si può (ma non si deve) provare a giustificare con la distinzione tra Upside Down e Dimensione X, ma resta una mancanza ingombrante che impoverisce lo scontro finale. È una soluzione facile, non una soluzione intelligente, e anche la semplice assenza di una citazione ai mostri è un chiaro tentativo dei Duffer Brothers di non ricordare allo spettatore della loro assenza. Too bad, l’assenza dei Demogorgoni è molto visibile.

I believe.

Ancora peggiore è la gestione di Kali, un character riesumato nel finale del primo volume come se fosse un grande ritorno, trascinato per qualche episodio e poi eliminato dai militari solo per giustificare l’uso dei suoi poteri off screen. Kali è probabilmente il più grande Deus Ex Machina dell’intera serie, un buco narrativo che non porta nulla se non confusione. Anzi, più che un “buco narrativo” è proprio un Deus Ex Machina impersonificato che è stato creato ad hoc solo per giustificare l’utilizzo dei suoi poteri sulla fine (o non fine) di Eleven. Ma anche qui si dovrebbe aprire un’ulteriore parentesi visto che, anche volendo credere alla teoria di Mike, la bomba fatta esplodere da Murray fa saltare in aria proprio il palazzo dove Kali sarebbe stata lasciata a morire, il che non potrebbe materialmente giustificare la tempistica con cui l’ologramma di Eleven è creato con i poteri di Kali. Spiace Mike ma o Eleven è morta o i Duffer Brothers hanno scazzato ancora. Più probabile la seconda però.

Wait. Kali. Where’s… Where’s Kali?

Vecna che improvvisamente si focalizza su Hopper per costringerlo a sparare a Eleven rientra nella stessa logica: scena potente, spiegazione inesistente. Ma il vero punto che non può essere perdonato è la faciloneria con cui si passa dalla prima alla seconda parte, tralasciando comodamente l’impasse narrativo con i militari che hanno tutti i character prigionieri e che, magicamente, vengono poi rilasciati off-screen come se nulla fosse, il tutto in vista di un happy ending 18 mesi dopo. Se il focus emotivo è sicuramente la “possibile” morte/sacrificio di Eleven, dall’altro lato non si può accettare sotto alcun punto di vista che questa sottotrama venga tralasciata volutamente per noncuranza, quasi come se richiedesse troppo lavoro da parte degli sceneggiatori e quindi l’unica soluzione “smart” è stata quella di farla dimenticare velocemente in sordina con un salto temporale ad hoc che lascia moltissimo di non detto. Inclusa la gestione della villain dell’esercito, la Dr.ssa Kay, che, a quanto pare, morta Eleven ha deciso di fare altro nella vita. Si, certo, come no.

UNA SECONDA PARTE LENTA E UN SALTO TEMPORALE DI COMODO


E, parlando del finale, bisogna recuperare nuovamente i punti di forza (emotività, impatto visivo, rielaborazione di cult anni ’80) e i punti deboli (coerenza narrativa, Deus Ex Machina come se piovesse sempre) della scrittura dei Duffer Brothers che emergono all’unisono colpendo ogni spettatore in maniera diversa.
Ci sarà chi amerà questo finale perché valuta il lato emotivo come più importante, così come ci sarà chi, all’opposto, stroncherà queste ultime 2 ore (ma anche il resto della stagione) per l’ammontare di spazzatura data in pasto allo spettatore (vedasi la lista della spesa dei buchi di sceneggiatura di cui sopra). Quindi la scelta di lasciare un finale aperto all’interpretazione di ogni spettatore è una scelta di comodo da parte dei Duffer Brothers, ma è una scelta di comodo che, quantomeno, è coerente con la loro gestione di Stranger Things ed è coerente specialmente con il modo un po’ pressapochista con cui è stata gestita questa stagione.
Se si parte dal presupposto che non sarebbe mai stato possibile far piacere questo finale a tutti, la scelta di far vivere o morire Eleven ha un suo senso e, dal punto di vista dell’eredità culturale che si lascia dietro, è perfetta per alimentare discussioni nei forum per gli anni a venire. E in questo i Duffer Brothers ci hanno visto giusto. Perché dare una spiegazione al pubblico quando il pubblico può darla per te?

“AH, SERVIVA ANDARE A BROADWAY A VEDERE IL MUSICAL?”


Piccola postilla finale: è disprezzabile la scelta di buttare in pasto allo spettatore la nascita di Vecna tramite il contatto con un misterioso artefatto all’interno di una valigetta, confidando che poi il pubblico vada a Broadway a vedere il musical Stranger Things: The First Shadow che è completamente dedicato all’origine di Henry. Non tutti possono e/o vogliono assistere a questo spin-off, quindi la scelta di non spiegare minimamente questa origine (bastava un flashback velocissimo) è una notevole mancanza di rispetto nei confronti di tutti gli spettatori. L’ennesima.

 

THUMBS UP 👍 THUMBS DOWN 👎
  • Impatto visivo e CGI di altissimo livello (grazie a un budget gigante)
  • Climax emotivo potente nello scontro finale
  • Chiusura di un cerchio
  • Numerosi buchi narrativi veramente difficili da poter perdonare (coff coff, Demogorgoni non pervenuti, coff coff)
  • Uso e abuso di Deus Ex Machina
  • Gestione disastrosa di Kali
  • Salto temporale usato come scorciatoia narrativa
  • Finale aperto più per comodità che per scelta artistica
  • Generale mancanza di coraggio

 

“Chapter Eight: The Rightside Up” chiude Stranger Things come i Duffer Brothers hanno fatto in questa stagione: spettacolarizzando e lasciando allo spettatore il compito di perdonare tutto il resto. Funziona sul piano emotivo, fallisce su quello narrativo. Un finale che divide, che farà discutere per anni, e che conferma quanto questa serie sia sempre stata più interessata all’effetto che alla coerenza. E forse, alla fine, è proprio questo il suo vero lascito.

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Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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