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Star Trek: Picard 1×10 – Et In Arcadia Ego, Part 2TEMPO DI LETTURA 6 min

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Star Trek: Picard 1x10 - Et In Arcadia Ego, Part 2
Agnes: “They’ve left us behind, Picard. They’re generations beyond us.”
Picard: “In one sense, yes. But in another, as you said, they are children. And until now, the only teachers that they’ve had are a couple of hermits. And the fear of extermination. But fear is an incompetent teacher. Yes, they have life. But no one is teaching them what it’s for. To be alive is a responsibility. As well as a right.”

 

Il team creativo al lavoro sulle nuove serie di Star Trek dimostra ancora una volta di essere bravo ad alimentare le aspettative e l’hype degli spettatori prima del finale di stagione, ma non particolarmente brillante al momento di tirare le fila. Era già successo con “Will You Take My Hand?”, primo season finale di Discovery: la Federazione in buona parte occupata dai Klingon, un folle piano per realizzare un genocidio planetario patrocinato dalla stessa Flotta Stellare, Qo’noS sull’orlo della distruzione… insomma, una situazione disperata, risolta banalmente con un pippone di Michael Burnham e il conseguente ravvedimento dell’ammiraglio Cornwell.
“Et in Arcadia Ego, Part 2” fa la stessa cosa: ammassa sullo schermo flotte e cubi Borg, androidi assetati di sangue organico e commodori doppiogiochisti, evoca lo spettro della distruzione di ogni forma di vita, promette i fuochi d’artificio… ma solo per spegnere la miccia con qualche goccia d’acqua, e allora tanti saluti alla battaglia epica che sembrava quasi assicurata negli scorsi episodi. Sia chiaro, Star Trek non è Star Wars e lo spettatore sopravvivrebbe anche senza esplosioni e raggi laser nello spazio, ma non si possono mettere uno contro l’altro un’armata romulana guidata dal commodoro generale Oh Nedar, una divisione della Flotta Stellare e una comunità di androidi in procinto di evocare una mostruosità artificiale, per poi risolvere la crisi con Picard che fa le acrobazie nello spazio, tira fuori un discorsetto da genitore preoccupato ma comprensivo e convince Soji a mettere da parte ogni proposito di genocidio. E se già questo è grave, vanno aggiunte alla lista la totale inutilità dei Borg sbarcati su Coppelius al seguito di Sette di Nove e soprattutto la rapidissima e insoddisfacente apparizione della temutissima minaccia sintetica proveniente da un altro spaziotempo, in realtà una manciata di tentacoli in pessima CGI (praticamente la brutta copia di Yivo, direttamente dal secondo film di Futurama). Anche la questione del bando dei Sintetici, che aveva costituito un importante tema della stagione, è liquidato in quattro e quattr’otto comunicando semplicemente allo spettatore, in un rapido scambio di battute tra personaggi, che la Federazione l’ha ritirato. E basta. Una questione di portata galattica, che si trascina da decenni, liquidata in un paio di secondi.
Ciò nonostante, l’episodio non è inguardabile o completamente da buttare via: ha dei bei momenti, gioca in maniera intelligente con la nostalgia dei fan di The Nex Generation, riabilita alcuni personaggi e chiude definitivamente il cerchio con una vecchia conoscenza, anche questa assai cara agli amanti della vecchia serie. Non si possono non apprezzare la gestione del personaggio della dottoressa Jurati, che ingannando tutto e tutti svolge un ruolo determinante nel ribaltamento della situazione, e il fugace ritorno in servizio di William T. Riker al comando delle forze della Federazione.
Ben più difficile è digerire altre scelte narrative a sfondo rosa, come la ritrovata intimità di Rios e della già citata Jurati (dopo che per interi episodi questo filone era stato completamente accantonato) o gli ammiccamenti a una liaison tra Raffi e Sette di Nove che nasce dal nulla, senza la minima costruzione pregressa. Va rilevato anche un interrogativo gigantesco che rimane irrisolto, forse solo fino alla prossima stagione o forse per sempre, ma che sicuramente avrebbe meritato una spiegazione in quest’ultimo episodio: perché Dahj e Soji sono state mandate via da Coppelius, rispettivamente sulla Terra e sul Cubo Borg, quando sarebbe stato molto più semplice farle rimanere sul pianeta dei Sintetici e tutelare così la segretezza della sua posizione?
La parte migliore di “Et in Arcadia Ego, Part 2” è sicuramente quella che vede interagire Picard e il vecchio Data: un incontro a lungo atteso ma che non delude, commovente ed emotivo senza risultare stucchevole, capace di chiudere in maniera degna il percorso narrativo dell’androide dando nel contempo all’ex-capitano la possibilità di dirgli addio come si deve. Similmente al protagonista del noto racconto di Asimov “L’uomo bicentenario”, Data capisce che la vera essenza della vita umana sta nella sua finitudine, nella certezza che prima o poi arriverà il momento della morte, e che quindi bisogna godere il più possibile delle gioie, delle amicizie, degli affetti che si trovano lungo la strada, perché questi non dureranno in eterno. Un’esistenza infinitamente trasferibile da un corpo all’altro, o addirittura da un corpo a un computer, avrà sì la certezza dell’eternità, ma mancherà di quella precarietà e di quella transitorietà che rendono le vite umane davvero preziose e degne di essere vissute. Ecco perché Data si rivolge a Picard chiedendogli come ultimo favore di concedergli una vera e propria eutanasia, mai come in questo caso una “buona morte”, come vuole l’etimologia del termine.
Peccato che alla vera morte di Data segua la “resurrezione” di Picard che, seppur preventivata già nella scorsa puntata, lascia l’amaro in bocca per le modalità con cui avviene e per le conseguenze a cui porta. Il trasferimento della sua coscienza nel “golem” su cui il dottor Soong stava lavorando non si traduce in alcun reale cambiamento del personaggio: il nuovo corpo non è malato ma nemmeno immortale, non ha superpoteri, non ha capacità nascoste, insomma alla fine della fiera Picard è sempre lo stesso. A questo punto ci si chiede che senso abbia farlo morire per poi tornare in vita esattamente come prima, invece di cercare soluzioni più “creative” per guarirlo dalla malattia e, perché no, fargli sperimentare un cambiamento profondo che giustificasse questa scelta narrativa. Forse forse un ricorso alla tecnologia Borg, con l’aiuto di Sette di Nove, sarebbe stato interessante…

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il doppiogioco della Jurati per una volta salva la situazione
  • Il ritorno di Riker in uniforme
  • Il tema della finitezza dell’essere umano che dà senso all’esistenza
  • L’addio definitivo di Data
  • Scontro finale risolto in maniera decisamente anticlimatica
  • Questione del bando contro i Sintetici gestita in troppo sbrigativamente
  • A cosa sono serviti Sette di Nove, il cubo e i Borg?
  • La “temibile” minaccia sintetica
  • Amorazzi che (ri)spuntano dal nulla
  • Un interrogativo su tutti resta irrisolto: perché Soji e Dahj sono state mandate via da Coppelius?
  • La “resurrezione” di Picard

 

Si conclude qui la prima stagione di Star Trek: Picard, una serie iniziata lentamente, evolutasi in fretta e capace di regalare tante gioie ma anche tanti rimpianti per una narrazione che non sempre è riuscita a esprimere il proprio potenziale, come ha ampiamente dimostrato questo season finale salvato dall’insufficienza solo dalla perfetta chiusura del cerchio di Data e da pochi altri bei momenti. E adesso che la parentesi dei Sintetici è stata chiusa, non sarebbe male rivedere Picard nella seconda stagione impegnato in un po’ di sana, vecchia esplorazione dei pianeti.

 

Et In Arcadia Ego, Part 1 1×09 ND milioni – ND rating
Et In Arcadia Ego, Part 2 1×10 ND milioni – ND rating

 

Marco Daniele

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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