Twin Peaks 3×09 – The Return, Part 9TEMPO DI LETTURA 7 min

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Ritorno all’ordine: con questa espressione si suole indicare una tendenza tipica dell’arte e della letteratura del primo dopoguerra, che voltò le spalle alla stagione più violentemente avanguardista del primo Novecento (quella del cubismo, del futurismo e del dadaismo) per ripiegare su modelli artistici più vicini alla tradizione passata o comunque meno eversivi. Come esempio emblematico si potrebbe citare Giuseppe Ungaretti, autore durante la Grande Guerra di poesie che abbandonavano il verso tradizionale e persino la punteggiatura al fine di esaltare la singola parola o finanche lo spazio bianco sulla pagina (si pensi alla celeberrima M’illumino d’immenso), e tuttavia pronto subito dopo a ritornare alle forme metriche del passato all’insegna di un vero e proprio barocchismo; oppure Pablo Picasso, che negli anni ’20 prese le distanze dal movimento cubista da lui stesso co-iniziato per avvicinarsi al neoclassicismo, con cui era venuto in contatto dopo un viaggio in Italia nel 1917. In questa terza stagione di Twin Peaks è successo qualcosa di simile: a un ottavo episodio che si potrebbe senza problemi definire la cosa più sperimentale e all’avanguardia mai vista finora in una serie televisiva, se non un vero e proprio capolavoro del surrealismo audiovisivo, segue una nona puntata più lineare, più tradizionale, più vicina a quel tipo di narrazione a cui il telespettatore è abituato, forse quella finora più “normale” del revival/sequel insieme alla settima (beninteso, si parla comunque di un prodotto di David Lynch, quindi il concetto di “normalità” va comunque preso con le pinze).
Proprio da “The Return, Part 7” sono riprese la maggior parte delle trame dell’episodio: le indagini sull’aggressione a Good Cooper/presunto Dougie Jones; le investigazioni di Hawk, Bobby e dello sceriffo Truman in quel di Twin Peaks; i vagabondaggi di Jerry Horne nei boschi; il misterioso rumore proveniente dal legno del Great Northern Hotel (che abbia a che fare con il destino di Josie Packard?); il mistero del corpo di Buckhorn, che si intreccia con il viaggio del quartetto composto da Gordon, Albert, Tamara e Diane, di ritorno dalla prigione federale di Yankton in cui era imprigionato Mr. C. Quest’ultimo, invece, reduce dalla “resurrezione” dopo il tentativo di Ray di ucciderlo, si reca da Chantal Hutchens (già vista nel secondo episodio) e da suo marito, interpretato da un Tim Roth apparentemente sprecato per un ruolo così marginale (ma non è detto che in futuro non riceva più spazio), per farsi medicare e ordinare l’omicidio del direttore della prigione, Dwight Murphy. Le varie trame avanzano e iniziano anche, gradualmente, a convergere, segno che l’apparente guazzabuglio messo su da Lynch e Frost è in realtà un mosaico le cui tessere si stanno poco per volta disponendo al proprio posto (benché non sia detto che alla fine si avrà un quadro completo e totalmente privo di punti oscuri, di dubbi e di incertezze, anzi è lecito aspettarsi l’opposto).
 
Bushnell Mullins: “Starting tomorrow, you and I are gonna work together and get some answers.”
Good Cooper: “Answers.”
 
Answers, risposte: arrivati a metà stagione se ne sente il bisogno. David Lynch avrebbe potuto realizzare il classico revival che mostra la sorte dei personaggi venticinque anni dopo, facendo leva sulla nostalgia degli spettatori e riportandoli nella cittadina di Twin Peaks tra volti familiari; invece ha voluto esplorare ulteriormente la mitologia della serie ed espandere la narrazione a tutti gli Stati Uniti, introducendo nuovi personaggi e nuove trame, accumulando domande su domande, misteri su misteri che sono andati ad aggiungersi a quelli dell’opera originale e a quelli lasciati aperti dalla brusca cancellazione della serie (uno su tutti: che fine ha fatto Audrey Horne?). Già “The Return, Part 7” aveva cominciato a mettere ordine in questa materia così eterogenea e a dare qualche informazione importante e “The Return, Part 9” continua su questa strada, senza però rinunciare a sollevare nuovi interrogativi.
Si chiariscono innanzitutto il destino di Garland Briggs e la natura dell’omicidio di Buckhorn. Attraverso il racconto fatto da William Hastings all’agente dell’FBI Tamara Preston sotto interrogatorio, si scopre che il maggiore è rimasto intrappolato negli ultimi 25 anni in una dimensione parallela, la “Zona” (su cui lo stesso Hastings curava un sito internet, che è stato realmente realizzato e che nasconde più di una chicca interessante a chi vorrà curiosarvi col mouse), che Ruth Davenport è stata uccisa da figuri extra-dimensionali non meglio identificati (spiriti della Loggia Nera? è strano che Tammy non chieda di più al riguardo) e che la testa di Briggs è stata separata dal suo corpo, cosa che spiegherebbe sia il ritrovamento di questo a Buckhorn insieme alla testa della bibliotecaria sia la comparsa del suo volto a Good Cooper in una delle sequenze surreali di “The Return, Part 3“. Il quartetto dell’FBI composto da Gordon Cole, Albert Rosenfield, Diane e Tamara Preston si rivela sempre più fondamentale per la narrazione e le scene che lo vedono protagonista sono una gioia per lo spettatore, grazie alla chimica e alla sinergia tra gli attori, oltre che per le caratteristiche peculiari dei personaggi che funzionano meravigliosamente combinate tra loro (la scontrosità di Diane, l’umorismo tagliente di Albert, le stramberie di Gordon, la professionalità di Tammy che sembrano renderla l’unica persona “normale” lì in mezzo).
Il maggiore Briggs è al centro anche delle ricerche compiute da Hawk e dallo sceriffo Truman a Twin Peaks, ricerche nelle quali assume un ruolo decisivo il figlio Bobby, personaggio che nell’arco di questi 25 anni ha subito una vera e propria metamorfosi da teppistello ad agente delle forze dell’ordine e che in questo episodio regala due momenti davvero toccanti, emotivamente parlando, costruiti sul suo rapporto col padre (il dialogo con la madre prima, il racconto del Jack Rabbit’s Palace poi). Il bigliettino contenuto nell’oggetto metallico che proprio Bobby riesce ad aprire, però, invece di dare ulteriori informazioni apre le porte a un nuovo mistero, con i suoi simboli solo parzialmente decifrabili, le sue criptiche cifre e le sue informazioni spaziali e temporali che indicano ora e luogo di un evento su cui al momento è difficile fare previsioni certe.
Sembra chiarirsi anche l’identità della persona dietro il tentativo di omicidio di Good Cooper in “The Return, Part 7“: si tratta di Mr. C, o almeno questo sembra suggerire la sua telefonata a Duncan Todd, l’uomo che aveva inviato la busta contenente le foto di Dougie ad Ike the Spike in “The Return, Part 6“. E sempre a proposito del doppelganger, la coincidenza dell’SMS che invia all’inizio dell’episodio e che recita “Around the dinner table the conversation is lively” con quello che Diane riceve nella sala d’attesa della prigione di Buckhorn sembra presupporre il mantenimento di un contatto tra i due, se non fosse che il primo SMS è scritto in minuscolo e il secondo in maiuscolo: piccolo ma tutt’altro che insignificante dettaglio che va a sommarsi all’elenco dei misteri da risolvere.
Lo spazio riservato al buon Dale in questo episodio è poco, ma ancora una volta Kyle McLachlan si dimostra un attore monumentale nella sua capacità di interpretare un personaggio spaesato, regredito di fatto al livello di un bambino, impegnato in un tutt’altro che facile percorso di riappropriazione del sé in cui ogni piccolo e apparentemente insignificante dettaglio sembra rimandare alla sua vita passata (la bandiera americana gli ricorda forse gli uffici dell’FBI, la presa elettrica rimanda alla “porta” tramite la quale è tornato nel mondo reale, le scarpe rosse col tacco potrebbero ricollegarsi a quelle che indossava Audrey Horne).
Infine, la vecchia Twin Peaks (quella che molti spettatori avrebbero voluto vedere più presente sullo schermo e di cui Lynch ha finora sapientemente centellinato le apparizioni) ritorna in alcune scene secondarie, tra le quali spiccano il ritorno di Johnny Horne che va a schiantarsi contro un muro e soprattutto l’enigmatica vicenda del piede di Jerry Horne, che “prende la parola” recitando “I am not your foot” con una vocina che ricorda quella dell’evoluzione del Braccio: si tratta solo del frutto dell’immaginazione di un uomo in preda a chissà quali droghe oppure sotto c’è qualcos’altro?

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Ripresa della sottotrama di Buckhorn
  • Risposte a vecchie domande e nuovi interrogativi
  • Il quartetto dell’FBI
  • Kyle McLachlan sempre monumentale
  • Bobby Briggs
  • Tim Roth sprecato in un ruolo di secondo piano

 

Dopo la bomba sganciata da Lynch con l’episodio precedente (e non è solo un gioco di  parole dovuto alla presenza nella narrazione del primo test atomico), Twin Peaks torna su binari più “normali” (per quanto possa essere normale un’opera del regista di Missoula) e dà qualche risposta, senza però rinunciare a offrire allo spettatore nuovi misteri e nuove domande su cui rimuginare.

 

The Return, Part 8 3×08 0.24 milioni – 0.1 rating
The Return, Part 9 3×09 0.35 milioni – 0.2 rating

 

 

 

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Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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