Mindhunter 1×05 – Episode 5TEMPO DI LETTURA 5 min

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Bill:Who killed her?
Rose: “I don’t know

 

Il quesito che chiude l'”Episode 5″ di Mindhunter apre le porte, in un sol colpo, a diverse riflessioni, riguardanti tanto la serie quanto l’episodio stesso. Le parole di Rose concludono in perfetta sintesi una puntata atipica a più livelli. Innanzitutto perché, forse per la prima volta, è una puntata in cui non ci sono affascinanti dialoghi con pluri-omicidi e sequence killer o riflessioni teoretiche avente basi e risposte concrete, anzi tutt’altro. D’altronde è lo stesso Holden a chiedersi, di fronte ad un irritato Bill, se il caso-Beverly Jean rientri o meno nella loro giurisdizione. E allora quel “non lo so” diventa l’equivalente by Mindhunter del “42” di Douglas Adams: una risposta precisa ma allo stesso tempo vaga e ambigua, che vale per “tutte le domande fondamentali” che Holden e Bill si pongono continuamente, spesso troppo “grandi” e complesse per averne una sola, chiara, semplice e per forza di cose riduttiva.
“Episode 5” si sofferma allora per la sua totalità (solito incipit misterioso a parte) sul caso-Beverly Jean. Dopo diversi interrogatori, tra l’altro cominciati già un episodio fa, ci si aspetterebbe che, come per il “sequence killer” delle signore anziane-con-cane, alla fine il caso venga risolto, no? Inoltre, il “42” aleggia per tutto l’episodio, con l’abile script di Jennifer Haley che porta a pensare, passo passo, a risposte ogni volta diverse ma intrise di assoluta certezza: “Sì, è sicuramente Benjamin“; ma una volta nominato Frank ecco i primi sospetti, prima della scoperta dell’agente Mark che sembra confermarli, e allora via: “Ok, è stato sicuramente lui“; arrivano però i dubbi insinuati dalle parole a turno di ogni elemento del triangolo familiare, fino a: “Va bene, è sicuramente Benjamin“. Infine arriva la scioccante confessione di Rose, che sembra mettere una pietra sopra sulla vicenda. Invece ecco subentrare quello spiazzante “I don’t know?“. Eppure, è strano, a fine visione non c’è un ombra di frustrazione.
In primis perché, grazie al binge-watching netflixiano, lo spettatore può immediatamente guardarsi la puntata successiva. Come ormai ci ha insegnato la formula Netflix, su tutte basti pensare all’escamotage delle cassette di 13 Reasons Why, nulla è fatto a caso. Come una volta (e, ovviamente, ancora adesso) i tempi e i punti di svolta narrativi di un episodio, o semplicemente LA battuta finale in una sit-com, venivano scanditi e decisi a monte già in previsione delle interruzioni pubblicitarie. Oggi Netflix, pur rimanendo piattaforma produttrice votata alla libertà creativa, è ben conscia di dove e in che momento della fruizione piazzare i propri punti di snodo. Questo per dire che se solo recentemente si è dato un nome, binge-racing, alla “gara” tra gli utenti per chi completa il prima possibile la stagione rilasciata dalla piattaforma, chi produce le serie l’ha ben chiara da molto tempo.
In secondo luogo, ed è sicuramente quello più rilevante dal punto di vista critico e analitico, è che l’assenza di frustrazione è soprattutto dovuta dall’assoluta qualità del prodotto. Come, proprio in questi lidi, non ci si è mai stancati di ripeterli per quanto riguardava The Leftovers (o Better Call Saul, et similia), anche in questo caso lo spettatore può godere di ogni singola scena, di ogni iterazione tra i protagonisti, di Bill e Holden tra loro (semplicemente fantastica la sequenza in hotel, capace di sintetizzare, con piccolissimi gesti e micro-espressioni, il rapporto tra i due) e con la gente del posto. Ma quello che più colpisce è del modo, sopraffino e ben cadenzato, che hanno protagonisti e racconto di crescere all’unisono, intervista dopo intervista, interrogatorio dopo interrogatorio, arrivando anche a influire sui personaggi secondari che gravitano attorno a loro.
Il caso dell’agente Mark, in quest’ultimo senso, è emblematico. In “Episode 4” e per la prima parte del successivo, lo si vede ricoprire una passiva funzione di puro spettatore. Ma col procedere dell’indagine, lo si vede diventare sempre più attivo. Mark osserva i più esperti agenti federali, lo mettono a disagio ma allo stesso tempo ne è completamente affascinato, arrivando infine ad imitarli e ad imparare i loro metodi (basti vedere il primo incontro con Rose, in cui lo si vede gestire inizialmente il colloquio). D’altronde è lui a risolvere praticamente il caso (o almeno contribuisce alla svolta), spingendo Rose alla confessione, intuendone la debolezza più grande, ossia l’incolumità del figlio. Le lezioni che Bill e Holden tengono per tutto il paese, e che ricordiamo la loro collaboratrice Wendy Carr considera un peso per il loro studio, finiscono per avere i loro primi effetti evidenti.
Ma è sul finale che “Episode 5” e forse tutta questa prima parte di stagione raggiunge il proprio apice tecnico e qualitativo. Il racconto finale di Rose, già potente nei contenuti, viene elevato ulteriormente da uno spaventoso (in senso positivo) montaggio sonoro, con suoni extra-diegetici alle immagini del presente, ma diegetici con la descrizione di Rose, mentre Tobias Lindholm, regista di puntata, filmaker e sceneggiatore danese, mette in mostra tutta la nomination agli Oscar del 2016 (per il miglior film straniero Krigen). Mindhunter, infatti, non è solo un’indagine approfondita, sofisticata e coinvolgente dell’animo umano, “devianze” e non, è anche e soprattutto grande cinema.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Tutto (sì, siamo ripetitivi)
  • Indovinate? 

 

Mindhunter è semplicemente la risposta alla domanda fondamentale sulle serie (Meglio del cinema? C’è davvero qualità? Non sono diventate ormai troppo di massa?), Netflix (Sopravvalutata? C’è crisi? Ormai non fa serie ruffiane e sempre uguali?) e tutto quanto (Non sarebbe forse meglio avere una vita sociale?). Decidete voi quale, noi ne abbiamo già una ben precisa in mente (e no, non è 42).

 

Episode 4 – 1×04 ND milioni – ND rating
Episode 5 – 1×05 ND milioni – ND rating

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall’HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo…

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