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Star Trek: Discovery 2×05 – Saints Of ImperfectionTEMPO DI LETTURA 6 min

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Altalenante. Se si volesse sintetizzare in un’unica parola il giudizio sulla prima parte della seconda stagione di Star Trek: Discovery, questo sarebbe l’aggettivo più adatto. E’ come se Kurtzman e soci fossero alla spasmodica ricerca della formula per l’episodio perfetto, confezionando storie ora solide e convincenti, ora confusionarie e raffazzonate. Purtroppo “Saints Of Imperfection” corrisponde a questo secondo caso, raffreddando così gli entusiasmi riaccesi la scorsa settimana da “An Obol for Charon”.
Eppure gli ingredienti per realizzare un’altra ottima puntata c’erano tutti: la scomparsa di una delle protagoniste, il suo salvataggio, il ritorno sulla Discovery di vecchie conoscenze, il coinvolgimento della famigerata Sezione 31… tanto potenziale malamente sprecato, prima di tutto, dalle capacità recitative di Sonequa Martin-Green, che nei panni di Michael Burnham non è mai stata attrice da Emmy ma mai come nei momenti di pathos di questa settimana, come la scoperta del “rapimento” di Tilly o i confronti vis-à-vis con la Georgiou e Tyler, ha fatto rimpiangere la mancanza di un’interprete ben più espressiva e abile. Ma questa è solo la punta di un iceberg composto al 90% dalle colpe di una scrittura sbrigativa e disattenta, interessata più alla creazione di momenti adrenalinici e colpi di scena ad effetto che alla qualità e alla coerenza.
Qui è d’obbligo una piccola ma fondamentale premessa: fantastico non è sinonimo di anarchia creativa, così come la famosa sospensione dell’incredulità non è sinonimo di violazione assoluta di qualsiasi logica e di qualsiasi coerenza. Tutto quello che succede nelle pagine di un romanzo fantasy o nelle scene di un film di fantascienza deve essere coerente con le regole e i principi stabiliti dall’autore stesso nel momento in cui ha creato quell’ambientazione o, se va in apparente contrasto con essi, deve avere una spiegazione credibile in quel contesto. Il problema sorge quando le cose accadono semplicemente perché devono accadere o, peggio, quando la spiegazione che c’è dietro è risibile o puerile, e tornando a Star Trek: Discovery è proprio quello che succede con la resurrezione del dottor Culber, che vorrebbe essere un colpo di scena epocale ma finisce solo per affossare una storyline già resa abbastanza ridicola dall’immagine di Tilly trasportata a Narnia nella rete miceliale per sconfiggere la Strega Bianca l’intruso misterioso che contamina l’ecosistema dei funghi multidimensionali. Il meccanismo alla base della “rinascita” del buon vecchio Hugh nel subspazio fungino è, sostanzialmente, il potere dell’amore di Stamets: una spiegazione che probabilmente sarebbe indigeribile persino in un fantasy (uno serio almeno), ma che in un universo narrativo che ha sempre cercato di mantenere, nei limiti del possibile, una plausibilità scientifica e una credibilità degna del filone hard sci-fi ha lo stesso effetto che avrebbe un siparietto di peti e scoregge in Mad Men. C’è anche parecchia confusione sulla “natura” del buon vecchio Hugh, perché prima viene detto che la rete miceliale lo aggredisce percependolo come materia estranea ma poi, al momento di tornare sulla Discovery, salta fuori che non può farlo perché è stato ricostruito dagli JahSepp utilizzando proprio materia esotica appartenente al subspazio del micelio! Chiaramente si tratta solo di un mezzuccio per generare apprensione nel povero spettatore facendogli temere che la rinata coppia gay della Discovery debba già separarsi; e infatti, grazie all’eroico sacrificio del bozzolo/blob/fungo multidimensionale, Culber può essere “ricostruito” anche nel suo universo di origine, non prima di aver dato vita all’ennesimo momento strappalacrime corrispondente all’addio fra Tilly e il fungo con le fattezze della sua amica d’infanzia. Tanto era elegante e raffinato il dramma di Saru nella scorsa puntata quanto plateali e goffi quelli creati in “Saints of Imperfection”.
Il ritorno di Hugh Culber nella ciurma della Discovery apre un’altra questione. Non possiamo sapere se si tratti di una mossa pianificata già nella scorsa stagione o meno, ma è forte l’impressione che gli autori abbiano cedute alle insistenze di un fandom che reagì abbastanza male alla morte del personaggio, sbandierando a destra e a manca l’hashtag #BuryYourGays e minacciando di non seguire più la serie per aver stroncato sul nascere la prima coppia omosessuale ufficiale della saga. Sia chiaro, la morte di Culber all’epoca sembrò solo l’ennesimo colpo di scena scioccante e nella recensione a “Despite Yourself” chi scrive si lamentò non poco di tale scelta, perché eliminava sul nascere tanti spunti interessanti da approfondire; ma la prospettiva che i social media diano a spettatori così poco maturi, incapaci di distinguere realtà e fantasia e di accettare le scelte (giuste o sbagliate) di autori e sceneggiatori, il potere di influenzare a tal punto una grande produzione è agghiacciante, degna di uno scenario distopico. Persino noi recensori, che tante volte ci lamentiamo dei difetti di questo o quell’episodio e nel nostro piccolo suggeriamo come si poteva fare diversamente, non vorremmo mai vivere in un mondo in cui i team creativi siano privati di qualsiasi potere decisionale e debbano piegarsi a ogni capriccio degli elementi più tossici del fandom. Ma c’è di più: la morte di Culber fu tanto contestata per via dell’orientamento sessuale del personaggio, come se sottintendesse un atteggiamento omofobo da parte dei creatori dello show. Cosa peraltro ridicola, visto che almeno parte della prima stagione fu scritta da Bryan Fuller, dichiaratamente omosessuale. Esigere una maggiore presenza di personaggi con orientamenti sessuali, culture e carnagioni diverse da quelle del prototipo occidentale caucasico etero è un atteggiamento lodevole, ma pretendere che essi siano trattati come specie protette intoccabili e non possano essere uccisi o utilizzati per ruoli “negativi” (immaginate l’ondata d’indignazione che un villain gay creerebbe fra tanti SJW e alfieri del politically correct) è probabilmente più razzista e sessista del razzismo e del sessismo stessi. E purtroppo molti indizi fanno temere che la nostra cultura stia andando in questa direzione, inneggiando all’uguaglianza e alla libertà ma solo per sprofondare in un nuovo e ancora più deleterio conformismo. Meditate gente, meditate.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il comparto visivo e gli effetti speciali
  • Attesi ritorni sulla Discovery…
  • … ma le capacità recitative della Martin-Green depotenziano notevolmente questi momenti di pathos
  • Tilly trasportata a Narnia per fermare la bestia cattiva
  • La gestione a dir poco ridicola del ritorno del dottor Culber e il sospetto che si tratti di un contentino per i fan

 

“Saints of Imperfection” guadagna l’ambitissimo titolo di peggior episodio di Star Trek: Discovery trasmesso finora, riuscendo non solo a superare “Point of Light” ma persino quell’indegna buffonata di “Magic to Make the Sanest Man Go Mad”. Confidiamo che si tratti solo di un incidente di percorso e che il tempo rimanente sia sufficiente per correggere il tiro; ma il brutto di una stagione di quattordici episodi è che ce ne sono ancora nova per fare peggio.

 

An Obol For Charon 2×04 ND milioni – ND rating
Saints Of Imperfection 2×05 ND milioni – ND rating

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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