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Jeffrey Epstein: Filthy RichTEMPO DI LETTURA 5 min

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La docuseries di quattro episodi rilasciata su Netflix creata da Lisa Bryant arriva sulla scia del (quasi omonimo) libro “Filthy Rich: The Shocking True Story of Jeffrey Epstein”, scritto nel 2016 dal trio James Patterson, John Connolly e Tim Malloy. Nonostante possa sembrare più che normale che una docuseries del genere sia rilasciata dopo la morte del diretto interessato per evitare procedimenti penali per diffamazione – Epstein in questo caso – va notato sin dal principio che Lisa Bryant era già al lavoro sul progetto nove mesi prima che venisse arrestato. Il tutto sotto il nome di The Florida Project, poi abbandonato onde evitare l’attenzione delle persone sbagliate.

LA RIDONDANTE TIMELINE


Nei quattro (lunghissimi) episodi diretti da Lisa Bryant emerge prepotentemente una ed una sola necessità: dare spazio alle vittime. Praticamente un obbligo morale visto quanto è accaduto per mano di Jeffrey Epstein (e Ghislaine Maxwell) ma anche quanto non è accaduto per colpa di un sistema giudiziario/politico chiaramente troppo invischiato negli affari di Epstein. Ed è un approccio interessante perché, invece che focalizzarsi solo sul mero punto di vista investigativo, la docu-serie offre una miriade di punti di vista differenti che aiutano ad idealizzare al meglio i crimini perpetrati da questo pedofilo, coadiuvato da amici e dipendenti pagati profumatamente.
Già dalla prima puntata però emergono due grossi problemi che – spoiler alert – andranno a manifestarsi in maniera pressoché costante nelle successive tre ore: da un lato ci sono troppe interviste che si susseguono ripetendo costantemente lo stesso tipo di informazioni, senza aggiungere dettagli rilevanti per lo spettatore; dall’altro la timeline degli eventi è presentata in maniera molto confusa, tra continui e ripetuti passaggi da una decade all’altra. Ricordando qual è lo scopo, la storia principale potrà essere anche chiara ma i continui salti temporali non aiutano la digestione, specie se non si è a conoscenza degli eventi.

BFF


Tralasciando il punto di vista delle vittime, che ha il suo fascino ma non può chiaramente essere riproposto per quattro ore di fila, un punto molto interessante mostrato in Jeffrey Epstein: Filthy Rich è la rete di connessioni ufficiale e presunta del finanziere/stupratore/filantropo (stando alle dichiarazioni del 2002 di Bill Clinton: “Jeffrey is both a highly successful financier and a committed philanthropist with a keen sense of global markets and an in-depth knowledge of twenty-first-century science“).
Da Donald Trump a Bill Clinton, passando per la monarchia inglese e proseguendo con Hollywood (Kevin Spacey, Woody Allen) e Wall Street, Epstein aveva le mani in pasta ovunque ed è stato protetto esattamente per questo motivo. Lisa Bryant non è interessata ad approfondire questo lato ma, nelle quattro ore a disposizione, avrebbe sicuramente aiutato a tenere più alto il ritmo narrativo “alleggerendo” un po’ anche la visione.

QUELLA FAMOSA IMPARZIALITÀ MISTA A OMERTÀ


La cosa che più salta all’occhio nel proseguo della visione di questi quattro episodi è la parziale visione che viene offerta allo spettatore. Partendo dal presupposto di non sapere niente della storia di Epstein in modo da guardare oggettivamente al tipo di informazioni offerte dal lavoro della Bryant, più si prosegue e più sorgono domande che non avranno una risposta. Domande più che lecite (“Perchè personaggi così coinvolti nella storia di Epstein, come Bill Clinton, Donald Trump o Prince Andrew, non sono sotto alcun processo mediatico?” o “Perchè Alexander Acosta non è sotto accusa per il patteggiamento e la successiva gestione del caso Epstein”?“) e abbastanza spontanee (“Non è abbastanza scontato che sia stato ucciso per evitare di coinvolgere altre “celebrità”?” o “Che fine ha fatto Ghislaine Maxwell?“) non vogliono essere approfondite, vuoi perché non sono il punto focale della Bryant, vuoi perché semplicemente erano troppo scomode per essere affrontate.
Questa parziale visione della storia vizia l’intero prodotto perché, intrinsecamente, porta a dubitare dell’oggettività di alcune posizioni ostentate e, conseguentemente, irrita un po’ lo spettatore. Toccare certi argomenti, mostrando la punta dell’iceberg, per poi sagacemente schivarli non è proprio una scelta di cui essere fieri. Specie se si accompagna lo spettatore a collegare i puntini (Trump, Weinstein, Clinton, Dershowitz, Spacey) ma poi non si ha il coraggio di unirli/approfondirli, creando di fatto allusioni che rimangono silenti come fin troppe vittime di Epstein e della sua cerchia.

VICTIM OR PERPETRATOR?


Oltretutto, e questo è probabilmente il vero confine che ogni spettatore deve decidere se oltrepassare o meno, nel taglio documentaristico voluto da Lisa Bryant, tutte le vittime sono dipinte meramente come “vittime degli abusi” ma, al tempo stesso, la storia che alcune di esse raccontano (pur contestualizzando il tutto: minorenni, vittime di abusi o di una situazione difficile già a casa, bisogno di soldi, ecc.) mostra anche un’altra facciata che non può non essere considerata. Alcune vittime intervistate (Courtney Wild e Hayley Robson su tutte) hanno infatti fatto da “talent scout” (passateci il termine) nei licei americani, salvo poi accorgersi dell’errore commesso e uscire da questo loop di stupri e favoreggiamento della prostituzione dopo diversi anni e diverse decine di ragazze reclutate per saziare gli istinti dell’uomo.
Non è intenzione e soprattutto non spetta a chi sta scrivendo queste righe commentare la storia in sé, visto che va oltre la normale comprensione di una persona che non ha mai vissuto in prima persona abusi di questo tipo, va però fatta una piccola riflessione sul modo in cui il tutto è stato raccontato nelle interviste. Se da un lato si offre il lato personale della vicenda, dall’altro non si affrontano le conseguenze reali che le azioni di una Courtney Wild o di una Haley Robson hanno avuto sulle ragazzine che hanno mandato in pasto ad Epstein, ed è questo il vero tassello mancante in una docu-serie che dovrebbe fornire una visione il più oggettiva possibile mentre prova a raccontare una storia così delicata.

… THEM ALL!


Hunting Grounds 1×01
Follow The Money 1×02
The Island 1×03
Finding Their Voice 1×04

 

Come si può vedere sia dai voti singoli che dal voto finale, Jeffrey Epstein: Filthy Rich è un prodotto altalenante che solo sporadicamente offre quel qualcosa in più per ergersi sopra la sufficienza. Dopo tutta la fatica fatta per recuperare tutte queste informazioni, con più coraggio, meno interviste ridondanti, e in generale un minutaggio inferiore, si sarebbe potuto avere più concretezza. Così com’è, purtroppo, è solo utile per fare un recap della discutibilissima vita di Epstein e basta: occasione sprecata.

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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