Da sempre, la saga di Star Trek è stata il territorio della sperimentazione e dell’ibridazione di generi. Inizialmente era più una necessità che una scelta: i costumi e le scenografie spaziali costavano troppo, quindi era molto più economico riciclare i set e gli oggetti di scena dei peplum o dei western. Da qui episodi a loro modo geniali come “Spectre of the Gun“, “A Piece of the Action” e “Bread and Circuses“.
Oggi, invece, è più un vezzo artistico, una voglia di provare cose nuove o di concedere agli scrittori un momento di pausa per non dover sempre creare trame fantascientifiche (anche perché se i risultati sono quelli di “Wedding Bell Blues” è meglio che stiamo fermi). O ancora di esplorare i meccanismi metanarrativi, come succede nel caso di questo quarto episodio che finisce per riflettere sulla funzione stessa di Star Trek, e in generale della fantascienza, nella società. Raggiungendo così qualche apprezzabile picco concettuale, bisogna riconoscerlo.
UN FILLER A SUO MODO INUTILE
Giudicare “A Space Adventure Hour” non è facile. Se lo si guarda all’interno della narrazione, è un filler. Per di più abbastanza inutile, visto che l’unico apporto significativo all’evoluzione dei personaggi è il bacio finale tra Spock e La’an che si poteva ottenere (e forse sarebbe stato persino più efficace) anche al termine di una concitata missione spaziale.
E a poco serve lo spazio maggiore concesso a Scotty, visto che la sua incarnazione più giovane manca completamente del brio che avrà la sua controparte matura interpretata da James Doohan. Anzi, sembra il classico scienziato/ingegnere nerd un po’ impacciato perché così fa ridere di più.
Anche il caso imbastito sul ponte ologrammi, al di là della curiosità iniziale di vedere i membri dell’equipaggio conciati da improbabili artisti e impresari degli anni ’60, è piuttosto dozzinale. Lo stesso impiego del ponte ologrammi crea una vistosa contraddizione con la lore, visto che si tratta di una tecnologia introdotta solo un secolo dopo in Star Trek: The Next Generation. E infatti, per evitare problemi, gli autori tirano fuori la paraculata (non esiste altro termine per indicarla): il ponte ologrammi è troppo dispendioso a livello energetico e quindi va accantonato, nascosto, sarà ripreso dalle future generazioni che sapranno usarlo meglio. Evidentemente tutti i casini di continuity provocati dal motore a spore di Discovery non hanno insegnato nulla a chi scrive la serie…
A COSA SERVE LA FANTASCIENZA
Al contempo, il caso che ruota intorno all’omicidio del produttore di The Final Frontier è un mezzo piuttosto interessante per riflettere metanarrativamente sulla stessa Star Trek e sulla fantascienza televisiva. La serie fittizia è infatti una palese copia/omaggio/parodia della serie originale del 1966, con le donnine dell’equipaggio scosciate, i dialoghi iperbolici, gli effetti speciali e i costumi palesemente caserecci. E proprio come la serie originale, The Final Frontier va incontro a una cancellazione prematura.
Ora, tante serie vengono cancellate ogni anno, e per quanto sia un danno per chi ci lavora si può sempre aderire ad altri progetti e continuare altrove la propria carriera. Allora, perché proprio la cancellazione di The Final Frontier/Star Trek serie originale fa così male? Lo spiega Uhura, o meglio il suo alter ego Joni Gloss: la fantascienza è qualcosa che non esiste, rappresenta un’utopia, ma anche un mondo ideale a cui aspirare, nel quale non esistano distinzioni di razza, sesso o religione. Ovviamente, precisiamo, questa è l’idea della fantascienza che aveva Roddenberry e che le varie serie Trek hanno cercato, chi più chi meno, chi meglio chi peggio, di restituire.
Perché, diciamoci la verità, nel mondo odierno pieno di guerre, crisi, mancanza di lavoro, storture, criminalità, ingiustizie, immaginare anche solo per il breve arco di un episodio che possa esistere, magari non oggi, magari non domani, ma in futuro, un mondo migliore è rassicurante. E’ questa la molla di Star Trek. E anche se qualche veterano della serie potrebbe trovare ridondante o persino fastidioso sentirsi fare la morale in questo modo, è sempre bene ricordarlo al pubblico.
ARIPIGLIATE PIKE!
In tutto questo, la cosa più dolorosa da rilevare è la totale perdita di centralità del capitano Pike. Quello che nella prima stagione sembrava l’eroe tragico attorno a cui sarebbe stata imbastita tutta la storia è ormai una figura pallida e stanca, poco più utile delle comparse in maglia rossa che apparivano nella serie classica e morivano nel corso dell’episodio stesso.
La scelta di conferire maggiore coralità alla narrazione è senza dubbio ammirevole, ma è dall’inizio della stagione che il capitano sembra a malapena presente sulla nave e al comando. La cosa si può giustificare fino a un certo punto con i gravi dilemmi personali che sta affrontando, è una palese incapacità della scrittura di continuare a valorizzare un personaggio sul quale si hanno ancora grandi aspettative.
In compenso, è bello vedere l’evoluzione di Spock, la sua progressiva umanizzazione. Certo, la relazione con La’an potrebbe dar vita a un triangolo amoroso con Chapel e da lì al pasticcio il passo è breve. E la scrittura della stagione finora non permette di nutrire molte speranze sul modo in cui un simile scenario verrebbe sfruttato. Ma Star Trek ha sempre insegnato la fiducia nel futuro, e noi per l’ennesima volta vogliamo dare fiducia agli sceneggiatori. Sperando non sia mal riposta.
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Un episodio che riflette su sé stesso e sul suo ruolo nella società contemporanea in un filler ampiamente inutile per la trama e i personaggi.
