Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale 
| All’inizio del XVII secolo, da qualche parte in Germania, un soldato misterioso arriva in un villaggio protestante isolato. Di statura minuta e di indole modesta, con il volto sfigurato da una cicatrice, lo straniero sostiene di essere l’erede di un podere da tempo abbandonato e mostra un documento per avvalorare la sua pretesa davanti agli abitanti, pieni di sospetti. Col passare del tempo riesce a dissipare i loro dubbi e, dimostrandosi un uomo laborioso e timorato di Dio, entra a far parte della comunità. Eppure, la sua ricerca di accettazione si fonda su una menzogna spudorata. La vera e contorta storia di una truffatrice che, sfidando la sua nascita come donna, visse da uomo e ingannò un intero villaggio. |
C’erano aspettative piuttosto alte attorno a Rose, e non soltanto per il soggetto. Chi scrive aspettava con una certa trepidazione questo film soprattutto per la presenza di Sandra Hüller, attrice che dopo Anatomia Di Una Caduta (e anche di The Zone Of Interest) si è imposta come uno dei volti più eleganti del cinema europeo contemporaneo. Il suo modo di abitare i personaggi è sempre misurato, mai sopra le righe, e qui si trova davanti a una sfida complessa: interpretare una donna nel XVII secolo che si finge uomo.
Un ruolo delicatissimo, anche simbolicamente, che arriva in un momento cruciale della sua carriera. Dopo la nomination agli Oscar, Hüller è ormai un nome internazionale, attesa anche in produzioni molto più mainstream come Digger di Alejandro G. Iñárritu con Tom Cruise e Project Hail Mary con Ryan Gosling (per maggiori approfondimenti circa questi film il consiglio è di recuperare la puntata delle Scommesse del 2026). Eppure sceglie un progetto tedesco, austero, radicale, quasi anti-spettacolare. Una scelta coerente con il suo percorso artistico.
LA DOLCE VITA DEL XVII SECOLO
Il film è ambientato nella Germania del XVII secolo, ma potrebbe trovarsi in qualsiasi angolo d’Europa. E questo è uno dei suoi maggiori pregi: la storia non è “teutonica”, non è legata a un contesto culturale strettamente locale. L’ottusità, il patriarcato, l’impossibilità per una donna di autodeterminarsi erano realtà diffuse in tutto il continente. Fingere di essere uomo, all’epoca, non era solo un atto di ribellione sociale: era un rischio concreto di carcere o addirittura di pena di morte. Il film non ha bisogno di didascalie per farlo capire, lo si percepisce nell’aria che si respira, negli sguardi, nelle minacce implicite.
La regia di Markus Schleinzer è coerente con questa impostazione. Come dichiarato in conferenza stampa, il regista non era interessato a mostrare il dolore in maniera esplicita. Non voleva aggiungere ulteriore violenza visiva in un panorama cinematografico già saturo. E questa scelta si nota fin da subito: anche una scena potenzialmente spettacolare, come il tentativo di sparare a un orso che attacca delle persone, avviene fuori campo. L’azione non è mai centrale. È sempre elusa, suggerita, trattenuta.
Lo stesso discorso vale per il bianco e nero, una decisione tutt’altro che estetica. Schleinzer lo utilizza per “rearrange the focus”, per spostare l’attenzione dalla spettacolarità alla sostanza. Il bianco e nero spoglia l’immagine, elimina distrazioni, concentra lo sguardo sui volti, sui corpi, sui dettagli. È una scelta che rafforza l’atmosfera sospesa e quasi atemporale del film, rendendolo più universale.
Sandra Hüller, dal canto suo, lavora di sottrazione dato che la sua interpretazione non è mai caricata, anzi è sempre molto “trattenuta” proprio per mantenere la facciata da uomo piuttosto che da donna. Il travestimento non è costruito come performance teatrale ma come progressiva interiorizzazione di un’identità necessaria. Non c’è compiacimento nel gesto, non c’è eroismo dichiarato, è solo sopravvivenza. C’è tensione costante di essere scoperta e c’è anche il peso di una menzogna che diventa piano piano una nuova identità con cui Rose deve venire a patti per veder realizzate le sue ambizioni.
DOMANDE A CUI RISPONDERE
Rose è un film scorrevole, più di quanto la premessa possa far pensare, e riesce a mantenere un interesse costante grazie alla solidità dell’interpretazione e alla coerenza formale. Tuttavia non è privo di difetti, anche se minori. Il problema emerge soprattutto a posteriori, quando si rielabora la visione.
Alcuni nodi narrativi restano sospesi in modo non del tutto soddisfacente. Non si tratta di piccoli dettagli trascurabili, ma di questioni centrali che avrebbero meritato maggiore approfondimento. Il caso più evidente è quello della gravidanza, un elemento che apre interrogativi importanti e che viene trattato in maniera quasi ellittica, lasciando lo spettatore con una sensazione di incompiutezza. Non è l’ambiguità il problema, quanto la mancanza di un vero sviluppo.
Rose è un film coerente, elegante, controllato, forse fin troppo controllato. La scelta di sottrarre, di non mostrare, di non spiegare diventa a tratti eccessiva e rischia di privare la storia di una dimensione emotiva più potente.
Resta comunque un’opera solida, sostenuta da un’interpretazione di alto livello e da una regia consapevole delle proprie scelte. Non è un film che urla, non è un film che scandalizza. È un film che osserva, che suggerisce, che chiede allo spettatore di colmare i vuoti. E forse è proprio lì, in quei vuoti, che si gioca il vero giudizio su Rose.
| TITOLO ORIGINALE: Rose REGIA: Markus Schleinzer SCENEGGIATURA: Markus Schleinzer, Alexander Brom INTERPRETI: Sandra Hüller, Caro Braun, Marisa Growaldt, Godehard Giese, Augustino Renken DISTRIBUZIONE: Cinema DURATA: 93′ ORIGINE: Austria, Germania 2026 DATA DI USCITA: presentato in anteprima alla 76ª Berlinale |



