
Jordan Firstman firma un adult coming of age queer, sporco, notturno e sorprendentemente emotivo, tra clubbing newyorkese, droghe e paternità improvvisa.
Sinossi
Peter è un organizzatore di feste newyorkesi immerso in una routine fatta di clubbing, droghe, sesso e alcol. Quando nella sua vita irrompe improvvisamente un figlio di sette anni di cui deve occuparsi, il suo fragile equilibrio autodistruttivo viene costretto a fare i conti con una forma di responsabilità mai davvero contemplata prima.
Jordan Firstman è quello che in molti definirebbero come un “upcoming name”, soprattutto noto nel mondo gay/queer/trans, ovvero una persona che sta riscuotendo sempre più successo e sembra destinata a raggiungere una notorietà globale nel breve-medio periodo se continua sulla stessa strada che lo ha portato fino a qua. E dopo la visione di Club Kid, suo esordio da regista in un lungometraggio, dopo diversi corti e un paio di episodi in tv, Firstman continua la sua scalata.
Probabilmente nessuno descriverebbe Club Kid come una pellicola “coming of age”, perché il termine è riferito alla crescita dall’adolescenza verso l’età più adulta, però Club Kid è un coming of age, solo che è spostato più in là con gli anni. Firstman, qui nel triplice ruolo di regista, sceneggiatore e attore protagonista, si carica letteralmente sulle spalle l’intero film e lo fa partendo da premesse ad altissimo tasso di stupefacenti: Peter è un giovane organizzatore di feste newyorkesi che usa e abusa di droghe, sesso e alcol come se non ci fossero conseguenze, e il tutto è ben esplicitato nei primi 10 minuti.
È poi con un salto temporale “some years later”, che poi si scoprirà essere di circa otto anni, che le cose diventano improvvisamente più “adulte” con l’arrivo improvviso di un figlio di sette anni che gli viene lasciato a carico. E in tutti questi anni Peter non ha mai cambiato stile di vita, anche se l’età che avanza ha sicuramente influito sui suoi tempi di recupero e sulla voglia di far festa ogni sera.
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COMING OF AGE ADULTO
La sensazione che si ha guardando Peter è quella di un ragazzo che, come si autodefinirà poi lui a un certo punto, è “like any other faggot in New York: damaged goods”, ed è un’ottima definizione perché Peter è senza lavoro, fa solo festa e vende droghe alle solite persone, ovviamente testandole anche su se stesso. Firstman dipinge un affresco di un personaggio perso nella vita soprattutto, ma non solo, a causa delle droghe, e l’arrivo di un figlio improvviso non può che portare a un cambiamento, volontario o involontario che sia.
Ed è in questo cambiamento, che dura 126 minuti, che Jordan Firstman dimostra tutta la sua bravura, sia dal punto di vista registico, sia dal punto di vista recitativo, con una performance toccante che non può andare inosservata e che a volte arriva come un pugno nello stomaco nonostante una buonissima dose di battute e sarcasmo che alleggeriscono la pellicola. Ad accompagnarlo in questo “coming of age” ci sono l’amica e compagna di feste e droghe Sophie, interpretata da una Cara Delevingne con un minutaggio molto risicato, e soprattutto Arlo, il giovanissimo Reggie Absolom che ricorda moltissimo Owen Cooper di Adolescence, anche se ha già più esperienza, tra un paio di episodi di Silo e The Other Bennet Sister.
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PADRI, FIGLI E CLUBBING
La chimica tra Firstman e Absolom è palpabile e lo spettatore è totalmente catturato in questa nuova e forzata relazione padre-figlio, una relazione che ovviamente ha un impatto sulla vita di entrambi. La cosa che più diverte e piace, però, è proprio vedere l’impatto di Arlo nella vita e nelle amicizie di Peter. Firstman in questo è bravissimo perché offre una prospettiva nuova e fresca che alcuni potrebbero quasi definire un About A Boy con un’infinità di droghe e clubbing ambientato nel mondo gay.
La realtà è che in 126 minuti Firstman non annoia mai, anche merito di un’ottima colonna sonora firmata dal sempre fantastico Cristobal Tapia de Veer, lo stesso autore della sigla di The White Lotus. Anzi, Club Kid accelera prepotentemente a più riprese e concede un finale che si rivela coerente con quanto mostrato in precedenza, ed è un’ottima notizia.
Durante il terzo atto, infatti, c’è un momento in cui la pellicola sembra terminare in maniera veloce e inconclusiva, poi però fortunatamente emergono altri 25 minuti circa che portano il film in una direzione tanto necessaria per concludere questo “adult coming of age”, quanto obbligatoria per non lasciare elementi per strada. Il rischio del film era fermarsi alla provocazione, all’estetica, alla battuta cattiva, al corpo consumato dalla notte e dalla dipendenza. Invece Club Kid trova una sua sincerità emotiva proprio quando smette di sembrare soltanto un racconto di eccessi e inizia a diventare, senza troppe smancerie, il ritratto di qualcuno che deve decidere se continuare a essere “damaged goods” o provare almeno a non distruggere anche qualcun altro.







