
Kiefer Sutherland diventa un prete vigilante in un action scritto da Luc Besson che promette follia e violenza, ma resta troppo superficiale per divertire davvero.
Sinossi
Nella Little Italy di Manhattan, Padre Joe conduce una doppia vita: sacerdote di giorno e vigilante deciso a combattere personalmente la criminalità organizzata. Quando la sua guerra contro la mafia diventa sempre più pericolosa, il prete è costretto a oltrepassare i confini morali del proprio ruolo per proteggere chi considera innocente.
Ci sono film così eccessivi, violenti e volutamente irrealistici da riuscire a trasformare la propria assurdità in un vero punto di forza. John Wick: Chapter 4, per esempio, costruisce proprio sull’esagerazione un universo coerente, riconoscibile e spettacolare. Lo stesso vale, in forme diverse, per Crank, Sisu e altri action che abbracciano completamente la propria follia.
Father Joe, nuovo film diretto da Barthélémy Grossmann e scritto da Luc Besson, vorrebbe appartenere esattamente a questa categoria. Il problema è che riesce a essere eccessivo senza riuscire a essere davvero divertente, violento senza risultare memorabile e assurdo senza costruire attorno alla propria assurdità un mondo credibile.
Presentato nella sezione Venice Open – Fuori Concorso dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film mette Kiefer Sutherland nei panni di un sacerdote ed ex militare che combatte la criminalità organizzata con metodi decisamente poco evangelici. Accanto a lui trovano spazio Ever Anderson e soprattutto Al Pacino, utilizzato come grande nome del cast e antagonista mafioso.
Sulla carta ci sarebbe materiale sufficiente per un action pulp completamente fuori controllo. Sullo schermo, invece, Father Joe finisce per essere sorprendentemente piatto.
PARTE TROPPO TARDI
Il paradosso principale di Father Joe è che, pur partendo da una premessa volutamente folle, impiega troppo tempo prima di concedersi davvero alla follia. La prima metà insiste soprattutto sul passato del protagonista, sul rapporto con la parrocchia, sulla criminalità di Little Italy e sull’incontro con la giovane Felicity, interpretata da Ever Anderson.
Il problema non è l’esistenza di una componente drammatica, quanto l’incapacità della sceneggiatura di costruire rapporti sufficientemente credibili. Father Joe dovrebbe essere contemporaneamente sacerdote, vigilante, mentore, padre mancato e uomo tormentato dal proprio passato. Felicity dovrebbe invece diventare la persona attraverso cui far emergere il suo bisogno di redenzione.
Tutto questo, però, viene quasi sempre raccontato più che realmente costruito. Il film comunica allo spettatore che queste relazioni dovrebbero essere importanti, ma dedica troppo poco tempo a mostrare perché lo siano davvero.
Di conseguenza, quando arrivano i momenti emotivamente più importanti, manca quasi completamente il peso necessario per renderli efficaci. Il risultato è una narrazione sorprendentemente superficiale per un film che continua invece a pretendere di avere qualcosa da dire su fede, perdita e redenzione.
NEW YORK DI CARTAPESTA
A peggiorare la situazione contribuisce anche l’aspetto visivo. Father Joe è una produzione francese e ricostruisce la Little Italy degli anni Novanta attraverso location e set che, troppo spesso, sembrano esattamente quello che sono: set cinematografici.
Il problema non è naturalmente girare New York lontano da New York. Il cinema lo fa da sempre. Il problema è far percepire continuamente allo spettatore l’artificialità degli spazi senza riuscire a trasformarla in uno stile preciso.
È qui che il confronto con John Wick diventa particolarmente impietoso. Quel franchise costruisce un mondo completamente irreale ma estremamente coerente, attraverso location, luci, scenografie e regole visive riconoscibili. Father Joe, invece, sembra spesso confinato dentro una singola strada artificiale, con edifici che non restituiscono mai davvero la sensazione di una città viva.
Un problema che diventa ancora più evidente considerando il tipo di film che Grossmann e Besson vogliono realizzare. Se si sceglie di raccontare un prete armato che dichiara guerra alla mafia, proprio l’immagine dovrebbe essere uno degli strumenti principali con cui vendere allo spettatore quella follia.
SUTHERLAND NON BASTA
Nemmeno il cast riesce davvero a salvare il film. Kiefer Sutherland affronta Padre Joe con la serietà necessaria per rendere minimamente credibile l’idea di un sacerdote che combatte i criminali tra una confessione e l’altra, ma il personaggio rimane incredibilmente bidimensionale.
La sceneggiatura continua ad aggiungergli traumi, motivazioni e conflitti senza trasformarli in una psicologia realmente interessante. Persino il rapporto con Felicity, che dovrebbe rappresentare uno dei nuclei emotivi principali della storia, rimane fragile e poco sviluppato.
Al Pacino, invece, fa quello che può con il materiale che gli viene affidato. Il suo boss mafioso dovrebbe diventare la grande nemesi di Joe, ma anche in questo caso lo scontro rimane molto più iconografico che narrativo. Vedere Pacino contrapposto a Sutherland ha certamente un suo fascino, ma il film sembra spesso affidarsi alla presenza dei due attori invece di costruire qualcosa di davvero memorabile attorno a loro.
È forse questo uno dei difetti più evidenti di Father Joe: ha un cast capace di vendere da solo il progetto, ma non una sceneggiatura capace di sfruttarlo davvero.
QUANDO ESPLODE, DIVERTE
Qualcosa, comunque, funziona. Quando Father Joe smette di preoccuparsi della propria profondità e accetta di diventare semplicemente una gigantesca tamarrata, alcune sequenze d’azione riescono effettivamente a divertire.
Sparatorie, combattimenti e momenti completamente sopra le righe possiedono quella qualità quasi irresistibile che un film del genere dovrebbe avere dall’inizio alla fine. In questi passaggi emerge finalmente l’action movie scritto da Luc Besson che ci si aspettava di vedere.
Il problema è che questi momenti arrivano troppo tardi e rimangono troppo sporadici. Se Father Joe vuole davvero essere un film in cui un sacerdote armato fino ai denti dichiara guerra alla mafia, allora dovrebbe abbracciare completamente quella premessa senza passare metà della durata a costruire con estrema serietà rapporti e drammi che poi non hanno alcuna profondità.
Il finale è infatti probabilmente la parte più riuscita proprio perché il film sembra finalmente capire quale dovrebbe essere il proprio tono. È esagerato, assurdo e sufficientemente folle da regalare almeno qualche immagine divertente con cui uscire dalla sala.
Un meccanismo che, per certi versi, ricorda quanto funzionava nell’altrettanto cafone Road House: anche lì l’assurdità era evidente, ma diventava almeno parte integrante dell’intrattenimento.
UN PILOT DA 106 MINUTI
Arrivati ai titoli di coda rimane una sensazione piuttosto precisa: Father Joe sembra molto più il pilot di una futura serie televisiva che un film realmente autosufficiente.
I personaggi vengono introdotti come se ci fosse ancora moltissimo tempo per approfondirli. Il mondo viene costruito come se dovesse tornare. Le dinamiche tra Joe, Felicity e la criminalità newyorkese sembrano continuamente promettere sviluppi successivi che il film, però, non può permettersi di esplorare davvero.
Paradossalmente, proprio una serie potrebbe correggere alcuni dei problemi principali. Più ore permetterebbero di dare maggiore spessore al protagonista, rendere credibile il rapporto con Felicity, costruire antagonisti meno bidimensionali e soprattutto sfruttare maggiormente quella componente action che qui arriva sempre troppo tardi.
Come film, però, Father Joe rimane un’occasione sprecata. Vuole essere pulp, violento, spirituale, ironico, tragico e fumettistico contemporaneamente, senza sviluppare abbastanza nessuna di queste anime. Qualche scena d’azione diverte e il finale riesce almeno a regalare la follia promessa dalla premessa, ma non basta a compensare 106 minuti di superficialità narrativa, personaggi sottili come fogli di carta e un mondo cinematografico che non riesce mai davvero a prendere vita. Un BURN inevitabile.








