Carrie 1×01 – MenarcaTEMPO DI LETTURA 9 min

Carrie 1x01 Menarca recensione: Summer H. Howell nella serie Prime Video di Mike Flanagan
Recensione Serie TVCarrie Stagione 1 Episodio 1 Menarca Prime Video

Non serviva un'altra Carrie, ma Mike Flanagan trova il modo di dare nuova vita al classico di Stephen King grazie a un pilot dalla scrittura convincente e a una Summer H. Howell eccellente.

Serviva davvero un’altra versione di Carrie? Probabilmente no. Il romanzo di Stephen King del 1974 è già stato adattato diverse volte e il film del 1976 diretto da Brian De Palma resta, a quasi cinquant’anni di distanza, uno degli esempi più riusciti di horror cinematografico. Eppure, dopo aver rivisto proprio la pellicola originale prima di approcciarsi alla nuova serie di Prime Video, bisogna riconoscere che Mike Flanagan sembra aver trovato una risposta convincente alla domanda che inevitabilmente accompagna qualsiasi remake: perché raccontare nuovamente questa storia?

La risposta si trova nei cinquantacinque minuti di “Menarca”, titolo italiano di “First Period”, primo episodio interamente scritto e diretto dallo stesso Flanagan. Un pilot che prende le prime due scene del film di De Palma e le trasforma nel punto d’arrivo di un intero percorso narrativo, approfondendo il contesto familiare, le relazioni scolastiche e soprattutto la psicologia di Carrie White. Il risultato non è una semplice operazione nostalgia, ma un adattamento che dimostra di avere qualcosa da aggiungere a una storia che, sulla carta, sembrava già aver detto tutto.

UN REMAKE DI CUI NON C’ERA BISOGNO


Una delle differenze più evidenti rispetto al film originale riguarda proprio il punto di partenza. Nel lungometraggio del 1976, Carrie è già una ragazza emarginata, perseguitata dalle compagne e incapace di integrarsi nella vita scolastica. De Palma non sente il bisogno di raccontare come si sia arrivati a quella situazione: lo spettatore viene immediatamente catapultato nella partita di pallavolo e nella successiva, traumatica sequenza delle docce, durante la quale Carrie scopre di avere le mestruazioni per la prima volta.

Flanagan decide invece di ripartire molto prima. Il padre di Carrie, già morto da tempo nella versione cinematografica, muore proprio all’inizio della serie, provocando l’intervento dei servizi sociali nella famiglia White. Le autorità scoprono così una ragazza cresciuta praticamente segregata dal mondo esterno, con una madre ossessionata dalla religione e dall’idea che la società rappresenti una minaccia. Carrie viene quindi costretta a frequentare una scuola pubblica, confrontandosi per la prima volta con coetanei, dinamiche sociali e consuetudini che per chiunque altro sarebbero perfettamente normali.

È una modifica tutt’altro che marginale, perché permette di osservare Carrie non soltanto come vittima, ma come adolescente che cerca disperatamente di trovare il proprio posto nel mondo. Non è ancora la ragazza terrorizzata e introversa interpretata da Sissy Spacek: è una sedicenne ingenua, curiosa e persino entusiasta all’idea di stringere nuove amicizie. Lo spettatore assiste progressivamente alla nascita del suo isolamento, anziché trovarlo già consolidato. E questo rende ancora più doloroso sapere dove la storia sia destinata ad arrivare.

Flanagan, del resto, non si limita a espandere il film di De Palma, ma recupera anche alcuni elementi del romanzo originale di King, che avevano trovato meno spazio nella versione cinematografica. La nuova versione televisiva di Carrie annunciata da Prime Video dimostra già in questo esordio una precisa idea di adattamento. L’espansione narrativa, almeno in questo primo episodio, non dà l’impressione di essere un semplice riempitivo necessario a giustificare le otto puntate. Rimane da capire se Flanagan riuscirà a mantenere lo stesso equilibrio anche in seguito, senza diluire eccessivamente una tragedia che De Palma aveva raccontato in poco più di un’ora e mezza.

LA FINE PRIMA DELL’INIZIO


Particolarmente interessante è anche la scelta di raccontare la vicenda partendo dalle sue conseguenze. Il pilot si apre infatti con la distruzione di Chamberlain, anticipando apertamente la catastrofe verso la quale si sta dirigendo la storia. Una decisione intelligente, considerando che il finale di Carrie appartiene ormai all’immaginario collettivo e che fingere di poter sorprendere lo spettatore con la sua inevitabile tragedia avrebbe probabilmente avuto poco senso.

Flanagan utilizza invece una struttura quasi da mockumentary, alternando la narrazione principale a interviste e testimonianze dei personaggi coinvolti negli eventi. Una scelta che recupera lo spirito documentaristico del romanzo di King, costruito anche attraverso articoli, documenti e resoconti successivi alla tragedia. In questo modo, il mistero non riguarda tanto ciò che accadrà, ma come sia stato possibile arrivare a un simile disastro e quali responsabilità abbiano avuto le persone che circondavano Carrie.

La modernizzazione della storia passa inevitabilmente anche dal bullismo. Se nel 1976 l’umiliazione avveniva principalmente davanti agli occhi delle compagne, oggi basta uno smartphone per trasformare un episodio traumatico in un contenuto potenzialmente destinato a circolare all’infinito. È una differenza semplice, ma efficace, perché sposta la violenza dall’ambiente scolastico a una dimensione dalla quale è praticamente impossibile sottrarsi.

E proprio riguardando il film originale emerge anche un’altra riflessione. La celebre scena iniziale delle docce, con attrici adulte che interpretano studentesse sedicenni, presenta una nudità esplicita e una messa in scena apertamente sensuale che oggi risulterebbero quantomeno discutibili. Non è tanto una questione anagrafica delle interpreti, quanto dello sguardo con cui vengono rappresentati personaggi minorenni. Flanagan rinuncia a quell’impostazione e concentra l’attenzione sulla vulnerabilità di Carrie e sulla crudeltà delle altre ragazze. Quasi cinquant’anni dopo, l’umiliazione resta la stessa, ma cambiano radicalmente gli strumenti e il modo di raccontarla.

È proprio questo percorso, costruito con pazienza fino alla partita di pallavolo e alla scena delle docce che chiudono il pilot, a rendere così soddisfacente la scrittura dell’episodio. Due sequenze che De Palma utilizzava per introdurre immediatamente la protagonista diventano qui il punto di convergenza di tutto ciò che lo spettatore ha imparato a conoscere su Carrie.

SUMMER H. HOWELL, UNA CARRIE PERFETTA


Se la scrittura convince, il vero punto di forza dell’episodio è senza dubbio Summer H. Howell. L’attrice canadese, ventiduenne chiamata a interpretare una sedicenne, riesce a restituire con straordinaria naturalezza tutta l’ingenuità, la fragilità e il desiderio di normalità della protagonista. Non cerca di imitare Sissy Spacek, né di costruire una versione artificiosamente inquietante di Carrie. Al contrario, riesce a rendere il personaggio immediatamente umano, suscitando un’empatia che diventa il motore emotivo dell’intero pilot.

Bastano piccoli gesti, espressioni e reazioni apparentemente insignificanti per comprendere quanto Carrie sia impreparata ad affrontare il mondo che la circonda. Howell riesce a essere credibile sia nei momenti di entusiasmo sia in quelli di crescente disagio, rendendo particolarmente dolorosa la consapevolezza che proprio quella curiosità verso la vita finirà per esporla alla crudeltà altrui. È una prova attoriale praticamente inattaccabile, capace da sola di giustificare buona parte dell’investimento emotivo richiesto allo spettatore.

Ottima anche Samantha Sloyan nei panni di Margaret White. L’attrice, volto ricorrente nelle produzioni di Flanagan, tra cui Midnight Mass e The Fall Of The House Of Usher, interpreta una madre inquietante, profondamente religiosa e incapace di distinguere la protezione della figlia dal controllo assoluto della sua esistenza. Il rapporto tra le due rappresenta già uno degli aspetti più interessanti della serie, soprattutto per il modo in cui la protagonista cerca continuamente approvazione da una figura genitoriale che è al tempo stesso il suo unico riferimento affettivo e la principale causa del suo isolamento.

Qualche riserva, almeno per il momento, riguarda invece il resto del cast adolescenziale. Le compagne di scuola di Carrie svolgono efficacemente il proprio compito, risultando superficiali, irritanti e spesso volutamente insopportabili, ma non emergono ancora interpretazioni particolarmente memorabili. È anche vero che i ruoli richiedono esattamente questo tipo di caratterizzazione e che sarebbe prematuro giudicare definitivamente personaggi ai quali la serie deve ancora concedere il giusto spazio.

GLI X-MEN DI STEPHEN KING?


C’è poi una novità che merita qualche riflessione e che potrebbe rappresentare contemporaneamente una delle intuizioni più interessanti e uno dei rischi maggiori dell’intero adattamento. Il pilot lascia infatti intendere che Carrie non sia l’unica persona dotata di capacità soprannaturali. Una misteriosa ragazza riesce a percepire a distanza i poteri della protagonista e sembra fare riferimento a un ambiente nel quale l’esistenza di individui con abilità eccezionali è già conosciuta.

L’idea che possano esistere altre persone dotate di telecinesi non è del tutto estranea al romanzo di King, ma Flanagan sembra voler sviluppare questa componente fino a costruirci una sottotrama autonoma. E qui il pensiero corre inevitabilmente agli X-Men, a Charles Xavier e alla sua scuola per giovani dotati, con tanto di figure misteriose apparentemente interessate a individuare nuovi individui con poteri fuori dal comune.

Il problema non è necessariamente l’idea in sé, quanto la sua familiarità. Si tratta di una dinamica vista e rivista in decenni di racconti supereroistici e soprannaturali, e il rischio è quello di trasformare una tragedia profondamente personale in qualcosa di molto più convenzionale. L’eventuale espansione dell’universo narrativo potrebbe naturalmente rivelarsi un’aggiunta interessante, ma resta da capire quanto sia davvero funzionale alla storia di Carrie e quanto, invece, rischi di allontanarla dal suo cuore emotivo.

È una perplessità che per il momento rimane tale, anche perché il primo episodio non fornisce abbastanza elementi per formulare un giudizio definitivo. E lo stesso discorso vale per la natura fortemente adolescenziale del prodotto. Nonostante la qualità della scrittura, dedicare otto episodi alle vicende scolastiche di una sedicenne, per quanto dotata di poteri telecinetici, non è necessariamente una proposta capace di conquistare qualsiasi spettatore. Il contesto e le dinamiche tra adolescenti rappresentano una componente importante della serie e inevitabilmente ne condizionano l’appeal presso un pubblico più adulto.

Tirando le somme, Menarca rappresenta un esordio decisamente convincente per un adattamento del quale, probabilmente, non si sentiva alcuna necessità. Flanagan dimostra grande padronanza della scrittura e della regia, mentre Summer H. Howell e Samantha Sloyan costituiscono due ottimi motivi per continuare la visione. Restano tuttavia alcune perplessità sul cast secondario, sulla forte componente adolescenziale e soprattutto sulla possibile espansione dell’universo soprannaturale, che rischia di portare Carrie verso territori fin troppo familiari. Il pilot funziona, anche molto bene, ma sarà interessante capire se le novità introdotte riusciranno davvero ad aggiungere qualcosa alla storia senza comprometterne l’identità.

THUMBS UP 👍

  • Summer H. Howell è una Carrie White eccellente
  • Ottima Samantha Sloyan nei panni di Margaret White
  • Scrittura e regia di Mike Flanagan convincenti
  • La struttura documentaristica e il percorso verso le scene iconiche del film

THUMBS DOWN 👎

  • Cast adolescenziale secondario ancora poco incisivo
  • La sottotrama sui poteri rischia una deriva in stile X-Men
  • Le dinamiche scolastiche potrebbero non conquistare tutti

Il giudizio di Recenserie

THANK THEM ALL

Mike Flanagan riesce a trovare nuove ragioni per raccontare una storia che sembrava non averne più bisogno, grazie a una scrittura solida e alle eccellenti interpretazioni di Summer H. Howell e Samantha Sloyan. Un pilot molto convincente, pur con qualche riserva sul cast secondario, sulla componente adolescenziale e su un'espansione soprannaturale che rischia di risultare fin troppo familiare.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL

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