“Onora il padre, onora la madre e onora anche il loro bastone, bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone.”
(Fabrizio de André – Il testamento di Tito)
In questo quarto episodio, la narrazione procede di passo lento, lungo le sue due direttrici principali. La prima è quella, dolorosissima, della ricerca di un colpevole per l’uccisione dell’agente Piscatella. Gli inquirenti non sembrano molto interessati alla verità, basta trovare un plausibile capro espiatorio da dare in pasto all’opinione pubblica, possibilmente in tempi brevi. Si scatena quindi il gioco delle denunce delle detenute l’una contro l’altra, per salvarsi la pelle ed ottenere privilegi per sé. A farne le spese è la povera Red Reznikova, tradita proprio dalla sua “figliola” Nicky, o meglio dai genitori di quest’ultima.
Il signor Nichols e la sua ex moglie, protagonisti anche dei flashback, vengono infatti dipinti come due disastri ambulanti, almeno a giudicare dai danni che sanno provocare nella vita della figlia, di cui non hanno la benché minima intenzione di occuparsi. Notare, ad esempio, come Nicky riceva più attenzioni e sembri trovarsi meglio con le varie altre mogli e compagne avvicendatesi al fianco del padre nel corso degli anni. Su questo fronte, comunque, un plauso alla giovane Presley Ryan, perfettamente all’altezza di Natasha Lyonne nel ruolo di Nicky da piccola e a Kate Mulgrew, per il ritratto di una Red stanca e umiliata.
Seconda sottotrama che emerge bene nella puntata, dopo essere stata solo accennata nelle precedenti, è quella dei secondini che giocano al fantasy inmate, una specie di fantacalcio con le detenute, dove si prendono punti se una detenuta, ad esempio, piange, vomita o scatena una rissa. Semplicemente ripugnante. Non basta, per ingentilirla, l’accenno finale ai problemi fisici e psicologici dell’agente McCoullogh.
A dar da pensare su quanto sia nocivo per tutti l’ambiente carcerario, ci sono anche le vicende dell’ex direttore Caputo, intento a battagliare, con poco successo, sul fronte sia privato che professionale.
Per fortuna ai drammi si mischiano anche momenti di gioia, come è nello stile dello show. Il primo è fornito dal ritorno in scena di Alex Vause, grazie al quale si ha anche il beneficio, forse non troppo secondario, di rimettere in gioco una Piper rimasta finora praticamente in stato catatonico. Altre scene spensierate le fornisce Pennsatucky, l’evasa in gita al parco giochi.
Tra i picchi, nel bene e nel male, c’è anche una zona grigia, dove abitano un personaggio inutile e noioso come “Badison” Murphy (tra i nuovi arrivi di quest’anno, è molto meglio “Daddy” Duarte) e soprattutto Aleida. Mamma Diaz, geneticamente pasticciona, nel disperato tentativo di trovare un lavoro qualsiasi pur di riprendersi i suoi figli finisce in uno
schema Ponzi di marketing piramidale. Viene quasi da ripensare con nostalgia ai “bei vecchi tempi” di Jean Valjean, il quale, sapendo bene quanto è difficile trovare lavoro essendo ex galeotti, strappò semplicemente il foglietto giallo in cui, appunto, si parlava del periodo da lui passato ai lavori forzati. Grazie anche alla moderna tecnologia, per le miserabili dei giorni nostri le cose sono un po’ più complicate. Fin troppo facile dunque prevedere, per Aleida, nuovi guai all’orizzonte, mentre lo spettatore può riflettere su quale sia l’ambiente più violento e opprimente, se quello dietro le sbarre o quello fuori.
| THUMBS UP | THUMBS DOWN |
- Nicky, sempre grande anche in versione baby
- Il ritorno di Alex
- Le vicende di Pennsatucky regalano un sorriso
| - Il fantasy inmate
- Aleida, non ne fa una giusta
|
Forse il precoce rinnovo fino alla settima stagione, guadagnato già nel 2016, non ha del tutto giovato allo show. Il passo risulta piuttosto lento, in ognuna delle lunghe puntate (circa un’ora, invece dei soliti 40 – 45 minuti) succede poco. Il clima generale si è parecchio incupito, con la rivalità fra i bracci C e D, comandati dalle due sorelle, Carol e Barb, per ora rimaste sullo sfondo. Una delle poche che provano ad alleggerirlo è Nicky, con le sue citazioni di cultura pop, ma la situazione è di certo destinata ad esplodere prima della fine della stagione. Gli standard del prodotto rimangono comunque alti e la speranza che, piano piano, la storia prenda l’abbrivio come una valanga che s’ingrossa spinge a continuare con convinzione la visione.

Sponsored by Orange Is the New Black – L’Arancione è il nuovo Nero