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Generazione 56k 1×08 – L’AscensoreTEMPO DI LETTURA 5 min

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Generazione 56k 1x08 Recensione Generazione 56k è stata accolta con molto scetticismo. Forse a causa del pregiudizio che si portano sul groppone tutti gli artisti partiti da YouTube. E invece tra tutti i prodotti originali Netflix “made in Italy” la serie di Francesco Ebbasta è ad oggi la più riuscita. Non risente di alcuno stereotipo, evita di cadere in trappole che si ripresentano come patologie ereditarie tra i Netflix Originals. Anzi, Generazione 56k prende la nostalgia degli anni ’90 (accalappiando intere generazioni di ventenni/trentenni) e la utilizza a dovere, senza abusarne per avere la lacrima facile.
L’emozione è costruita, attraverso l’impiego di temi e situazioni universali in cui tutti ci si sono trovati da bambino. La storia di Daniel e Matilda è una storia semplice, già letta nel primo trailer. Tuttavia riesce ad appassionare, ad emozionare, ricordandosi di essere un racconto vero e autentico, senza semplificazioni romanzate. Non è facile per Matilda mollare il povero Enea a un passo dal matrimonio; non è facile neanche per Daniel assumersi la responsabilità di rovinare un futuro felice a Matilda correndo un rischio. Questioni di scelte, scelte che sanno di vero.

Daniel:Hai presente la teoria di Ciro Abate, no? Secondo cui la gente non si innamora più per colpa degli ascensori. […] Lui non ha calcolato che se due persone prendono l’ascensore insieme e quest’ascensore si blocca…

LA TEORIA DI CIRO


Il fascino dei paesini meridionali di un tempo era che tutti conoscevano tutti. Così poteva accadere che un personaggio semplice come Ciro, barista, diventasse il custode dei segreti di tutta Procida. Il “vecchio saggio” è una figura che si sta via via perdendo nel mondo di oggi. I giovani ascoltano più volentieri i consigli e i racconti di influencer e persone distanti per stili di vita e non. I Ciro di Generazione 56k sono personaggi in via d’estinzione; un anziano barista incolto che dispensa perle di saggezza figlie di una vita di esperienze.
L’ironia sta nel fatto che proprio il primo bacio tra Daniel e Matilda arrivi in un ascensore. Un posto diabolico per il vecchio Ciro, ma che può trasformarsi in un attimo in una cornice ancor più romantica delle scale. La famosa elettricità, l’innovazione tecnologica scompare per lasciare lo spazio ai sentimenti, che non dipendono dai circuiti. La quasi totale ambientazione dell’episodio in un ascensore è una dimostrazione di coraggio, unita ad un ottimo lavoro tecnico. Tutto funziona, dalle luci, alla fotografia claustrofobica, per passare alla chimica tra Cristina Cappelli e Angelo Spagnoletti (bravissimi entrambi). Il climax è una crescente attesa verso il primo bacio tra i due, montato con maestria e in grado di emozionare.

SPACCIO DI FLOPPY


Continua su un binario parallelo anche la storia dei giovani Daniel, Sandro e Lu’, impegnati a guadagnare soldi per comprare la tanto agognata PlayStation. Non importano i metodi (legali o illegali che siano) e non importa la bolletta che arriverà a fine mese al povero Bruno. Importa però prendere i risparmi messi da parte con gli amici del cuore per fare un regalo troppo costoso alla ragazzina di cui si è innamorati. In questa trama ci sono sprazzi di quotidianità infantile, follie fatte per le prime cotte adolescenziali. Un po’ come, con dovute proporzioni, faceva Sergio Leone in C’era Una Volta in America. Quando si è bambini non si pensa tanto alle conseguenze ma a cosa si vuole davvero. E per il piccolo Daniel l’amore di Ines veniva ancor prima della PlayStation.
Non tutto il male viene per nuocere, e da quella delusione si rafforza il suo rapporto con Matilda, poi persa di vista con l’avvento delle scuole superiori. Così, ritrovandosi sopra i tetti di Procida, il giovane Daniel dà il suo primo bacio. Un bacio innocente, quasi “per sfizio”, ma che forse per Matilda significava veramente qualcosa di più. I due si cercano e si trovano nell’arco di vent’anni, sempre fuori tempo massimo, prima l’uno e poi l’altra. Tutto per colpa dell’ingrata necessità di avere da una relazione sempre tutto e subito. La matassa verrà sbrogliata infatti da un messaggio lungo vent’anni, conservato nel bottiglione dei segreti di Ciro, quasi come un ultimo lascito al suo amato figlioccio.

L’ISOLA


Generazione 56k non avrebbe avuto lo stesso fascino se fosse stato ambientato in un qualsiasi altro posto. Procida rende il tutto più caratteristico, pittoresco e squisitamente romantico. L’isola campana, la più ancorata al passato, trasuda nostalgia e tempi andati dai mattoni delle mura fino ad arrivare alle piccole strade impervie. I protagonisti si sentono quasi esclusi dal mondo della terraferma, come se vivessero in una favola tutta loro. Vengono menzionate diverse città importanti come Roma, Napoli e Parigi (molto presente nel finale) ma alla fine Generazione 56k è una storia prettamente isolana, che finisce prima che i protagonisti lascino la loro terra natìa.
L’intera narrazione è caratterizzata da passaggi fondamentali che sono condizionati da usanze meridionali. Il padrino molto legato al figlioccio, la serenata sotto al balcone, il pranzo domenicale a casa dei genitori del fidanzato, persino la terribile minaccia di Antonio del “buttare a mare“. Usi e costumi puramente partenopei, che impreziosiscono il racconto calandolo nella tradizione, mantenendo lo sguardo rivolto alle evoluzioni tecnologiche trascorse dagli anni ’90 ad oggi.

Daniel:Io in generale penso che un uomo e una donna sono proprio le persone meno adatte a sposarsi.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Gianluca Fru e Fabio Balsamo mai troppo invadenti
  • Il piccolo Lu’
  • Il personaggio di Enea
  • Le scelte di Matilda
  • La citazione a Massimo Troisi
  • Direzione attoriale molto buona
  • Fotografia che risalta la relazione e il paesaggio
  • Finale aperto
  • Unica piccola forzatura: Daniel che subito pesca la cartolina di Matilda
  • Voglia di saperne di più

 

Con il suo finale aperto, Generazione 56k stupisce lo spettatore che si aspettava il più classico lieto fine. Una serie originale che mette le radici nella tradizione e affronta con un velo di nostalgia il passare degli anni. Impossibile non cogliere un filo di ispirazione a Pensavo Fosse Amore… Invece Era un Calesse di Massimo Troisi, palesato con una famosa citazione. Resta socchiusa la porta per una seconda stagione (magari antologica), sperando che Netflix decida di investire in questo progetto.

Giovane musicista e cineasta famoso tra le pareti di casa sua. Si sta addestrando nell'uso della Forza, ma in realtà gli basterebbe spostare un vaso come Massimo Troisi. Se volete farlo contento regalategli dei Lego, se volete farlo arrabbiare toccategli Sergio Leone. Inizia a recensire per dare sfogo alla sua valvola di critico, anche se nessuno glielo aveva chiesto.

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