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Grey’s Anatomy 17×12 – Sign O’ The TimesTEMPO DI LETTURA 4 min

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Grey's Anatomy 17x12 recensione Giunti ormai al dodicesimo episodio, appare sempre più chiaro come l’attuale situazione di Meredith rappresenti una metafora per l’intera stagione.
Così come la Grey infatti, anche l’intero medical drama si ritrova bloccato in un limbo che non sembra portare da nessuna parte. E fermi in questa realtà sospesa, l’unica cosa a cui aggrapparsi sembrano quei temi sociali, ovviamente di fondamentale importanza, che stanno segnando l’intero arco narrativo.
A seguito della pandemia Grey’s Anatomy ha deciso di basare l’intera stagione su una descrizione ben precisa della realtà circostante. Di episodio in episodio poi, data l’impronta sociale acquisita, sono entrati a far parte della trama anche altri temi sociali che stanno caratterizzando l’ultimo anno.
Questo porta a due diverse concezioni: da una parte vi è una rappresentazione forte e ben proposta del mondo reale, che naturalmente lascia dietro di sé un messaggio importante; dall’altra però vi è una totale immobilità di trama e protagonisti che porta lo spettatore in questo fantomatico limbo dove neanche i personaggi delle serie tv riescono più ad andare avanti.

I CAN’T BREATHE


“Sign O’ The Times” decide di dare spazio alle proteste nate in America a seguito della morte di George Floyd, con le manifestazioni del movimento Black Live Matter che durante quest’anno hanno scritto un’altra pagina della storia recente.
Il modo utilizzato da Grey’s Anatomy risulta convincente, dando una visione delle manifestazioni sia da un punto di vista medico, portando alla luce le conseguenze degli scontri con la polizia, sia attraverso la visione di alcuni personaggi coinvolti in prima persona. Da Webber a Hayes, fino alla guest star d’eccezione Phylicia Rashad, ognuno porta in scena una visione personale del valore della lotta.
A porsi sullo stesso piano, lo show decide di inserire uno sguardo ancora più profondo al tema da una prospettiva più interna e cruda. Protagonista di questa parte di trama è la recente aggiunta al cast Anthony Hill, arrivato a Seattle nei panni di Winston Ndugu.

“Music off, hat off, hands on the wheel.”

Questo character, ritrovatosi quasi a sorpresa come regular, ha dimostrato negli ultimi episodi una buona presenza scenica, non risultando fuori luogo all’interno dell’economia della serie. Le scene che lo hanno visto coinvolto in questo episodio però, donano al personaggio una stratificazione ancora maggiore, rendendolo protagonista non soltanto di momenti da love story ma anche di un tema ben più serio. Dopo essere stato fermato in auto della polizia, i momenti che si sono susseguiti hanno raccontato in maniera estremamente efficiente la brutalità razzista di tali situazioni, l’abuso di potere e la paura cieca che pervade il malcapitato di turno. Una descrizione efferata che non solo ha portato egregiamente in scena un altro spaccato del mondo reale, ma ha anche reso Winston molto più umano da un punto di vista di presentazione del personaggio.

IL NEGAZIONISTA


Seppur diametralmente opposto al tema sopra citato, la seconda storyline portata avanti in “Sign O’ The Times” pesca un paradossale collegamento con essa.
Grey’s Anatomy decide di portare sotto la lente d’ingrandimento un’altra grave situazione sociale, quella che vede protagonisti i no-mask, no-vax e negazionisti in generale. Il collegamento quasi brutale che viene messo sotto gli occhi dello spettatore sta tutto nello slogan utilizzato: laddove il movimento Black Live Matter fa sua la tragica frase “I can’t breathe”, questa è stata recentemente deturpata proprio dai negazionisti americani che hanno invaso le strade con lo stesso motto, per loro però riferito all’uso delle mascherine.
Diventa quindi sacrosanto il desiderio di un medical drama di questo livello di cercare di educare i propri telespettatori attraverso la messa in scena di tali temi e l’inserimento del paziente dalla vena complottistica nei confronti del Covid in effetti mancava ancora all’appello.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Primo piano dedicato ai temi di rilevanza sociale
  • Il personaggio di Winston
  • Il tragico paradosso dell’uso di “I can’t breathe”
  • Il personaggio di Jackson: dopo mille stagioni ancora impantanato negli stessi dubbi esistenziali
  • Personaggi e storie congelati da ben 12 episodi

 

In questa diciassettesima stagione Grey’s Anatomy si è assunto il compito di rappresentare la realtà magari con il fine ultimo di educare lo spettatore. Uno scopo lodevole ma che, nel lungo periodo, a livello di serie non aiuta di certo. La puntata si guadagna un Thank ma esclusivamente per l’importanza dei temi trattati, per il resto di ciò che concerne la serie ormai c’è ben poco.

Ormai sulla trentina, laureata in Comunicazione, tra le sue passioni spiccano telefilm e libri. Ha un carattere allegro e socievole, ma nei momenti opportuni sa trasformarsi; questa sua versione di dottor Jekyll e mister Hyde tuttavia, non le impedisce di avere un'estrema sensibilità che la porta quasi sempre a tifare per lo sfigato di turno tra i personaggi cui si appassiona: per dirla alla Tyrion Lannister, ha un debole per “cripples, bastards and broken things”.

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