Babygirl recensione

BabygirlTEMPO DI LETTURA 6 min

Halina Reijn prova a fare un film cult ma pecca di superficialità in tutto ciò che non riguarda direttamente il character di Nicole Kidman. Kidman che, insieme a Dickinson, tiene completamente il film sulle sue spalle.
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Romy, un’amministratrice delegata (Nicole Kidman), intraprende una relazione extra-coniugale col proprio giovane stagista (Harris Dickinson) che mette a repentaglio sia la sua famiglia che la sua carriera.

Babygirl si presenta come un film che, sulla carta, poteva offrire un’esperienza sensuale (quasi soft-porn) e psicologicamente intrigante grazie a un cast di alto livello, su cui spiccano i nomi di Nicole Kidman e Harris Dickinson. Poteva.
Quello che emerge, fin dai primi minuti, è il tentativo di raccontare una storia di desiderio e di crisi identitaria, dove i personaggi si trovano coinvolti in un intreccio fatto di seduzione, ambizioni personali e gelosia. Eppure, nonostante alcuni spunti interessanti e le ottime interpretazioni dei due protagonisti, la pellicola non riesce a esprimere tutto il potenziale che lascia intravedere, ritrovandosi ad essere un’opera visivamente accattivante ma in parte insoddisfacente.
A dirigere e sceneggiare il progetto è Halina Reijn, già nota per il suo approccio diretto e talvolta provocatorio alla regia già visto in Bodies Bodies Bodies e qui alla sua seconda pellicola in lingua inglese sempre sotto l’egida A24.

If we’re gonna do this, we need to set some rules that you and I both agree on. Starting with I tell you what to do and you do it.

La pellicola non nega le sue ispirazioni, che spaziano da Proposta Indecente (tra l’altro con una Demi Moore fresca di un The Substance che la porta di nuovo al centro della scena) a Basic Instinct, entrambe opere in cui la passione proibita e il mistero alimentano la tensione principale. Babygirl cerca, in qualche modo, di aggiornare e modernizzare questo tipo di storia, immergendola in un contesto contemporaneo dove la figura femminile ha maggiore agency e il gioco seduttivo è più orientato verso l’introspezione psicologica che non verso il puro voyeurismo. L’elemento erotico è gestito con eleganza: le scene sensuali non degenerano mai nel soft-porn, ma si concentrano sulla suggestione e sulla tensione, esaltate dallo sguardo della regia. L’alchimia tra Romi e Samuel, fatta di sguardi e doppi sensi, costituisce senza dubbio la vera calamita di interesse per lo spettatore.

DUE PROTAGONISTI CON TUTTO IL PESO SULLE LORO SPALLE


La differenza d’età tra Nicole Kidman e Harris Dickinson è uno degli elementi centrali di Babygirl perché contribuisce a creare tensione e curiosità intorno alla relazione tra i rispettivi personaggi di Romi e Samuel. Nicole Kidman dimostra ancora una volta la sua capacità di calarsi in personaggi complessi, offrendo un’interpretazione carismatica e sfaccettata mantenendo sempre quell’imperturbabile sguardo algido che la contraddistingue in gran parte delle sue interpretazioni. Il suo personaggio, Romi, è al centro della pellicola ed è chiaramente insofferente per via di un conflitto interiore che la spinge a mettere in discussione il suo stesso matrimonio (“I’ve never had an orgasm with you!“) e al tempo stesso a rischiare il suo ruolo da CEO nell’azienda che ha fondato.
Dickinson, da parte sua, incarna Samuel con sorprendente naturalezza, pur mantenendo un alone di mistero che talvolta gli impedisce di sviluppare il suo character con maggior spessore. Tuttavia, la chimica fra i due funziona: la scelta di girare scene di sesso esplicite ma senza nudi in favore di un’attrazione percepibile tra sguardi, dialoghi e tensione palpabile che aggiunge un livello di raffinatezza alla rappresentazione della loro relazione. Spiaze per tutti quelli che speravano in un altro Eyes Wide Shut.

MA PASSIAMO AI PROBLEMI DELLA PELLICOLA


Uno dei punti più negativi di Babygirl risiede nella sua durata: due ore possono essere un lusso per un film che fa della tensione erotica e del dramma interiore i propri punti di forza, ma in questo caso la seconda metà accusa particolarmente il peso di un minutaggio eccessivo. Il ritmo, dopo una prima parte più coinvolgente, inizia a rallentare in modo considerevole, facendo emergere lungaggini narrative che avrebbero potuto essere facilmente evitate con un taglio di almeno 20 o 30 minuti. L’impressione, in alcune scene, è che la regista abbia voluto indugiare su dettagli che non contribuiscono in modo significativo allo sviluppo della storia o alla definizione dei personaggi.
Un altro aspetto negativo degno di nota è l’utilizzo del personaggio interpretato da Antonio Banderas inizialmente presentato come una figura che avrebbe potuto essere determinante per il racconto, finisce in secondo piano, rivelandosi completamente bidimensionale (e anche impotente) per gran parte del film. Sebbene Halina Reijn abbia chiaramente deciso di concentrare la narrazione sul punto di vista di Romi, moglie di Jacob, di riflesso questa scelta penalizza la comprensione della dinamica coniugale e ostacola la possibilità di percepire fino in fondo il cambiamento che Romi sta attraversando con il passare delle settimane/mesi. Soltanto negli ultimi venti minuti, Banderas ha modo di “riemergere” con maggiore incisività, anche se ciò non basta a riscattare del tutto la sensazione di una presenza troppo marginale.
A complicare ulteriormente le cose, l’assenza di un vero coinvolgimento della famiglia di Romi — per quanto riguarda figli e contesto domestico — rende poco percepibile l’impatto della relazione extra-coniugale sulla sua vita. Solo in rare occasioni, come una domanda diretta della figlia e una “timida” ammissione di colpa davanti al marito, la sceneggiatura mostra le conseguenze emotive delle azioni della protagonista. E il tutto comunque arriva sempre negli ultimi 20 minuti del film.

I think I have power over you ’cause I could make one call and you lose everything. Does that turn you on when I say that?

Purtroppo i personaggi secondari vengono sacrificati sull’altare della centralità di Romi. Se la volontà di indagare l’interiorità di un’unica protagonista è comprensibile, risulta meno chiaro perché il giovane Samuel rimanga così spesso nel mistero, ostacolando la possibilità di empatizzare con le sue motivazioni o con i suoi dilemmi interiori. Nei film che hanno ispirato Babygirl, la controparte del personaggio “dominante” – che qui è Romi – possiede un fascino ambiguo, ma spesso più articolato, mentre  qui il silenzio di Samuel rischia di apparire forzato e limita la portata emotiva delle loro interazioni.
Sul piano visivo, Babygirl mostra una regia attenta ai dettagli, con un’estetica curata che valorizza le location domestiche e i momenti più intimi. La fotografia sottolinea i contrasti e le sfumature emotive, regalando alla pellicola un’atmosfera intrigante. Tuttavia, questa confezione elegante non riesce a nascondere del tutto i difetti strutturali, soprattutto un’eccessiva lunghezza che riduce l’impatto drammatico della storia.


Babygirl è un film che si regge in larga parte sulle ottime interpretazioni di Nicole Kidman e Harris Dickinson, capaci di infondere verità e passione ai loro personaggi. L’idea di base, ossia esplorare il desiderio e la crisi di una donna matura in modo più realistico e moderno rispetto ai classici del genere, è valida e interessante ma non riesce a tradursi pienamente in un possibile cult a causa di un ritmo discontinuo, di un minutaggio eccessivo e di un approfondimento poco equilibrato dei personaggi secondari. Peccato per la superficialità di tutto ciò che circonda Nicole Kidman.

 

TITOLO ORIGINALE: Babygirl
REGIA: Halina Reijn
SCENEGGIATURA: Halina Reijn
INTERPRETI: Nicole Kidman, Harris Dickinson, Sophie Wilde, Antonio Banderas
DISTRIBUZIONE: Cinema
DURATA: 115′
ORIGINE: USA, 2024
DATA DI USCITA: 30/01/2025

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Federico Salata

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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