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Emancipation
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Emancipation – Oltre La Libertà

Emancipation, l'ultima fatica del regista Antoine Fuqua con protagonista Will Smith, è un toccante survival drama che nel tentativo di stupire grazie alla potenze delle immagini finisce per trascurare la scrittura dei suoi protagonisti

Guerra di secessione americana. Peter (Will Smith) è uno schiavo in una piantagione della Louisiana, dove lavora senza sosta insieme alla moglie (Charmaine Bingwa) e ai figli, anch’essi tenuti in schiavitù. Un giorno il suo padrone, il ricco capitano John Lyons, decide di venderlo per mandarlo a morire di fatica nel tentativo di costruire, insieme ad altre decine di disperati, la nuova ferrovia che servirà a contrastare l’avanzata dell’esercito nordista. Un giorno però, approfittando di un momento di distrazione da parte di uno dei suoi carcerieri, riesce a darsi alla fuga insieme ad altri malcapitati, spinto dal desiderio di ricongiungersi alla sua famiglia. L’uomo inizia così una lunga fuga attraverso le più inospitali paludi della Louisiana, braccato dal sadico cacciatore di neri Fassel (Ben Foster) e dai suoi scagnozzi. L’obiettivo: raggiungere le truppe dell’Unione stanziate a Baton Rouge e finalmente guadagnarsi la libertà.

 

Uscito nelle sale americane il 2 Dicembre 2022 e disponibile su Apple TV+ a partire dal 9 Dicembre, Emancipation – Oltre La Libertà (ancora una volta un enorme ringraziamento a coloro che adattano i titoli dei film in italiano e che puntualmente aggiungono sempre indispensabili informazioni ai già piuttosto ovvi titoli originali) è l’ultima fatica del regista Antoine Fuqua, che per l’occasione abbandona paesaggi urbani, attacchi terroristici alla casa bianca, Denzel Washington e i centralinisti per dedicarsi a tutt’altro. Viene quindi raccontata la storia di Gordon, conosciuto ai più come whipped Peter (Peter il fustigato), schiavo che, in piena guerra di secessione americana, riuscì nell’impresa di fuggire dalla piantagione in cui era tenuto prigioniero, di proprietà dei coniugi John e Bridget Lyons, fino a raggiungere le truppe del XIX corpo d’armata dell’esercito unionista stanziate a Baton Rouge.
Dopo il suo arrivo nell’accampamento nordista, il 2 Aprile 1863, Gordon fu sottoposto a una visita medica che rivelò le numerose cicatrici presenti sulla sua schiena, frutto di tutte le frustate ricevute nel corso della sua vita da schiavo. William D. McPherson e il suo socio, Oliver, due fotografi itineranti che stavano realizzando un reportage fotografico, immortalarono così la schiena martoriata di Gordon in una delle fotografie più celebri legate al movimento di abolizione della schiavitù, la celebre The scourged back” (la schiena flagellata), divenuta simbolo della lotta alla tratta di esseri umani durante la guerra di secessione americana.
A partire da questa istantanea, e ben poche altre informazioni certe, Fuqua comincia la sua ricostruzione, regalando al pubblico un survivor movie dalle sfumature drammatiche, all’interno del quale il dilagante razzismo rappresenta quasi un character a sé stante, un altro villain che si aggiunge alla già infinita serie di ostacoli presenti sulla strada e che (SPOILER: esattamente come l’alligatore sconfitto a mani nude dal possente Will Smith) dovrà arrendersi di fronte al potente legame che unisce Peter alla sua famiglia.

I fight them. They beat me. They whip me. They break the bones in my body more times that I can count. But they never, never break me.

Il tema della schiavitù, la guerra civile e il proclama di emancipazione di Lincoln non sono certo argomenti nuovi per quanto concerne il cinema americano. Si potrebbe dire, e anche con ragione, che si tratta di argomenti che vanno trattati ciclicamente, un monito per tutti coloro che ancora millantano una qualsivoglia superiorità razziale di un etnia rispetto ad un’altra. Si aggiunge così, alla lunga schiera di registi che si sono cimentati in questa delicata impresa, anche il nome di Antoine Fuqua, conosciuto principalmente per i suoi action movie (Shooter, Olympus Has Fallen, la saga di The Equalizer) ma che ha dimostrato nel tempo (con i suoi alti e bassi) un certo trasformismo, passando dal romanzo storico (King Arthur), al western (I Magnifici Sette) fino al sci-fi (Infinite), ma sempre mantenendo una certa impronta personale, che potrà piacere o meno, ma che è fortemente presente anche in questa pellicola.
Le intenzioni, quindi, sono buone e, dal punto di vista registico, Fuqua riesce, grazie ai frequenti piani sequenza e alle suggestive riprese effettuate dai droni, a restituire allo spettatore uno scenario opprimente nonostante la vastità della palude. Violenza, paura e razzismo ideologico permeano ogni singola sequenza del film e Will Smith, da solo, porta sulle spalle il peso dell’intera storia, regalando una performance che quasi sicuramente, se ci si trovasse in un universo parallelo dove gli attori risolvono i problemi parlando e non schiaffeggiandosi in diretta mondiale, gli avrebbe garantito un posto tra i favoriti per conquistare l’ambita statuetta agli Oscar.
La fotografia, in mano al tre volte Premio Oscar Robert Richardson, direttore della fotografia per Tarantino, Scorsese, Oliver Stone (e che probabilmente è stato costretto con la forza da Andy Serkis a prestare la sua mano per l’imbarazzante Venom: Let There Be Carnage) è qualcosa di estremamente peculiare, un quasi bianco e nero che nella sua estrema desaturazione lascia intravedere solo qualche tenue sfumatura di verde nelle scene girate all’interno della palude e qualche tono di blu nelle scene notturne. Espediente che sicuramente riesce nell’intento di catturare il clima di costante paura che accompagna la fuga del protagonista, trasformando le inospitali paludi della Louisiana in un vero e proprio inferno a cielo aperto, ma che da solo purtroppo non basta per elevare il film oltre la soglia del buon survivor drama.

UN PO’ THE REVENANT, UN PO’ CROCODILE DUNDEE


Uno degli elementi cardine, insieme all’ideologia razzista condivisa dall’uomo bianco, è sicuramente quello della violenza. A partire dalla foto da cui l’opera trae ispirazione, simbolo appunto delle ignobili azioni di cui l’essere umano è talvolta capace, tutto quanto ruota attorno all’orrore sperimentato dagli schiavi nel corso della loro prigionia, e in questo caso anche durante la fuga, per mano dei propri aguzzini. Quello che però, inizialmente, sembra essere un uso intelligente e funzionale della violenza, si trasforma presto in un semplice esercizio di stile, un banale meccanismo atto a catturare l’attenzione dello spettatore che ben presto diventa ripetitivo e sempre meno giustificato nei confronti della storia.
Una storia che inoltre sembra poggiarsi su una struttura narrativa molto semplice, e che in quanto tale non riserva grandi sorprese allo spettatore. Eccezion fatta per il radicale cambio di passo compiuto a poco più di metà pellicola, che di certo sorprenderà lo spettatore, nel momento in cui il survivor movie si trasforma (così, de botto) in un war movie a tutti gli effetti. Trattandosi di una storia ispirata a fatti realmente accaduti c’è ben poco da obiettare in merito alla narrazione, ciò che stona invece è questo repentino cambio di registro a metà film, che in pratica riprende tutti gli stilemi classici del cinema di guerra, con annesse metafore, citazioni di genere e quel fare talvolta estremamente retorico, che finisce con l’invalidare la ricerca spasmodica di puro realismo (lotte con alligatori a parte) portata avanti fino a quel momento all’interno della pellicola.
Will Smith, come già detto, si configura come uno degli aspetti maggiormente positivi del film, sia per la sua brillante performance, sia per la totale incapacità da parte dei personaggi secondari di lasciare un segno nella mente e nel cuore dello spettatore. A dirla tutta, il personaggio di Peter non subisce mai una reale crescita, rimanendo abbastanza piatto e fermo nelle sue idee nonostante stia vivendo il suo personale inferno in terra. Una fede cieca e incrollabile che a qualcuno potrebbe far storcere il naso, ma che restituisce bene quella ricerca di conforto che solo la religione può dare ad una persona che non ha nessun altro elemento attraverso cui analizzare la realtà e la propria esistenza.


Emancipation è un film sicuramente apprezzabile sotto molti punti di vista. La regia di Fuqua riesce fin da subito a immergere lo spettatore all’interno di una natura ferale e spietata grazie a lunghi piani sequenza e panoramiche suggestive delle distese paludose che circondano il protagonista. Richardson e la sua palette estremamente desaturata aggiungono poi ulteriore profondità alle riprese, e grazie all’ottima performance di Will Smith il risultato è portato a casa.
Un risultato che però rimane nei confini della sufficienza a causa di questa spaccatura all’interno del film e forse ad un eccesso di retorica che finisce col minare il realismo alla base della pellicola.

TITOLO ORIGINALE: Emancipation
REGIA: Antoine Fuqua
SCENEGGIATURA: William N. Collage
INTERPRETI: Will Smith, Ben Foster, Charmaine Bingwa, Steven Ogg, Mustafa Shakir, Timothy Hutton, Michael Luwoye, Grant Harvey, David Denman, Paul Ben-Victor
DISTRIBUZIONE: Apple Studios
DURATA: 132′
ORIGINE: USA, 2022
DATA DI USCITA: 02/12/2022 (Stati Uniti), 09/12/2022 (Apple TV+)

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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