La seconda stagione di Severance si è concentrata sull’esplorazione del rapporto tra identità e controllo, spingendo ulteriormente i confini di una narrazione che gioca con la percezione della realtà e con i limiti del libero arbitrio. Se la prima stagione aveva introdotto con precisione chirurgica il concetto della “scissione” tra vita lavorativa e personale, il nuovo ciclo di episodi espande questo universo con una complessità che rende ancora più inquietante la distopia delle Lumon Industries.
Uno degli aspetti più rilevanti di questa seconda stagione è senza dubbio il modo in cui la serie sviluppa ulteriormente il dilemma morale degli “innie” e degli “outie”. Se inizialmente la scissione era presentata come una forma di controllo assoluto sulle vite dei dipendenti, ora emergono nuove implicazioni legate alla memoria e alla percezione della realtà. La costruzione della narrazione, con un montaggio che alterna momenti di apparente chiarezza a scene assurde che confondono volutamente lo spettatore, amplifica la sensazione di disagio, sottolineando la disumanizzazione dei lavoratori e la loro progressiva presa di coscienza.
COLD HARBOR
Dieci episodi pieni di interrogativi e colpi di scena sono stati necessari, ma finalmente Ben Stiller ha svelato l’arcano dietro al mistero di Cold Harbor, e quindi anche di come il lavoro dell’MDR sia connesso a questa rivelazione. Cold Harbor non è semplicemente una stanza, ma una vera e propria coscienza creata appositamente per Gemma. Ogni ambiente, che corrisponde a dei nomi di file ben distinti, rappresenta coscienze separate, suddivise in livelli di gravità del trauma via via sempre più impegnativi, con l’intento di testare quella che il Dr. Mauer definisce “la barriera”. Questa barriera impedisce all’outie di sperimentare il trauma dell’innie, fungendo da scudo contro la sofferenza emotiva. Se il trauma dovesse rivelarsi troppo intenso, la barriera potrebbe cedere, permettendo che le emozioni e i ricordi dolorosi inondino la coscienza dell’outie. Ed è proprio per questo motivo che il Dr. Mauer chiede “Who are you?” la prima volta che Gemma entra a Cold Harbor, un interrogativo che risuona con quello posto ai nuovi innie quando giungono per la prima volta negli uffici della Lumon.
Cold Harbor contiene quindi il trauma per eccellenza: la perdita di un figlio. E se la barriera riuscisse a sopportare un’esperienza tanto devastante, allora probabilmente riuscirebbe a reggere qualsiasi altro tipo di dolore. Da qui la presenza di venticinque stanze, ognuna caratterizzata da livelli crescenti di intensità traumatica, tutte progettate per testare la resistenza di questa fantomatica barriera.
Tutto ciò fa quindi parte di un progetto più ampio di Lumen, il cui scopo finale è l’eliminazione del dolore, inteso come un elemento intrinseco dell’esperienza umana. Come viene sottolineato in questa puntata anche da Drummond, flagello di capre: “We commit this animal to Kier and his eternal war against pain.” Se fosse possibile impiantare questa sorta di chip inibitore nel cervello umano, quindi, ogni forma di trauma potrebbe essere separata dall’individuo originario, consentendo una vita completamente libera dal dolore.
Mrs. Cobel descrive i misteriosi numeri smistati dagli impiegati MDR come “una porta nella mente di Gemma”: ogni raggruppamento numerico rappresenta un’emozione specifica, legata a uno dei quattro temperamenti di Kier: woe, frolic, dread e malice (tristezza, gioia, paura e malizia). Kier sosteneva che l’anima umana fosse costituita da una precisa combinazione di questi quattro temperamenti, e che fosse essenziale trasmettere ai propri figli la capacità di dominarli. Con questa conoscenza, diceva Kier: “The world shall become but your appendage” (Il mondo diventerà solo una tua appendice).
Se Gemma riuscisse a completare il compito di smontare la culla senza ricordare il trauma legato alla sua vita reale, l’intero progetto di scissione sarebbe considerato un successo, rendendo Mark e Gemma irrilevanti agli occhi del programma. Questo è il motivo per cui Mrs. Cobel afferma che, se Cold Harbor fosse completato, entrambi, sarebbero “morti” – o, più precisamente, le loro versioni innie cesserebbero di esistere, senza implicare necessariamente la morte delle loro controparti originali.
Tuttavia, permangono ancora elementi irrisolti. Ad esempio, come può Mark percepire i gruppi numerici legati a Gemma? Potrebbe trattarsi di un legame profondo tra loro, ma questa spiegazione non chiarirebbe come mai anche Irv, Dylan e Helli possano interagire con i numeri che si riferiscono a Gemma. Una possibile ipotesi è che le coscienze create in questo processo siano inizialmente “vuote”, consentendo a più persone di interagirvi. In effetti, non si tratterebbe di creare una nuova Gemma, ma di costruire una coscienza “neutra”, un contenitore da riempire con emozioni e ricordi. Un’altra questione riguarda i file che non appartengono alle venticinque cartelle di Gemma, come ad esempio i file “Cello” e “Chick-fil-A“. Questi potrebbero essere considerati fallimenti: file incompleti dai raffinatori, o che la barriera di Gemma non è riuscita a contenere.
LE CAPRE
Uno dei misteri che ha suscitato maggiore curiosità tra gli spettatori riguarda il ruolo e il significato delle capre all’interno della trama, e il finale di stagione fornisce finalmente qualche informazione in più riguardo questi animali. Il termine “kid“, innanzitutto, significa proprio “capretto”, e questo dettaglio acquista una certa rilevanza se messo in relazione a quanto accade in questo episodio.
Quando Gemma viene portata verso Cold Harbor, Lorne, la responsabile della sezione “Mammalians Nurturable“, presenta un capretto a Drummond. Il nome Lorne, che affonda le radici nella tradizione scozzese e significa “volpe”, non è una scelta casuale, poiché le volpi sono notoriamente predatrici delle capre, in particolare dei capretti. Questo connubio di simboli alimenta l’idea di un legame predatorio e sottilmente minaccioso tra i personaggi e gli animali.
Un altro aspetto significativo riguarda il contrasto tra il sacrificio di questo capretto (kid, come “bambino”) e il momento in cui Gemma smonta la culla del figlio morto. Il capretto, infatti, giunge come un’offerta, scelta proprio per aver dimostrato i nove principi cardine della Lumon, e la cerimonia che accompagna l’atto ha chiaramente connotazioni ritualistiche, richiamando l’immagine della capra tradizionalmente associata al diavolo. L’abbigliamento di Lorne, inoltre, contribuisce a rafforzare questa atmosfera inquietante, con il suo abito nero che evoca l’idea di un culto oscuro e misterioso.
Questa cerimonia, che si ripete più volte, solleva alcuni interrogativi: quante volte Gemma ha dovuto affrontare questo processo? E ci sono altre persone, come lei, che stanno vivendo la stessa esperienza? Un dettaglio che alimenta questo scenario è infatti la presenza di una stanza identica, speculare in ogni dettaglio, accanto a quella da cui Gemma esce per intraprendere i vari test.
Dal punto di vista simbolico, questo rituale acquista un significato più profondo, radicato nelle tradizioni mitologiche di molte culture. Le capre, infatti, sono spesso considerate esseri capaci di muoversi tra i mondi, sia quello materiale che quello spirituale. Un esempio emblematico è il dio Pan, metà uomo e metà capra, il cui labirinto richiama alla mente, tra l’altro, le intricate strutture dei corridoi della Lumon.
In alcune tradizioni, il sacrificio di capre veniva praticato per liberare la loro energia vitale, indirizzandola verso una divinità superiore. Nel contesto di Lumon, questa divinità sarebbe rappresentata da Kier, e il rituale si configura come un tentativo di avvicinamento a lui. Una delle rappresentazioni di questo rituale mostra infatti un capretto “resuscitato” sotto la luce del sole, un’immagine che richiama le antiche opere d’arte cristiane, suggerendo un atto quasi divino. Dettaglio che conferma come la Lumon non sia solo un’azienda, ma un’organizzazione con una dimensione quasi religiosa, che vede la scissione mentale non solo come mero strumento economico, ma anche come atto spirituale.
L’altare del sacrificio, infine, è modellato in modo tale da ricordare un bambino avvolto in una coperta, con uno spazio sufficiente per la testa, dove il capretto verrà ucciso con una pistola sparachiodi. Questa configurazione, insieme all’intero rituale, crea un’atmosfera che travalica il semplice sacrificio fisico, suggerendo un atto che sfida i confini tra vita e morte, innocenza e colpa, rendendo l’esperienza non solo un passaggio di sofferenza, ma anche una rivelazione sulla natura stessa del dolore e del sacrificio umano.
CI VEDIAMO ALL’EQUATORE
La decisione di Mark di non seguire Gemma e di fuggire con Helly si configura come uno dei momenti più drammatici e sconvolgenti dell’intero episodio. La prima domanda che sorge spontanea riguarda il destino di questa scelta: dove pensano di andare sti due pirla? Non esiste alcuna via di fuga, e la cattura appare pressoché inevitabile, con i loro innie destinati ad essere “pre-pensionati” in modo definitivo e irrevocabile. La questione fondamentale, tuttavia, risiede altrove: cosa motiva Mark a prendere una simile decisione? I primi venti minuti dell’episodio sono incentrati su un incessante confronto tra la parte “outie” e la parte “innie” di Mark, impegnati a elaborare una strategia per salvare Gemma. L’outie Mark, infatti, necessita della collaborazione del suo innie per poter completare la missione, ma se dovessero riuscire a fuggire nel mondo esterno, tale successo comporterebbe inevitabilmente la fine della Lumon e, di conseguenza, la “morte” del suo Innie.
A questo punto, per l’innie di Mark, la questione diventa drammaticamente chiara: sarebbe disposto a sacrificarsi per qualcuno che, in fin dei conti, è stato il suo carceriere? Il rischio, inoltre, non coinvolge soltanto la vita di Mark; ogni singolo innie presente nel severed floor è affetto da questa scelta, ed è facile comprendere, dunque, la riluttanza iniziale dell’innie nel sostenere il piano di salvataggio di Gemma: non c’è nulla da guadagnare per lui, se non la promessa di essere “reintegrato”. Promessa che, è plausibile supporre, non sia altro che una menzogna. Sebbene la questione resti avvolta in un alone di ambiguità, appare chiaro che l’outie di Mark non si sottoporrebbe mai alla procedura di reintegrazione e anzi, la sua posizione si farebbe ancora più intransigente dopo aver eventualmente salvato sua moglie. Il processo di reintegrazione è noto per essere estremamente pericoloso, e gli effetti devastanti che ha avuto su Petey sono ancora freschi nella memoria dello spettatore. A ciò si aggiunga il fatto che il funzionamento stesso di una persona reintegrata rimane un interrogativo ancora aperto. Come evidenziato dall’innie di Mark, la maggior parte dei ricordi di una mente reintegrata sarebbe attribuibile all’outie, ma allora come potrebbero conciliarsi due coscienze così distanti, quando una di esse è enormemente più vasta dell’altra?
Alla fine, è Mrs. Cobel a persuadere l’innie di Mark a portare avanti il piano per salvare Gemma. Sebbene, una volta completato Cold Harbor, Mark sia comunque destinato alla morte, la sua decisione di tentare di liberare Gemma offre, se non altro a lei, la possibilità di una speranza di salvezza.
Il concetto di equatore diventa, in questo contesto, un elemento simbolico di grande rilievo, poiché rappresenta il confine che separa l’emisfero nord da quello sud. Esso si configura come una metafora non solo del cervello separato che divide la coscienza in innie e outie, ma anche del severed floor stesso, che separa l’esistenza “normale” dall’ambito dell’esperimento. L’ultima frase che Helly rivolge a Mark prima che egli vada a salvare Gemma, “See you at the equator”, diventa allora una chiave di lettura cruciale. Alla fine dell’episodio, infatti, i due si ritrovano proprio sul severed floor, e il termine “equatore”, in questo contesto, potrebbe anche essere inteso semplicemente come la porta che separa gli uffici della Lumon dal mondo esterno, segnando il passaggio definitivo tra due realtà ben distinte.
È proprio in questo momento che si giunge al cuore della decisione di Mark: scegliere Helly invece di Gemma. Una scelta che, seppur irrazionale, si rivela essere la manifestazione di un amore che trascende ogni logica. L’amore, infatti, non obbedisce mai a ragioni razionali, ma è spinto da istinti primari e desideri profondi. In questo caso, si tratta di un uomo la cui ragione di vita è Helly, una donna che rappresenta la sua unica possibilità di riscatto, di umanità. E, nonostante la possibilità di reintegrazione, che avrebbe reso possibile una nuova vita insieme a Gemma, l’innie di Mark sa bene che, attraversando quella porta, non avrebbe mai avuto alcuna chance di stare con Helly, a maggior ragione vista l’identità del suo outie. Scegliendo Helly, quindi, Mark non sta solo affrontando la fine, ma sta scegliendo di vivere i suoi ultimi momenti accanto a qualcuno che ama, senza alcun rimorso, senza più alcun legame con il passato. La sua è una decisione che non appartiene alla riflessione, ma all’impulso, alla necessità di affermare, in un gesto estremo, la propria esistenza, l’ultimo atto di amore che può offrire.
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Questo season finale conferma l’ambizione della serie di non limitarsi a una semplice critica del mondo del lavoro, invitando piuttosto a riflettere sul costo delle scelte, sulla realtà dei legami umani e sull’assurdità che a volte guida le intenzioni più profonde dell’essere umano. L’intensità emotiva del conflitto interno di Mark e Helly, unita alla decisione di sacrificare la razionalità in favore di un amore che sfida le regole stesse della loro esistenza, obbliga a confrontarsi con la complessità della condizione umana. Non si tratta solo di libertà, ma di come questa venga interpretata quando spinta da forze tanto interne quanto esterne.
