
Un secondo episodio ancora più doloroso, in cui il college di Niall diventa il campo di battaglia emotivo della furia imprevedibile di Ruben.
Se il primo episodio aveva disturbato gli spettatori più sensibili, questa seconda puntata di Half Man tira un altro gancio in piena faccia a tutti. Il racconto va avanti con un salto temporale di tre anni e porta Niall nei suoi primi giorni al college di Glasgow, ma la sostanza non cambia: Ruben è e rimane una gigantesca mina vagante da cui ci si può letteralmente aspettare di tutto. Ed è uno dei pregi principali della scrittura di Richard Gadd, perché ogni tanto bisogna fermarsi a riflettere su quanto non sia affatto scontato rendere credibile un personaggio così sopra le righe. Ruben potrebbe facilmente diventare una caricatura, un grumo di violenza scritto solo per scioccare. Invece no. Come già accaduto con Martha Scott in Baby Reindeer, Gadd riesce a creare da zero una figura disturbante, peculiare, imprevedibile eppure spaventosamente realistica.
RUBEN MINA VAGANTE
È letteralmente impossibile prevedere se Ruben reagirà positivamente o negativamente a qualsiasi frase detta da Niall o da chiunque altro. Una battuta può diventare una complicità, un gesto di affetto può trasformarsi in umiliazione, una conversazione normale può precipitare in violenza nel giro di pochi secondi. In questa instabilità risiede il potere di Half Man, che attrae il pubblico come una fiamma attrae una falena, con una differenza fondamentale: arrivati al secondo episodio, lo spettatore dovrebbe ormai aver capito che più si addentra nella miniserie, più finirà per farsi emotivamente male.
Molto merito va dato anche a Stuart Campbell, interprete del giovane Ruben, che instilla nel personaggio ben più di un pizzico di follia attraverso gli occhi, la postura e una gestualità sempre sul punto di esplodere. Non c’è bisogno che Ruben faccia qualcosa di terribile in ogni scena perché la minaccia sia percepibile: basta il modo in cui occupa lo spazio, il modo in cui guarda Niall, il modo in cui sembra trasformare ogni momento di intimità in una possibile detonazione. È una presenza tossica, magnetica, respingente e affascinante insieme. Una combinazione pericolosissima, sia per Niall sia per lo spettatore.
WELCOME TO GLASGOW
Ma non è solo Ruben a funzionare, perché Ruben e Niall sono imprescindibili l’uno dall’altro. È proprio su questa relazione magnetica e tossica che Half Man fonda il proprio impianto emotivo, e il secondo episodio lo dimostra con ancora più chiarezza rispetto al già potentissimo primo episodio. Se nella premiere era Ruben ad aiutare Niall, qui il rapporto sembra momentaneamente ribaltarsi: al college è Niall che, mentre cerca di ambientarsi e capire chi sia davvero, permette a Ruben di entrare nella sua nuova vita.
Solo che, ovviamente, le cose si evolvono velocemente nella direzione più inaccettabile possibile. Sputi, insulti, droghe, pestaggi. Parafrasando Luke in The O.C.: “Welcome to Glasgow, bitches”. Il college, che per Niall dovrebbe essere lo spazio della scoperta e dell’emancipazione, diventa invece l’ennesimo territorio colonizzato dall’instabilità di Ruben. La serie lavora benissimo su questo cortocircuito: da una parte la possibilità di un’identità nuova, dall’altra il ritorno costante di un legame che impedisce qualsiasi vera liberazione.
NIALL SCOPRE SÉ STESSO
Al di là di Ruben e del modo devastante in cui termina la puntata, Gadd riesce a dosare benissimo minutaggio e tematiche, rendendo chiaro che questo è soprattutto l’episodio in cui si esplorano la sessualità e la personalità di Niall ora che il ragazzo è leggermente più conscio di sé stesso. Il flashback è ambientato nel 1989, un periodo in cui essere gay non è assolutamente una cosa “normale” e in cui l’epidemia di AIDS sta facendo migliaia di morti in tutto il mondo. In questo contesto, il rapporto tra Niall e Alby assume un peso enorme.
Alby non è soltanto un interesse sentimentale: è una soglia. È il personaggio che permette a Niall di intravedere una versione di sé meno schiacciata dalla vergogna, dalla paura e dal bisogno di compiacere gli altri. Mitchell Robertson, interprete del giovane Niall, riesce a rendere vivida la titubanza del ragazzo, ma anche l’eccitazione di chi scopre improvvisamente di poter essere sé stesso senza doversene vergognare più di tanto. Non c’è mai romanticismo facile, non c’è mai consolazione pulita. C’è piuttosto una tenerezza fragile, continuamente minacciata dal mondo esterno e, soprattutto, dall’ombra di Ruben.
IL TWIST CHE RIBALTA TUTTO
L’ennesimo atto sconsiderato ed esagerato di Ruben arriva come una condanna già scritta: il pestaggio quasi mortale di Alby marchia a fuoco la vita di tutti quelli coinvolti. È una sequenza brutale non solo per la violenza fisica, ma per il modo in cui distrugge in pochi secondi la possibilità di Niall di vivere qualcosa che assomigliava, finalmente, a una forma di libertà. Ruben non si limita a fare del male ad Alby: invade l’identità di Niall, la sua sessualità, il suo futuro, il suo diritto a esistere fuori dalla loro relazione tossica.
Ed è proprio qui che la puntata si gioca il suo asso nella manica, tornando al presente e mostrando che Niall sta per sposare proprio Alby. Un plot twist che rende l’episodio ancora più importante in retrospettiva e fa salire la voglia di vedere le restanti quattro puntate per capire come si sia arrivati all’altare dopo una frattura così devastante. Half Man conferma così la propria capacità di usare i salti temporali non come semplice trucco narrativo, ma come strumento emotivo: prima mostra la ferita, poi rivela che quella ferita non ha mai smesso davvero di sanguinare.
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