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Men

Una giovane donna va in vacanza da sola nella campagna inglese dopo la morte dell'ex marito.

Una giovane donna va in vacanza da sola nella campagna inglese dopo la morte dell’ex marito.

 

Men è la terza produzione cinematografica di Alex Garland (nelle vesti di regista e sceneggiatore) dopo Ex Machina e Annihilation. Nel 2020 è comparso anche sul piccolo schermo con la miniserie Devs, un altro elaborato lavoro attorno al progresso tecnologico e alle problematiche etiche e morali che lo sviluppo porta con sé. Tematiche che il regista inglese aveva già affrontato nel 2014 in Ex Machina. Con Annihilation e Men, invece, lo spaccato narrativo di Garland cambia collocandosi in un ambiente più horror, misterioso e intriso di puro misticismo.
Natalie Portman (in Annihilation) viene sostituita da Jessie Buckley all’interno di un film che si compone di pochissimi comprimari (trasposti per la maggior parte dal solo Rory Kinnear), in un paesino di campagna all’interno del quale è difficile non percepire la tragedia che aleggia tra la fitta boscaglia.
La sinossi poco sopra è tanto banale quanto poco esplicativa relativamente a cosa sia esattamente Men. Il film di Garland parte da uno spunto narrativo basilare per addentrarsi nella psiche umana, analizzarla in scena e non pretendendo mai di voler somministrare al pubblico le proprie risposte e/o delucidazioni. Come ben spiegato da lui stesso nel breve documentario che ha accompagnato la pellicola Rebirth – The Making Of “Men”, il significato del film non è uno solo: si tratta di un film molto personale ed autoriale che cerca di toccare diverse corde morali ed ideologiche all’interno del proprio pubblico per tentare di stimolarne non solo la visione, ma anche una riflessione.
E d’altra parte, se un regista dovesse essere costretto a spiegare una propria opera non si tratterebbe, quantomeno in parte, di un fallimento?

James: “Mi ammazzerò.”
Harper: “No, non puoi…non puoi dire una cosa del genere. Non puoi dire questo a me!”
James: “Lo sto dicendo. Lo dico io perché dovrai conviverci…sulla tua coscienza.”

Men affronta come tematiche principali quelle del dolore e del senso di colpa. La morte di James (Paapa Essiedu) viene inizialmente solo citata salvo poi essere presentata al pubblico in maniera sempre più dettagliata. Non solo in termini di visione, ma anche per quanto concerne il confronto con i propri sentimenti da parte di Harper (Jessie Buckley). Il racconto della morte viene inizialmente mostrato dagli occhi della donna e vissuto in un certo tal senso come un evento liberatorio, quasi fortuito per la vita della donna che, oppressa dal rapporto e dal carattere violento ed estremamente mascolino di James, aveva chiesto il divorzio. Successivamente la morte di James viene analizzata da punti di vista esterni, presentati all’interno di dialoghi, portando a galla sentimenti fino a lì solo percepiti: il senso di colpa (per l’appunto) di Harper, il dolore, la solitudine e la paura verso il prossimo. Il senso di colpa in Harper nasce dalla dinamica stessa della morte di James che per tutto il film resta irrisolta: incidente oppure suicidio? Nemmeno lo stesso Garland tiene particolarmente a dare una risposta a questa domanda, proprio per il desiderio di veder declinata la pellicola al gusto personalissimo del pubblico.

Harper: “Ciao.”
Samuel: “Chi sei?”
Harper: “Io sono Harper.”
Samuel: “Vuoi fare un gioco? Nascondino? Tu ti nascondi. Io ti cerco.”
Harper: “Io, io… non credo di poterlo fare.”
Samuel: “Non puoi nasconderti? Dai forza. Scommetto che sei brava. E io sono bravo a cercare.”

Il film è intriso di misticismo e richiami religiosi, ma anche di mitologia. Attorno alla figura femminile di Harper si declinano tutte queste metafore e richiami: l’eco all’interno del tunnel che successivamente si tramuta nel canto che perdura nell’intero film ricorda i canti delle sirene proposti in altri prodotti cinematografici; il frutto colto dall’albero in giardino richiama il frutto proibito; durante una delle sequenze finali Harper sembra correre e ritrovarsi all’interno di un labirinto, quasi fosse Arianna e il Minotauro la stesse inseguendo. In parallelo, Rory Kinnear ricopre tutti i principali caratteri distintivi dell’uomo all’interno dell’immaginario collettivo: il protettore; il padre; il “tipico bravo ragazzo”.
Il collegamento tra tutte le figure maschili non è solo suggerito dall’interpretazione unica di Kinnear, quanto piuttosto dalla ferita che occorre ad uno di essi durante l’ultima, concitata, porzione di film che si ripalesa su ognuno di quasi, per l’appunto, si trattasse della medesima figura.
Un altro spunto interessante, rimanendo nel campo religioso, sono alcune delle ferite procuratesi da James nel suo incidente mortale: un buco nel costato, uno nella mano ed una brutta ferita al piede. Tutte e tre, che si ripresenteranno anche sugli altri personaggi maschili, sembrano quasi voler richiamare la crocifissione di Gesù. Un qualcosa che dà ulteriore valore al senso di colpa di Harper, visto che James, che possibilmente si è suicidato, viene paragonato a Cristo, al martire per antonomasia.
I riferimenti alle divinità non vengono limitati al solo ambito cristiano, tuttavia. Durante uno dei faccia a faccia tra Harper ed il vicario, quest’ultimo inizialmente cita vari passaggi relativi alla mitologia greca e successivamente, mentre sta tentando di forzare Harper ad avere un rapporto con lui, la donna gli chiede sgomenta che cosa sia e lui risponde laconico “I am a swan”. Un richiamo abbastanza evidente al mito di Leda e di Zeus che, tramutatosi in cigno per conquistare la donna, la avvicinerà sotto forma animale per poi sedurla ed accoppiarsi con lei.

“Sono andata a fare una passeggiata e incontro un ragazzo nel cimitero di una chiesa che mi dice che sono una stupida puttana.
Poi incontro un Vicario che mi dice che sono stata io a spingere James ad uccidersi. Poi incontro un poliziotto che mi dice che hanno appena rilasciato il tizio nudo che ha cercato di entrare casa ieri. E…Non ce la faccio più, davvero. Salgo in macchina e vado a casa.
Fanculo tutto questo.”

Men è un film che vive attorno alle possibili riflessioni del proprio pubblico riguardo il significato dello stesso. Fattore, questo, che rappresenta sia il punto di forza, sia la vera grande debolezza della pellicola.
Per quanto concerne il comparto tecnico ed attoriale non risulta esserci nulla da obbiettare, anzi, Alex Garland si riconferma un maestro nella messa in scena di ambientazioni e scenari in grado di creare ansia e pathos con il nulla.
Jessie Buckley e Rory Kinnear fornisco una prestazione superlativa per diversi motivi. La donna riesce a trasmettere senza particolare difficoltà (aiutata sicuramente da Garland in ciò) tutto il kaleidoscopio di emozioni che Harper prova in ogni singola sequenza. Si passa dalla gioia quasi bambinesca mentre la donna sembra godersi la natura incontaminata della campagna inglese durante il primo temporale, al terrore viscerale di fronte alla figura imperscrutabile che avanza correndo verso di lei all’interno del tunnel.
Kinnear, invece, è da lodare per la capacità di adattamento dimostrata nel trasporre vari personaggi all’interno della pellicola. Una scelta peculiare sicuramente, ma che vuole sottolineare l’intento di Garland di voler unificare i vari volti maschili con cui Harper si ritrova a dover dialogare nel piccolo villaggio di Cotson.
A fare da contorno, poi, la musica che come un megafono amplifica tutte le emozioni messe in scena dagli attori ed i canti in stile gregoriano sembrano quasi riportare a galla una paura ancestrale, un terrore che l’essere umano si porta appresso da sempre.

James: “Guardami, Harper. Così sono morto. Il mio braccio è stato squarciato da una ringhiera di ferro. Mi si è spezzata la caviglia. I miei organi interni, schiacciati. Questo è ciò che hai fatto.”
Harper: “James…Cos’è che vuoi da me?”
James: “Il tuo amore.”


La valutazione finale è più che buona, ma non raggiunge il massimo dei voti proprio per questa stretta correlazione tra simbolismo e necessità da parte dello spettatore di dedurre e riflettere su cosa effettivamente ha visto. Un qualcosa che, per chi scrive, risulta scontato per determinate pellicole, ma che non può essere il punto fondamentale all’interno del racconto. Garland si riconferma maestro nel creare la tensione e l’atmosfera più adatta, uno dei registi forse più piacevoli da guardare in questo senso.

 

TITOLO ORIGINALE: Men
REGIA: Alex Garland
SCENEGGIATURA: Alex Garland
INTERPRETI: Jessie Buckley, Rory Kinnear, Paapa Essiedu, Gayle Rankin
DISTRIBUZIONE: Entertainment Film Distributors, A24
DURATA: 100′
ORIGINE: USA-UK, 2022
DATA DI USCITA: 25/08/2022

Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal.
Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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