Recensione Nina Roza

Nina RozaTEMPO DI LETTURA 5 min

Nina Roza si configura come un film sul prendersi cura senza possedere e sulla possibilità, sempre fragile, di riconciliarsi con ciò che si è stati per poter finalmente abitare ciò che si è diventati.
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Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale berlinale logo

Nella Montréal contemporanea, Mihail, critico ed esperto d’arte di origine bulgara, conduce una vita costruita lontano dalle proprie radici dopo la morte della moglie e l’emigrazione forzata degli anni Novanta. Quando gli viene affidato l’incarico di autenticare i dipinti di Nina, una bambina bulgara di otto anni diventata virale sul web, è costretto a tornare nel suo paese d’origine, riaprendo ferite non ancora rimarginate.

Nina Roza costruisce il proprio impianto narrativo attorno alla figura di un uomo che ha imparato a sopravvivere attraverso la rimozione, trasformando l’esilio in una forma di autodifesa e la cultura d’adozione in una nuova armatura identitaria. Mihail appare fin dalle prime sequenze come un intellettuale integrato, immerso in un ambiente francofono e cosmopolita, apparentemente pacificato, ma intimamente attraversato da una malinconia silenziosa che affiora nei gesti minimi, nelle pause, negli sguardi trattenuti. Il ritorno in Bulgaria non si configura come una semplice trasferta professionale, bensì come una riapertura traumatica al passato, un confronto inevitabile con ciò che è stato abbandonato, con i legami interrotti e con una memoria che non ha mai smesso di esercitare la propria pressione. Il film trasforma così il viaggio geografico in una discesa emotiva, in cui ogni incontro, ogni luogo, ogni silenzio diventa un promemoria della frattura originaria prodotta dall’emigrazione.

If you keep your eyes closed is not that scary.

Uno degli assi portanti dell’opera risiede nel gioco costante di riflessi tra Nina e Roza, costruito come una struttura simbolica che attraversa l’intero racconto. La bambina pittrice non rappresenta soltanto un enigma artistico, ma diventa progressivamente una proiezione del passato di Mihail, un’immagine cristallizzata della figlia nel momento in cui lasciò la Bulgaria, privata bruscamente delle proprie radici. Nina incarna l’infanzia ancora radicata nella comunità, nei rituali, nei legami affettivi, mentre Roza rappresenta il prodotto di una crescita avvenuta altrove, segnata dalla dislocazione culturale e da una relazione incompiuta con il padre. Attraverso questo doppio dispositivo, il film interroga la possibilità stessa della trasmissione identitaria, mostrando come ogni passaggio generazionale sia inevitabilmente contaminato da perdite, omissioni e incomprensioni.
L’autenticazione dei quadri di Nina introduce immediatamente il problema del valore: cosa rende un’opera preziosa, l’oggetto in sé o la storia che lo circonda? Il film mette in scena con lucidità la violenza sottile esercitata dal mercato sull’infanzia creativa, trasformando un gesto spontaneo in merce, un talento in investimento, un gioco in responsabilità economica. Le proposte della curatrice Giulia Mancini, il servizio fotografico nella fabbrica distrutta, il progetto di trasferimento in Italia rivelano una progressiva sottrazione di libertà, mascherata da opportunità. In questo sistema, Nina rischia di diventare un prodotto culturale prima ancora di comprendere se stessa come soggetto.

Have I take good care of her? Have I take good care of you?

Sul piano formale, Nina Roza adotta un linguaggio visivo rarefatto, sospeso, costruito attraverso una fotografia morbida, una colonna sonora discreta e un montaggio che privilegia la suggestione. L’influenza dichiarata di maestri come Fellini, Tarkovskij e Bertolucci si traduce in un cinema che dissolve i confini tra reale e simbolico, tra presente e ricordo, tra esperienza concreta e risonanza interiore. Le immagini non si limitano a illustrare l’azione, ma funzionano come estensioni dello stato emotivo del protagonista, traducendo in forma sensibile la sua oscillazione costante tra radicamento e fuga. Questo approccio impressionista rafforza la dimensione intimista del racconto, ma richiede allo spettatore una partecipazione attiva, fondata sull’ascolto dei silenzi e sulla decifrazione delle atmosfere.
Tra i principali limiti di Nina Roza, infatti, emerge una tendenza marcata all’autocompiacimento stilistico, che spesso sacrifica la chiarezza narrativa in favore di una sensibilità poetica talvolta molto criptica, rendendo il percorso emotivo dei personaggi più evocato che realmente approfondito. La dimensione simbolica, pur coerente con le intenzioni autoriali, risulta a tratti ridondante e poco integrata nello sviluppo drammaturgico, con immagini e situazioni che si ripetono senza produrre una reale progressione tematica.
Il cuore etico del film risiede nel rapporto tra Mihail e Roza, segnato da una distanza che non è mai diventata separazione definitiva, ma che ha prodotto una forma di affetto incompleto, fragile, costantemente in bilico. Il ritorno della figlia nella sua vita, costringe Mihail a interrogarsi sul proprio ruolo, sulle scelte compiute, sulle assenze accumulate. Il parallelo con Nina amplifica questa riflessione, trasformandola in una meditazione sulla cura: cosa significa davvero prendersi cura di qualcuno, senza soffocarne l’identità, senza proiettarvi i propri rimpianti, senza utilizzarlo come risarcimento simbolico delle proprie mancanze? Le domande finali del protagonista non cercano una risposta definitiva, ma attestano l’emergere di una nuova consapevolezza, fondata sull’umiltà e sul dubbio.


Nina Roza si impone come un’opera capace di intrecciare riflessione sull’arte, racconto migratorio e indagine familiare in un tessuto narrativo coerente e profondamente umano. Tra i punti di forza emergono la scrittura misurata, l’eleganza formale, la profondità tematica e la costruzione simbolica del doppio, che conferisce al racconto una risonanza universale. Tra le debolezze, si possono individuare una certa rarefazione narrativa e un ritmo volutamente contemplativo, che potrebbero risultare ostici a gran parte del pubblico, a cui si aggiunge anche un’opacità simbolica in alcuni passaggi che rischia di causare un eccessivo distacco nello spettatore meno paziente. Ne deriva un’opera elegante e suggestiva, ma emotivamente discontinua, che rischia di rimanere sospesa in una dimensione contemplativa autoreferenziale, limitandone l’impatto complessivo e giustificando un giudizio che difficilmente supera la semplice sufficienza.

TITOLO ORIGINALE: Nina Roza
REGIA: Geneviève Dulude-De Celles
SCENEGGIATURA: Geneviève Dulude-De Celles
INTERPRETI: Galin Stoev, Sofia Stanina, Ekaterina Stanina, Michelle Tzontchev, Christian Bégin, Chiara Caselli, Nikolay Mutafchiev, Tsvetan Todorov, Elena Atanasova, Svetlana Yancheva
DISTRIBUZIONE: Entract Films
DURATA: 103′
ORIGINE: Canada, Belgio, Bulgaria, Italia, 2026
DATA DI USCITA:
presentato in anteprima alla 76ª Berlinale

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Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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