Recensione El Tren Fluvial The River Train

El Tren Fluvial – The River TrainTEMPO DI LETTURA 5 min

El Tren Fluvial è un’opera deliberatamente opaca, refrattaria a ogni forma di consumo immediato, costruita per disorientare e destinata inevitabilmente a dividere il pubblico a metà.
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Film presentato in anteprima alla 76ª Berlinale berlinale logo

Milo è cresciuto sotto la pressione continua del padre che vuole diventi un grande ballerino di malambo e il figlio “perfetto”. A 9 anni, sogna di prendere il controllo della sua vita e di sfuggire alle richieste che i suoi genitori gli impongono: lavare i piatti, cucinare, appendere quadri, esercitarsi col malambo in piena notte. Vuole qualcos’altro. Sogna di viaggiare in treno e scoprire la città di Buenos Aires, un luogo di cui ha sentito tanto parlare nei film e che ora finalmente riuscirà a vedere con i suoi occhi.

El Tren Fluvial è una pellicola che rientra nella categoria del cinema dell’incertezza: non cerca risposte, ma solo domande che stimolino lo spettatore alla riflessione. Il viaggio di Milo non è mai davvero un percorso puramente “geografico” verso Buenos Aires, ma un attraversamento simbolico dell’età infantile verso una prima, dolorosa forma di autonomia.
Il bambino vive in un ambiente rigidissimo, dominato da un padre che impone disciplina, performance e obbedienza. Il mantra “Don’t think, speak!” diventa la sintesi di questo modello educativo: non riflettere, non sentire, esegui. Milo cresce come un piccolo atleta, un corpo addestrato più che una coscienza in formazione. La fuga nasce quindi non da un capriccio, ma dal bisogno di respirare, e il viaggio è quindi un tentativo ingenuo di costruirsi una libertà prima ancora di sapere cosa significhi davvero essere liberi.

Don’t think, speak!

Il treno non è solo un mezzo di trasporto, ma una metafora costante della transizione. Ogni volta che Milo sale sul treno, entra in una dimensione sospesa: non è più a casa, ma non è ancora nel mondo adulto. La voce del conducente che recita poesie all’altoparlante agisce come una coscienza esterna, una sorta di narratore che traduce in versi le emozioni del bambino. È come se il film suggerisse che Milo non è ancora in grado di comprendere razionalmente ciò che vive, ma lo percepisce attraverso immagini, suoni e sensazioni. Il viaggio non procede in linea retta: si muove per deviazioni, incontri strani, episodi apparentemente inutili. Esattamente il modo in cui funziona la crescita.
Tutti gli incontri di Milo funzionano come proiezioni simboliche. L’uomo con le cuffie che “parla” attraverso di esse rappresenta una forma di guida inconscia: non dà istruzioni logiche, ma legate alla sfera emotiva, e la rosa nella tasca è il segno di una fragile bellezza nascosta nel caos urbano.
Terrible Black (El Negro Pésimo in originale) e Cristal incarnano invece due possibili destini marginali: la sopravvivenza attraverso il ruolo, la maschera, la finzione, oppure attraverso la più completa vulnerabilità. Entrambi vivono ai margini del sistema, come lo stesso Milo.
La casting director (la Profesora in originale) è forse la figura più complessa e rappresenta il mondo adulto del successo, del giudizio e dell’opportunità: attraente e al contempo minaccioso. Il suo essere “airone” indica un animale solitario, elegante, distante dall’essere innocuo, perfino agli occhi del cacciatore, e per questo appartiene a un ecosistema completamente diverso rispetto a quello di Milo. E quando lo lascia andare senza denunciarlo, compie un gesto volutamente ambiguo, proteggendolo dalle conseguenze legali della sua effrazione, ma negandogli al contempo anche un accesso diretto a quel mondo.

Dear family, I’m getting home

Nel film il corpo è costantemente al centro. Milo balla, corre, recita, cade, si traveste. Il suo corpo è lo strumento con cui cerca di trovare un posto nel mondo. Non possiede ancora un linguaggio emotivo maturo, quindi si esprime fisicamente.  Il travestimento con l’abito femminile, la maschera da lucha libre, la danza solitaria sono momenti di esplorazione identitaria. Milo sperimenta ruoli, immagini, possibilità. Non è una provocazione, ma un tentativo infantile di capire chi potrebbe diventare.
Il cuore del film è il fallimento. Milo non conquista la città, non ottiene il ruolo, non trova una nuova famiglia, non diventa indipendente. Il suo viaggio “fallisce” secondo qualsiasi parametro esterno, ma è proprio questo fallimento a renderlo formativo. Il bambino scopre che il mondo non è una favola cinematografica, che l’indipendenza non è un atto eroico, ma una costruzione lenta e dolorosa. Quando torna a casa dicendo alla sua famiglia un sincero “I love you”, non si tratta di una resa, bensì di una presa di coscienza. Ora sa cosa significa andarsene, ora può scegliere di restare.
Il finale, con Milo che piange sul treno mentre parla alla famiglia attraverso questa sorta di lettera/monologo interiore, è il vero compimento del viaggio. Non si tratta di un lieto fine consolatorio, ma di una maturazione silenziosa. Milo torna cambiato: ha visto il mondo, ha sperimentato la solitudine, il rifiuto, il desiderio. La lacrima indica che ha perso qualcosa: l’illusione dell’infanzia come spazio protetto, ma ha anche guadagnato una maggior consapevolezza del mondo che lo circonda. E con questo finale malinconico il film suggerisce che crescere non significa smettere di sognare, ma imparare a convivere con i propri limiti.


Nel suo congedo conclusivo, El Tren Fluvial (The River Train) si rivela così anche per ciò che è sempre stato: un’opera deliberatamente opaca, refrattaria a ogni forma di consumo immediato, costruita per disorientare prima ancora che per emozionare, e destinata inevitabilmente a dividere il pubblico tra chi ne respinge l’ermetismo e chi, invece, ne accetta la sfida interpretativa. Non si tratta, dunque, di un cinema pensato per tutti, né tantomeno per uno spettatore in cerca di rassicurazioni o di significati immediatamente leggibili. Al contrario, è un film per pochi, per chi è disposto a sostare nell’incertezza, a tollerare il vuoto, a interrogarsi su ciò che resta sospeso. La frammentarietà narrativa, l’accumulo di episodi apparentemente incongrui, l’assenza di una progressione causale tradizionale e la costante ambiguità simbolica rendono il film difficilmente decifrabile a una prima visione, trasformandolo in un’esperienza più vicina alla contemplazione che alla fruizione narrativa.

TITOLO ORIGINALE: El Tren Fluvial
REGIA: Lorenzo Ferro, Lucas A. Vignale
SCENEGGIATURA: Lorenzo Ferro, Lucas A. Vignale
INTERPRETI: Milo Barrìa, Lucrecia Pazos, Mailén Barrìa, Mariano Barrìa, Rita Pauls, Fabiàn Casas, Pehuén Pedre, Diego Puente
DISTRIBUZIONE: Cinco Rayos
DURATA: 75′
ORIGINE: Argentina, 2026
DATA DI USCITA:
presentato in anteprima alla 76ª Berlinale

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Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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