Squid Game 3×05 – ○△□TEMPO DI LETTURA 7 min

4.6
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Recensione Squid Game 3x05In un universo narrativo, quello di Squid Game, che ha sempre usato il gioco come dispositivo per svelare l’ipocrisia delle strutture sociali, questa quinta puntata porta sullo schermo, per l’ennesima volta, l’allegoria centrale dell’intera serie: l’illusione della democrazia come strumento equo di gestione del potere. Si era già parlato del concetto di “tirannia della maggioranza” e di come il meccanismo di voto tra una prova e l’altra fosse stato sfruttato in maniera superficiale e ripetitiva, perdendo rapidamente il suo impatto emotivo; ed ecco che, giunti al gioco finale, i concorrenti sono di nuovo alle prese con una votazione che di democratico ha ben poco e che, tanto per cambiare, porta a una serie di esiti pronosticabili dal primo secondo in cui i superstiti hanno messo piede sulla prima torre.
Squid Game raggiunge quindi la penultima tappa di un percorso che continua a oscillare tra una costruzione della tensione, in alcuni momenti anche ben orchestrata, e una prevedibilità strutturale che ormai compromette gran parte dell’efficacia narrativa. L’episodio, attraverso questo gioco del “voto”, costruito per spingere i personaggi verso scelte estreme, in un meccanismo che riproduce, con distorsione sadica, la parvenza di un sistema democratico, mostra come ogni tentativo di legittimare la violenza attraverso il consenso collettivo conduca inevitabilmente all’annullamento dell’etica, della pietà e della dignità umana.
Tuttavia, accanto al fascino disturbante di questo scenario, emergono con chiarezza anche le fragilità che ormai sembrano intrinseche nella struttura stessa della serie: l’eccesso di semplificazione nei personaggi, l’uso didascalico della metafora e una tensione drammatica che punta più al colpo di scena – mai veramente tale – che alla costruzione emotiva.

OMICIDIO DEMOCRATICO


A rendere il quadro un po’ più “variopinto” del solito, paradossalmente, è l’estetica della nuova arena di gioco che, per la prima volta, rompe drasticamente con la cifra visiva tipica della serie, rinunciando ai colori vivaci e infantili per un’ambientazione grigia, fatiscente e oppressiva. Le tre torri, organizzate nella consueta forma “cerchio-triangolo-quadrato”, sono scolorite, screpolate e angoscianti, simbolo evidente di un sistema che, dopo infiniti cicli di gioco, ha perso definitivamente la parvenza ludica rivelando, senza troppi artifizi, la propria natura meccanica e distruttiva.
La tensione narrativa si struttura su due livelli principali: da una parte il cuore dell’episodio, il gioco tra i superstiti, dominato da votazioni, tradimenti e scelte morali discutibili; dall’altra le sottotrame parallele che, pur meno centrali in termini di minutaggio, preparano il terreno in vista del finale. No-eul affronta finalmente il suo ex comandante e Jun-ho riesce a salvare il fuggitivo 246 e a stabilire un contatto radio con il Front Man, confermando il progressivo avvicinamento del “mondo esterno” al cuore dell’organizzazione.
Ma è nel meccanismo del “Sky Squid Game” che la puntata cerca di raggiungere il suo apice allegorico. Tre torri, tre round, e una regola semplice quanto crudele: per progredire al livello successivo, bisogna spingere almeno una persona ancora in vita giù dal proprio pilastro. Se nessuno cade, tutti muoiono. Di fronte a questa struttura brutale, il gruppo – diviso in due fazioni sempre più fittizie – tenta la soluzione apparentemente più ragionevole, ovvero votare democraticamente chi uccidere. A guidare questa farsa è il giocatore 100, che propone di procedere alla votazione per l’eliminazione del giocatore 222, presentando il tutto come un gesto civile, ordinato, persino giusto. Ed è proprio in questa messa in scena democratica che si svela la vera crudeltà dell’episodio: non c’è giustizia in questo sistema, solo una distorsione del concetto di consenso, usato come strumento per legittimare la violenza. È un’accusa lucida, e fin troppo attuale, contro ogni meccanismo che trasforma l’atto del votare in un’arma per togliere diritti invece che proteggerli.

I’M YOUR FATHER


Il primo a cadere è Min-su, e la sua morte, pur inscritta nei meccanismi narrativi con apparente coerenza, denuncia uno dei limiti più evidenti di questa stagione: l’incapacità di attribuire un peso emotivo autentico alla scomparsa dei personaggi secondari. La sequenza del suo assassinio avrebbe potuto rappresentare un momento di rottura morale, un punto di non ritorno. Ma ciò che colpisce non è tanto l’omicidio in sé, quanto la maniera in cui esso viene liquidato dalla regia e dalla scrittura, senza solennità e senza alcun tipo di profondità, confermando la tendenza della serie a sacrificare personaggi secondari senza conferirgli uno spessore capace di rendere la loro uscita di scena davvero significativa.
Il secondo round mette in scena una dinamica ormai familiare: Gi-hun e il neonato, percepiti come sacrificabili, diventano un paradossale punto fermo attorno al quale si riorganizza la strategia collettiva. L’impossibilità di eliminarli in un colpo solo senza conseguenze immediate – ovvero dover affrontare un’ultima selezione interna – svela così la tensione latente tra interesse individuale e responsabilità collettiva. L’idea di un sorteggio, proposta con ipocrisia dal simpaticissimo giocatore 100, si dissolve rapidamente nel caos, rivelando quanto la maschera della razionalità democratica sia fragile, e quanto basti poco perché ceda il passo a un ritorno brutale alla logica del più forte, e la violenza incontrollata del giocatore 203, elemento instabile e rabbioso, non fa che confermare questa deriva.
L’intervento letale di Myung-gi, con annessa rivendicazione pubblica di una paternità rimasta fino a quel momento taciuta, riesce nell’incredibile impresa di non suscitare nessun tipo di emozione nei confronti dello spettatore. La rivelazione, infatti, pur potente sulla carta, si inserisce in un contesto narrativo troppo affrettato per avere qualsivoglia impatto emotivo. Oltre che arrivare da uno dei personaggi meno interessanti di questa terza stagione. Si tratta dell’ennesima svolta narrativa scritta col culo con l’intenzione di alzare la posta morale, ma priva della densità necessaria a farla vibrare davvero.

COREANO TAKE-AWAY


Nel frattempo, l’arco narrativo di vendetta e redenzione di No-eul trova finalmente il suo compimento. La ricerca del fascicolo di 246 culmina in un confronto liberatorio con il suo comandante, in cui dolore e rabbia trovano una sintesi credibile, rivelandosi come uno dei pochi casi in cui la serie riesce a gestire con efficacia un percorso di vendetta senza cedere al melodramma. Ogni gesto di No-eul è pregno di una rabbia controllata che conferisce al personaggio uno spessore raro in questa stagione, e la sua vendetta non è cieca, né cieca è la sua redenzione, ma è il frutto di una consapevolezza raggiunta con fatica, di un’elaborazione del dolore che la serie, per una volta, riesce a rendere con misura e precisione.
La morte di giocatore 039, suicida per non farsi usare come “lunchbox”, è l’unico vero scarto emotivo dell’episodio. Ferito, isolato e ridotto a oggetto, sceglie di sottrarsi al meccanismo che lo vorrebbe ancora funzionale da morto. È un gesto disperato ma lucido, che infrange la logica utilitarista del gioco e restituisce per un istante all’individuo il controllo sul proprio destino.
Si arriva così al terzetto finale: Gi-hun, Myung-gi e il neonato. Una configurazione più simbolica che sorprendente, in cui i ruoli sono già scritti. La penultima puntata, per costruzione e scelte narrative, abdica a ogni tensione autentica. L’unico personaggio capace di creare un po’ di ambiguità sui possibili sopravvissuti (Min-su) viene eliminato per primo, lasciando così in campo solo personaggi oltremodo secondari e giocatore 100, che non poteva che morire in questo round, così da non lasciare allo spettatore alcun dubbio sul trio di finalisti.
Non sia mai che si provi a stupire il pubblico con qualche trovata coraggiosa ad un passo dal finale.

 

THUMBS UP 👍THUMBS DOWN 👎
  • Estetica grigia e fatiscente in contrapposizione ai soliti colori sgargianti
  • La questione della “tirannia della maggioranza” si fa di nuovo avanti con l’ennesimo sorteggio
  • Tensione narrativa spesso prevedibile, già scritta nei codici della serie
  • Personaggi secondari sprecati o caricaturali
  • Arco di Myung‑gi forzato, costruito in funzione del colpo di scena
  • Una narrazione che procede per tappe obbligate più che per scelte coraggiose

 

Squid Game riesce ancora una volta a colpire sul piano visivo e simbolico, ma conferma i limiti che ormai da tempo affliggono il franchise: una costruzione narrativa troppo dipendente dalla formula originaria, personaggi raramente approfonditi e una tensione drammatica che non riesce più a sorprendere.
Si tratta della classica serie Netflix del momento, al pari di Stranger Things o de La Casa De Papel, che continua a funzionare soltanto perché “di tendenza” e che, esattamente al pari delle altre due appena menzionate, non aveva alcuna ragione, se non quella puramente economica, di andare oltre la conclusione del primo arco narrativo. L’ennesima operazione commerciale che ha spogliato una serie buona di tutto il suo potenziale, rendendola soltanto un contenitore vuoto apprezzabile da chi non ha mai visto alcun prodotto dello stesso genere o da chi guarda prodotti televisivi mosso solo e unicamente dalla FOMO. Resta ancora un episodio per salvare la baracca, ma attualmente le probabilità di successo sono le stesse che aveva il giocatore 100 di mettere le mani sul montepremi finale. O di Lee Jung-jae di cambiare espressione facciale.

 

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Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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