
Chiudere una stagione di Squid Game non è mai stato semplice, e ancora meno lo è chiudere la serie stessa. Ma farlo dopo una terza stagione costellata da alti e bassi, con momenti di grande impatto emotivo alternati ad altri più annacquati, richiedeva un equilibrio difficile da ottenere. E l’episodio conclusivo, purtroppo, si ferma a un livello appena sufficiente, riuscendo sì a chiudere il cerchio, ma facendolo con una prevedibilità e una struttura narrativa che lasciano poco spazio a riflessioni profonde o a veri colpi di scena.
E questa è probabilmente la generale sensazione di amarezza che echeggia nel palato di tutti gli spettatori del mondo che, tra una morte e l’altra, si aspettavano sicuramente alcune risposte o, se non altro, un senso di chiusura un po’ più ampio. Chiaramente Hwang Dong-hyuk non la pensava allo stesso modo.
TUTTO SECONDO I PIANI
L’episodio si articola in tre segmenti ben distinti. La prima metà si concentra sulla conclusione degli attuali giochi e sulla distruzione dell’isola che li ha ospitati. È la parte più ritmata e cinematografica dell’episodio, con un climax visivo che suggella la fine di un’era.
Lo scontro tra Gi-hun e Myung-gi, però, è estremamente viziato e si arena su una dinamica di gioco talmente forzata da sembrare quasi svogliata: la “dimenticanza” di premere il pulsante per iniziare la sfida (una delle due regole fondamentali del round finale) è talmente evidente da apparire artificiosa. Un espediente narrativo poco elegante che porta inevitabilmente a intuire la fine di Myung-gi e a prevedere il tormento morale che seguirà per Gi-hun di lì a pochi minuti.
Una volta eliminato Myung-gi, il gioco impone a Gi-hun una scelta impossibile: uccidersi o uccidere il neonato, l’ultimo “giocatore” rimasto. La questione è priva di pathos perchè nessuno spettatore può davvero pensare che avrebbe scelto il bambino, quindi anche qui l’esito risulta telefonato, e manca quell’empatia e quella sorpresa che avrebbero innalzato moralmente e visivamente questo finale. Il suo suicidio, seppur sia coerente con l’evoluzione del character che tematicamente allineato con la denuncia sociale della serie, non riesce a scuotere come dovrebbe. È un gesto nobile ma atteso scontato.
Anche il destino del Front Man, che riesce a fuggire indisturbato, sembra una scelta funzionale più alla continuità produttiva che a una vera logica narrativa. Se l’intento era mostrare che i più astuti sopravvivono sempre, il messaggio arriva chiaro ma sa di già visto, e di comodo.
TIMESKIP EVITABILE
La seconda metà, ambientata sei mesi dopo, rappresenta invece il punto più debole dell’episodio.
La narrazione si sposta su No-eul, la ragazza nordcoreana (di cui non frega niente a nessuno), e Jun-ho, il fratello del Front Man, che riceve in eredità un neonato e una carta di credito con il montepremi. È implicito che Jun-ho crescerà il bambino, quasi come simbolo di una nuova speranza, ma la scena manca totalmente di pathos o tensione.
Anche qui tutto è eccessivamente lineare e privo di reale impatto emotivo ed è proprio in questa seconda parte che emerge una delle più grosse mancanze della stagione: il rapporto tra Jun-ho e suo fratello Front Man, che avrebbe dovuto rappresentare uno dei fulcri emotivi e narrativi dell’intera storia, rimane completamente inesplorato.
Dopo tre stagioni e numerosi momenti di tensione tra i due, lo spettatore viene lasciato con un nulla di fatto. Nessuna vera spiegazione, nessuna scena di confronto o riconciliazione. Solo un generale senso di frustrazione perchè mette di nuovo il dito nella piaga in una relazione tra fratelli non spiegata ma costantemente messa di fronte allo spettatore. Una scelta narrativa che non può che generare rabbia perché priva lo spettatore di una delle risposte più attese.
SQUID L.A.
Infine, l’epilogo ambientato a Los Angeles segna una brusca ma quantomeno piacevole virata.
Qui incontriamo una nuova reclutatrice – Cate Blanchett, glaciale e magnetica – che intercetta nuovi giocatori per la versione americana del gioco. È una scena intensa, ben costruita, ma anche completamente scollegata dal resto dell’episodio. Sembra più un teaser per uno spin-off che un vero epilogo. Il creatore Hwang Dong-hyuk ha dichiarato che l’inserimento di Blanchett non è legato a un progetto concreto, ma alla volontà di mostrare come la disperazione umana e il bisogno di denaro siano universali. Tuttavia, è evidente come questa scena sembri pensata più per alimentare l’espansione del franchise che per offrire una reale chiusura narrativa.
| THUMBS UP 👍 | THUMBS DOWN 👎 |
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Squid Game si chiude senza veri scossoni. C’è una conclusione, certo, ma arriva prevedibile, piatta, e carica di silenzi ingiustificati. Si chiude un capitolo, ma restano molte troppe porte aperte, alcune con intenzione (relazione tra Front Man e Jun-ho), altre per semplice distrazione narrativa (i VIP). E per una serie nata come satira brutale sul capitalismo e la disperazione sociale, lasciare fuori i conflitti familiari irrisolti e le vere ambiguità morali suona quasi come una rinuncia.


