
Un finale emozionante e sorprendentemente sereno che chiude il cerchio lasciando finalmente Carmy, Sydney, Richie e il resto della brigata liberi di andare avanti.
Dopo cinque stagioni trascorse a raccontare persone incapaci di fermarsi, respirare e accettare che qualcosa potesse semplicemente andare bene, The Bear sceglie di concludere concedendo finalmente ai propri protagonisti un po’ di felicità. Una decisione quasi rivoluzionaria per una serie che ha trasformato ansia, lutto, fallimento e autodistruzione nel proprio linguaggio narrativo.
“The Original Beef Of Chicagoland” non cerca quindi il finale tragico, il grande sacrificio o l’ennesima crisi capace di ricordare allo spettatore quanto la vita possa essere dolorosa. Fa qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, sorprendente: chiude il cerchio.
Il The Bear sopravvive. Sydney trova finalmente il proprio posto. Richie continua a crescere. Ebraheim riesce a immaginare un futuro per il Beef. Marcus, Tina e il resto della brigata possono guardare avanti. E soprattutto Carmy riesce a compiere l’azione che per cinque stagioni gli era risultata praticamente impossibile: lasciare andare qualcosa senza distruggerlo.
È un finale forse persino troppo generoso in alcuni passaggi, ma dopo anni trascorsi a vedere questi personaggi soffrire, un lieto fine non soltanto ci sta: probabilmente era anche necessario.
CARMY NON TORNA AL THE BEAR: LO LASCIA ANDARE
Il punto più importante del finale riguarda inevitabilmente Carmy e una lettura che rischia di diventare parecchio controversa. Il fatto che torni fisicamente al ristorante e che venga mostrato ancora una volta in cucina non significa che abbia cambiato idea e sia tornato a lavorare al The Bear. Anzi, l’intera stagione ha costruito esattamente la conclusione opposta.
Fin da “Mint“, Carmy ha reso chiaro di voler lasciare il mondo della ristorazione, mentre episodi come “Focaccia” hanno mostrato quanto il ristorante potesse funzionare anche senza di lui al comando. Sydney ha progressivamente assunto il controllo della cucina e Richie quello della sala, costruendo una struttura che non ha più bisogno della presenza costante di Carmy per non collassare.
Ed è proprio questo il punto. Carmy non deve più salvare The Bear perché The Bear non ha più bisogno di essere salvato da lui.
Durante l’ultimo servizio può finalmente partecipare senza cercare di controllare ogni dettaglio. Può vedere Sydney prendere decisioni, Richie gestire la sala e gli altri membri della brigata risolvere problemi senza intervenire compulsivamente. Quando ammette che, se fosse stato lui a comandare, avrebbe probabilmente peggiorato tutto, raggiunge forse la consapevolezza più importante del suo intero percorso.
Lasciare il ristorante non significa allora rifiutare la cucina o cancellare ciò che quel posto rappresenta. Significa capire che l’amore per qualcosa non obbliga necessariamente a possederla. Il passaggio di testimone a Sydney e Richie è la vera conclusione dell’arco narrativo di Carmy: ciò che Mikey gli aveva lasciato non è più un problema da aggiustare, ma qualcosa che può finalmente consegnare ad altre persone.
SYDNEY E RICHIE HANNO VINTO LA LORO BATTAGLIA
Se Carmy può andarsene è perché Sydney e Richie sono ormai pronti. Ed è forse questa la soddisfazione più grande del finale, perché entrambi rappresentano personaggi che all’inizio della serie sembravano lontanissimi dal punto in cui arrivano.
Sydney diventa ufficialmente il riferimento della cucina. Non è più la giovane chef che cerca continuamente l’approvazione di Carmy, né quella che rischia di abbandonare tutto quando il caos diventa insostenibile. È diventata la persona capace di guidare il The Bear secondo una filosofia propria, prendendo ciò che Carmy le ha insegnato senza ereditarne necessariamente le ossessioni e gli aspetti autodistruttivi.
Richie completa invece una trasformazione iniziata molto tempo prima e diventata evidente già con “Forks“. L’uomo incapace di trovare un ruolo dopo la morte di Michael ha finalmente capito che l’ospitalità non è soltanto un lavoro, ma qualcosa in cui è tremendamente bravo.
E anche il rapporto con Jess trova finalmente uno spazio concreto. The Bear non ha mai avuto bisogno di trasformarsi improvvisamente in una commedia romantica e infatti non lo fa neanche ora: bastano piccoli gesti e quella partenza insieme per suggerire che Richie abbia finalmente smesso di credere che essere felice sia qualcosa che succede soltanto agli altri.
Carmy lascia quindi il ristorante a due persone che, per ragioni completamente differenti, avevano iniziato la serie cercando disperatamente qualcuno che dicesse loro cosa fare. Il fatto che ora siano loro a indicare la strada agli altri è probabilmente uno dei modi più eleganti con cui The Bear riesce a chiudere il proprio cerchio.
DUE STELLE MICHELIN UN PO’ DI TROPPO
Naturalmente resta da risolvere uno dei tormentoni che hanno accompagnato buona parte della serie: la stella Michelin. E Christopher Storer decide di farlo con un piccolo gioco che funziona molto bene.
L’uomo che per tutto il servizio Carmy e Sydney avevano identificato nello scorso episodio come il possibile ispettore Michelin non era affatto l’ispettore Michelin. Un dettaglio che rende ancora più significativa tutta l’ansia riversata su quel singolo cliente: ancora una volta i protagonisti hanno cercato disperatamente di controllare qualcosa che, in realtà, era già accaduto senza che loro se ne rendessero conto.
Il vero ispettore aveva visitato il The Bear mesi prima (nella scorsa stagione in “Scallops”) e soprattutto non assegna una stella, ma addirittura due stelle Michelin.
Il twist è simpatico e funziona benissimo come ricompensa emotiva, anche se qui il finale si lascia probabilmente prendere un po’ troppo la mano. Dopo stagioni passate a mostrare un ristorante economicamente instabile, organizzativamente caotico e caratterizzato da continui problemi, passare direttamente a due stelle appare una gratificazione parecchio generosa.
Ma c’è un significato che rende la scelta più interessante della semplice vittoria finale. Il The Bear ottiene il riconoscimento proprio quando Carmy smette di inseguirlo. Per anni la stella era stata l’ennesima manifestazione della sua ossessione per la perfezione; nel momento in cui lui rinuncia al controllo, il riconoscimento arriva da solo.
Forse una sola stella sarebbe stata narrativamente più credibile. Due hanno quasi il sapore del regalo d’addio. Ma, arrivati a questo punto, è difficile offendersi troppo per un po’ di generosità.
CARMY ARCHITETTO?
La sorpresa più grande sul futuro di Carmy arriva però fuori dalla cucina. Dopo aver ripetuto per tutta la stagione di voler smettere, il personaggio si presenta a quello che inizialmente sembra quasi un nuovo incontro terapeutico e che si rivela invece essere un colloquio per diventare stagista in uno studio di architettura.
L’idea funziona molto più di quanto possa sembrare sulla carta. Carmy è sempre stato ossessionato dallo spazio, dalle forme, dall’equilibrio, dalla composizione e dall’estetica. La cucina era anche una forma attraverso cui esprimere quella parte creativa, ma negli anni si è trasformata nel luogo in cui ha concentrato praticamente ogni trauma della propria vita. Cercare un nuovo linguaggio creativo non significa quindi cancellare il passato ma provare a utilizzare lo stesso talento senza continuare a farsi del male.
Il problema è che la scena dura veramente troppo: il monologo di Carmy durante il colloquio sembra inizialmente molto interessante, soprattutto quando racconta quanto sia stato significativo assistere all’ultimo servizio senza essere la persona responsabile di ogni singola decisione. Ma The Bear cede ancora una volta alla propria passione per i lunghi monologhi introspettivi e finisce per ribadire concetti che lo spettatore aveva già perfettamente compreso.
È uno dei pochi momenti del finale in cui la naturalezza emotiva viene sostituita da una scrittura fin troppo consapevole di stare pronunciando “il grande discorso conclusivo” del protagonista. Qualche minuto in meno avrebbe reso la scena decisamente più incisiva.
Resta comunque una destinazione molto bella per Carmy: non deve smettere di essere creativo, deve soltanto scoprire chi è quando la creatività non coincide più con la sofferenza.
NON SOLO CARMY: TUTTI TROVANO UN POSTO
Il pregio maggiore di “The Original Beef Of Chicagoland” è però la volontà di non dimenticare gli altri. Essendo un finale di serie, avrebbe potuto facilmente concentrare tutto sul trio Carmy-Sydney-Richie, ma preferisce utilizzare il tempo a disposizione per dare una direzione praticamente a tutta la famiglia del The Bear.
Marcus riceve i quaderni di Carmy, quasi una forma di eredità professionale diversa da quella consegnata a Sydney. Se a lei viene affidata la cucina, a Marcus viene trasmessa la curiosità creativa, quella necessità di osservare, prendere appunti e continuare a sperimentare che aveva reso Carmy uno chef eccezionale prima che l’ossessione divorasse tutto il resto.
Tina continua la propria crescita, confermando quanto sia lontana la donna diffidente e quasi ostile incontrata nella prima stagione. Ebraheim vede invece concretizzarsi quell’idea del franchising del Beef che la stagione aveva cominciato a costruire già molto prima, trasformando il vecchio ristorante di Michael in qualcosa che può sopravvivere parallelamente al nuovo The Bear.
Perfino questi dettagli sono importanti perché ribadiscono il senso dell’intera serie: nessuno dei personaggi è arrivato fin qui da solo. Carmy ha creato qualcosa che ha cambiato Sydney, Richie, Marcus, Tina ed Ebra, ma allo stesso tempo ognuno di loro ha cambiato lui.
Il ristorante diventa così davvero ciò che Michael aveva lasciato in eredità. Non un edificio, non un marchio e neppure una cucina. Una famiglia estremamente disfunzionale che, dopo cinque stagioni, ha finalmente imparato a funzionare abbastanza bene.
UN LIETO FINE ERA LA SCELTA GIUSTA
Si potrebbe certamente criticare “The Original Beef Of Chicagoland” perché chiude quasi tutto in maniera molto positiva. Due stelle Michelin, nuovi lavori, nuove opportunità, relazioni che sembrano finalmente funzionare e un ristorante salvo. The Bear non era certo una serie famosa per la propria generosità verso i personaggi.
Eppure sarebbe stato molto più facile scegliere un finale tragico. Far fallire il ristorante, trasformare l’addio di Carmy in una fuga o inventare qualche ultimo trauma sarebbe stato perfettamente compatibile con il tono più cupo dello show. Ma avrebbe anche significato negare cinque stagioni di crescita.
Questi personaggi hanno già sofferto. Parecchio. La vera conclusione non doveva dimostrare ancora una volta che la vita può distruggere qualsiasi cosa, ma che persone profondamente danneggiate possono imparare qualcosa dai propri errori e magari smettere di ripeterli.
La prima stagione iniziava con Carmy convinto di dover sistemare il ristorante di Michael perché, in fondo, stava cercando di sistemare il fratello, la famiglia e sé stesso. Il finale arriva alla soluzione opposta: alcune cose non devono essere aggiustate da Carmy, possono semplicemente continuare senza di lui.
Non tutto è perfetto. Il lunghissimo colloquio nello studio di architettura poteva essere drasticamente accorciato e le due stelle Michelin risultano quasi eccessivamente generose. Ma sono difetti piccoli dentro un episodio che riesce a fare la cosa più difficile per qualsiasi finale: lasciare la sensazione che questi personaggi continueranno a vivere anche dopo che la telecamera avrà smesso di seguirli.
Un bless, quindi, magari non quello più pieno della storia di Recenserie, ma assolutamente meritato. The Bear chiude il cerchio senza tradire ciò che è stato e, soprattutto, capisce che dopo cinque stagioni di ansia e dolore era finalmente arrivato il momento di servire anche un po’ di serenità.
THUMBS UP 👍
- Il passaggio di testimone da Carmy a Sydney e Richie chiude perfettamente il percorso della serie
- Il falso ispettore Michelin è un ottimo ribaltamento delle aspettative
- Il finale dedica spazio e una direzione anche a Marcus, Tina, Ebraheim e Richie
- La scelta dell'architettura offre a Carmy una nuova forma di creatività lontana dalla sua ossessione per la cucina
- Il lieto fine risulta coerente con cinque stagioni di crescita dei personaggi
THUMBS DOWN 👎
- Il monologo di Carmy durante il colloquio per lo stage di architettura è decisamente troppo lungo
- Le due stelle Michelin rappresentano una ricompensa forse fin troppo generosa
- Alcune chiusure risultano volutamente molto accomodanti







