C’è un’ironia tragica nel fatto che The Morning Show, arrivato ormai arrancando alla sua quarta stagione, scelga di raccontare una donna che decide di porre fine alla propria esistenza nel momento in cui comprende di non avere più nulla da offrire al mondo. Se la madre di Cory, in questo “The Parent Trap” affronta con lucidità il limite del proprio corpo e sceglie la fine come atto estremo di dignità, lo show che la ospita, invece, continua a trascinarsi in una lunga e dolorosa agonia creativa, incapace di riconoscere il proprio esaurimento.
Come la donna che teme di perdere se stessa, anche The Morning Show sembra ormai prigioniero di un’identità smarrita, ostinato nel voler apparire vitale mentre il suo respiro narrativo si fa sempre più flebile. Ciò che avrebbe dovuto essere un dramma sull’autodeterminazione e sulla fragilità umana diventa, per paradosso, il riflesso inconsapevole della lenta morte di una serie che non sa più quando fermarsi. L’unica differenza tra la madre di Cory e lo show che la ospita è che la prima, almeno, ha avuto la dignità di staccare la spina.
PATETISMO
Nel suo insieme dunque, l’episodio rivela la fragilità strutturale che da tempo affligge The Morning Show, con un’incapacità generale di fondere coerentemente le trame individuali a un tessuto narrativo che risulti unitario. La costruzione drammatica, invece di procedere per progressione o contrappunto, si disperde in frammenti di dialoghi estenuanti, ripetizioni tematiche e passaggi che alternano improvvisi picchi emotivi a lunghe sequenze statiche. La scrittura, oscillando tra il melodramma e l’introspezione psicologica, smarrisce l’equilibrio e priva la puntata di quel ritmo vitale che dovrebbe sostenerne la densità morale.
Sul piano dei contenuti, la puntata si presenta come una meditazione sul peso dei legami di sangue e sulla colpa ereditaria che grava sui protagonisti. Tuttavia, la serie tradisce presto la sua ambizione e ciò che avrebbe potuto essere un’indagine complessa sul trauma familiare si riduce a una giustapposizione di conflitti privi di respiro. Alex Levy affronta il padre Martin in una sequenza che vorrebbe toccare corde profonde, ma il confronto scivola ben presto nel patetismo, incapace di evitare i toni della tragedia domestica convenzionale. La rivelazione del passato, con la madre fuggita per una depressione post-partum mai elaborata, viene così trattata come un espediente narrativo più che come una reale occasione di introspezione, annullando ogni tensione emotiva e lasciando la scena intrappolata in una verbosità perlopiù sterile.
AUTOREFERENZIALITÀ
L’episodio tenta di costruire un parallelo tra la ferita di Alex e quella di Cory, chiamato a confrontarsi con la decisione terminale della madre Martha. Anche qui, la scrittura indulge in una teatralità eccessiva, rinunciando a qualsiasi misura. Il dolore di Cory, pur splendidamente interpretato da Billy Crudup, viene amplificato fino a diventare retorica pura, svuotando di significato ciò che avrebbe potuto essere un momento di autentica compassione. L’idea di un figlio impotente di fronte alla volontà materna di autodeterminarsi avrebbe meritato un linguaggio più sobrio e un registro più contemplativo; invece, la regia e il montaggio insistono sul pathos, scegliendo l’eccesso come scorciatoia emotiva.
La storyline di Celine, inserita come contrappunto, soffre poi di un’identica mancanza di coerenza. La crisi sentimentale con Miles e la pressione del padre non trovano una collocazione narrativa precisa, limitandosi a ripetere le stesse dinamiche di conflitto già viste in precedenza. Le sue scene sembrano appartenere a un’altra serie, o a un’altra stagione, e rivelano la difficoltà strutturale che la produzione mostra nel coordinare i molteplici registri della propria trama. Il risultato è una progressione narrativa discontinua, dove le vicende non si illuminano a vicenda ma si sottraggono reciprocamente forza, come episodi paralleli che si esauriscono nell’autoreferenzialità.
RIDONDANZA
A livello tematico, la puntata si arena in una ridondanza estenuante. Ogni personaggio sembra condannato a reiterare un identico schema: il dolore come identità, la colpa come destino, l’incomunicabilità come condizione definitiva. The Morning Show si illude di poter elevare tali dinamiche a simboli universali, ma finisce per replicare formule psicologiche già esauste, prive di quell’urgenza narrativa che potrebbe renderle autentiche. I dialoghi, concepiti come confessioni epifaniche, diventano invece esercizi di scrittura forzata, incapaci di suggerire sottotesti o ambiguità.
A salvare parzialmente la puntata intervengono le interpretazioni. Jennifer Aniston offre una performance intensa e controllata, capace di restituire la rabbia repressa di Alex con misura e precisione. Jeremy Irons, nei panni di Martin Levy, imprime al personaggio un senso di rovina interiore che riesce, per brevi momenti, a conferire densità a un ruolo altrimenti schematico. Ancora più toccante risulta Billy Crudup, che trasforma la disperazione di Cory in un equilibrio tra isteria e vulnerabilità, e anche Lindsay Duncan, nel breve arco di Martha, comunica con finezza la dignità tragica di una donna consapevole del proprio limite. Tuttavia, la forza interpretativa di questo quartetto non riesce a colmare la distanza fra la qualità attoriale e la debolezza della scrittura.
Persino l’intreccio secondario di Bradley, che si spinge in una missione pericolosa in Bielorussia, appare inserito a forza, con l’unico scopo di mantenere un residuo di suspense in un episodio altrimenti statico. L’assenza di raccordo fra questa linea narrativa e i drammi familiari principali rende il tutto ancora più frammentato. Il rischio, ormai evidente, è che la serie perda completamente il proprio baricentro, sacrificando la lucidità giornalistica che l’aveva resa interessante nelle prime stagioni a favore di un sentimentalismo vago e privo di controllo.
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Il problema principale di The Morning Show risiede nella mancanza di visione complessiva. La serie sembra oscillare tra la volontà di affrontare temi socialmente urgenti – la salute mentale, l’etica professionale, l’eutanasia – e la tentazione costante di tradurli in puro spettacolo. L’episodio si dibatte fra il dramma interiore e il moralismo televisivo, alternando momenti di sincera intensità a sequenze di stanca prevedibilità. Ne deriva un prodotto ibrido, incapace di trovare un tono coerente, dove la complessità morale si dissolve in un sentimentalismo di superficie.


