Un fuoco di paglia. Dopo la visione di questi primi tre episodi così si può definire “Same Spirits, New Forms”. Il gruppo di amiche resta la cosa peggiore: la sufficienza con cui sono stati scritti i dialoghi e la banalità (oltre la sensazione di già visto) generale risultano aberranti. Ed è il terzo episodio che si conclude con due delle amiche che la sera sparlano di quella assente…ad un certo punto si cambierà schema oppure questa tarantella andrà avanti fino al finale?
Rick e Chelsea risultano impalpabili: la missione nel villaggio adiacente il resort per recuperare dell’erba e poi, in piena botta, rischiare di morire a causa di un morso di cobra è una sottotrama talmente casuale e svincolata dal resto che risulta impossibile poter inquadrare. Dovrebbe trasmettere la profondità e complessità del personaggio di Rick? Dovrebbe aprire dubbi sul suo passato? E Chelsea in tutto ciò cosa rappresenta?
Fabian e Sritala non qualificabili nemmeno come personaggi: siamo lontani anni luce anche solo dalla scorsa stagione da questo punto di vista. Meglio non scomodare Armond.
Tutto continua quindi a reggersi sulle spalle della famiglia Ratliff. Ma è davvero troppo pensare di propinare 60 minuti di puntata per costringere il pubblico ad attendere gli spezzoni riguardanti un ristretto numero di personaggi per sentirsi “intrattenuto”.
QUANDO ARRIVA LO TSUNAMI?
Al contempo, la famiglia Ratliff sta attraversando un periodo di accumulazione che sfocerà nel prossimo futuro: le diatribe legali vengono accantonate forzatamente da Timothy che per evitare che il figlio e la famiglia scoprano cosa sta avvenendo in patria, fa consegnare tutti gli apparecchi elettronici (compreso il suo) in nome di una cura al loro eccessivo uso. Quindi tutto in momentaneo stand-by mentre proprio Timothy sembra intraprendere la strada dell’abuso di psicofarmaci.
Gaitok, la guardia di sicurezza, sembra non essere punita minimamente dall’errore madornale di aver fatto entrate (senza segnalarlo a nessuno) i rapinatori del precedente episodio. Ad un certo punto viene addirittura ringraziata da Sritala (?), salvo poi essere informato che Fabian avrebbe pensato di licenziarlo. E, anche qui, non può che correre la mente alle passate stagioni: fosse accaduta una cosa del genere con Armond o anche solo con Valentina (Sabrina Impacciatore) le cose sarebbero andate in maniera diversa.
Resta da apprezzare il lato thai del prodotto che si percepisce oltre che in alcune sottotrame anche nella musicalità del prodotto. Piccolo downgrade rispetto alla scorsa stagione dove, invece, l’italianità permeava l’ambiente e si percepiva ad ogni inquadratura. Qui, volendo ben vedere, si è tenuta una linea forse fin troppo conservativa.
SCRITTURA ELEMENTARE E DOVE TROVARLA
Ma qualcosa di bello questo The White Lotus lo sta regalando? Ben poco a dire la verità. Certo, c’è il lato interessante dei collegamenti con le precedenti stagioni, se si è il genere di pubblico che va in brodo di giuggiole per questo tipo di dettagli.
Ma un mini dialogo tra Belinda e Greg/Gary con una rapida menzione di Tanya McQuoid e un ancor più rapido accenno di gossip riguardante la morte di quest’ultima non possono minimamente essere presi in considerazione come dei veri e propri lati positivi. Sono sintomatici di una scrittura interconnessa, chiaramente, ma stiamo parlando di qualcosa che definire elementare sarebbe un eufemismo: uno stesso identico personaggio che copre i tre archi narrativi che parla con qualcuno di un terzo volto noto al pubblico. Cavolo, che lampo di genio.
Un po’ come il tentativo di essere pungenti e alternativi gettando due frasi totalmente casuali riguardanti Trump giusto per dare colore ad una sottotrama (quella delle tre amiche) altrimenti trasparente per l’intero episodio. Mike White: c’è molto lavoro da fare.
| THUMBS UP | THUMBS DOWN |
|
|
Un episodio decisamente sottotono. Ancora una volta. Nel prossimo il gruppo di guest si dovrebbe ritrovare su uno yacht messo a gentile disposizione da parte di Greg/Gary: una location più piccola potrebbe semplificare un po’ la storia, oppure velocizzare il deterioramento dei rapporti. Questa è la speranza, almeno.


