
“All You Need Is Love” (titolo preso direttamente dalla maglietta che Amanda indossa al processo) segna finalmente l’ingresso in scena di Rudy Guede, figura chiave del caso Meredith Kercher ma da sempre trattata con una fugacità mediatica quasi inspiegabile. Ed è proprio questa caratteristica a riflettersi sul minutaggio a lui riservato: appena 18 minuti, comprensivi di flashback volti a contestualizzare il personaggio. Un tempo ridotto che, se da un lato rimarca la marginalizzazione di Guede nel racconto mediatico e processuale, dall’altro lascia la sensazione di un’occasione mancata. Sarebbe stato interessante approfondire maggiormente la sua prospettiva, piuttosto che limitarsi a una breve introduzione utile a chiudere con forza teatrale l’episodio.
Infatti è proprio la chiusura il nodo critico. La decisione di mostrare una ricostruzione in cui Rudy Guede viene messo in scena come l’assassino di Meredith è un espediente drammaturgico forte, ma anche discutibile. Per uno spettatore il colpo di scena funziona: lo shock finale imprime un marchio netto alla puntata. Per chi riflette a mente fredda, però, la scelta appare problematica, perché sancisce visivamente una verità mai confermata del tutto, semplificando una vicenda che invece è rimasta intricata e controversa per anni.
IMPARZIALITÀ
L’episodio soffre anche di una generale mancanza di oggettività, evidente in più momenti. Questa è la puntata che più di tutte punta il dito contro i media, mostrando la loro superficialità e la loro morbosa curiosità. Una scelta chiaramente voluta da Amanda Knox stessa, produttrice esecutiva della serie, e in parte prevedibile. Tuttavia, non mancano eccessi controproducenti, come la scena in cui due giornalisti, la notte prima del processo, commentano con battute sprezzanti il presunto aumento di peso di Amanda: “dopo un anno di prigione, 5 euro che Foxy Knoxy è diventata cicciona” e “se fosse diventata grassa probabilmente potremmo tornare tutti a casa”. Scambio di battute evitabilissimo che vuole quasi dimostrare come la bellezza di Amanda fosse il vero motore di questo odio mediatico.
È evidente che si tratti di una caricatura vendicativa, un modo per enfatizzare la crudeltà e superficialità della stampa italiana. Tuttavia, la scena scade quasi nel grottesco e rischia di annacquare il messaggio più ampio, trasformandosi in un boomerang narrativo.
SISTEMA GIUDIZIARIO DEL TERZO MONDO
Di tutt’altro spessore, invece, è la rappresentazione del sistema giudiziario italiano. Attraverso gli occhi e le parole di Amanda, il processo viene descritto come caotico, inefficiente e poco imparziale. I giudici appaiono incapaci di mantenere una distanza equa, mentre i giurati vengono ritratti come facilmente influenzabili dalle notizie trasmesse dai telegiornali (cosa vera, purtroppo).
Il risultato è un’immagine dell’Italia che sfiora quella di un paese del terzo mondo, con un sistema giudiziario pieno di falle e vulnerabile alle pressioni mediatiche. Una rappresentazione forte che può sembrare esagerata, ma che ha comunque il merito di stimolare una riflessione profonda sia per un pubblico italiano che per quello internazionale. Ed è palese, e sotto gli occhi di tutti, che il processo ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito non sia stato impeccabile, anzi.
“JUST BE YOURSELF“
Un altro momento centrale è il suggerimento dell’avvocato di Amanda: “just be yourself”. Un consiglio che, preso alla lettera, si rivela un’arma a doppio taglio: Amanda si mostra spontanea, solare, quasi estrosa, in un contesto in cui qualsiasi deviazione dalla compostezza veniva letta come colpevolezza. A tal proposito la maglietta con scritto “All You Need Is Love” non aiuta in alcun modo. Ancora una volta, la serie sottolinea la sua ingenuità, o almeno così viene narrata: il suo modo di essere diventa automaticamente materiale accusatorio. Emblematico è il passaggio in cui, durante il processo, emerge la vicenda del “coniglietto”, presentato come vibratore e trasformato dai media in ulteriore prova di immoralità.
Un esempio lampante di come la personalità della Knox sia stata strumentalizzata e distorta fino all’assurdo.
Nel complesso, il quarto episodio si muove in un territorio ambiguo. Da un lato, riesce a mantenere alta la tensione e a offrire spunti di riflessione sulla stampa e sulla giustizia italiana. Dall’altro, paga il prezzo di una narrazione poco equilibrata, troppo legata al bisogno di difendere l’immagine di Amanda e pronta a sacrificare la complessità della storia per colpi di scena teatrali. La resa di Rudy Guede è emblematica di questa dinamica: introdotto, mostrato e immediatamente incasellato, senza il minimo spazio per approfondire la sua figura al di là del ruolo che gli è stato attribuito.
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Un episodio che lascia il segno ma anche molte perplessità, sospeso tra la volontà di denunciare le distorsioni mediatiche e giudiziarie e la tentazione di piegare il racconto a un’ottica troppo personale. Potenzialmente la puntata meno oggettiva vista finora (anche se piuttosto godibile a livello televisivo) e, pertanto, più penalizzata.


