“In my world, trustworthiness is everything, and he is not trustworthy. Morality is not a factor in my profession, but survival is. Manfredi came to me, hired me to perform a service, but so clearly loathed me. I suspect he has ulterior motives, and that’s why I’m here. I’m gonna kill him, that’s for certain. But to destroy other people in his life that would be my gift to you.”
In origine, Tulsa King rischiava di essere eccessivamente vincolata e ancorata alla figura di Sylvester Stallone. Di conseguenza, quando Dwight Manfredi non era in scena – o quando la tematica non riguardava Dwight Manfredi – l’interesse scendeva necessariamente.
Nel corso della prima stagione, con il supporting cast non ancora pienamente integrato e dei villain non propriamente indimenticabili, questo problema si è presentato più di una volta. Da questo punto di vista, il secondo ciclo di episodi ha senza dubbio rappresentato un miglioramento. Non solo il gruppo di lavoro di Dwight si è allargato ed è diventato più centrale, ma anche gli antagonisti si sono moltiplicati e sono divenuti più insidiosi dei motociclisti della gang Black Macadams. Si pensi, ad esempio, a Thresher, a Bevilacqua o a Ming.
Nell’ottica di una continua crescita – sia della narrazione che dell’impero criminale Manfredi in Oklahoma – la terza stagione ha visto un’ulteriore crescita dei forti in cui il protagonista è impegnato. In primo luogo c’è Quiet Ray, un gangster vero e pericoloso (a differenza di Chickie). A Tulsa c’è poi Jeremiah Dunmire, un residuato ottocentesco altamente violento e che sembra guidato da motivazioni semi-divine. Dal lato della giustizia c’è l’agente Musso, mentre da quello della politica c’è di nuovo Cal Thresher, anche se in versione (apparentemente) alleata.
Tulsa King continua a chiedere allo spettatore una forte sospensione dell’incredulità, e le vicende continuano a crearsi e risolversi in modo spesso troppo veloce (nonché non molto realistico). Ma l’intrattenimento è assicurato e ora c’è una struttura narrativa solida pronta a sostenerlo.
FRIEND OR FOE
Come indicato nella recensione dei 2 episodi precedenti, la struttura narrativa della stagione in corso prevede lo scontro tra 4 distinte fazioni: FBI, Tulsa + Kansas City, Dunmire, New York. Tale complessità può adattarsi difficilmente a uno show come Tulsa King; non a caso, spesso una o più fazioni scompaiono totalmente dallo schermo per qualche puntata. Nel caso di questi due episodi, Quiet Ray appare soltanto nei primi minuti del settimo, e anche il minutaggio di Bevilacqua è nell’ordine dei secondi.
Inoltre, la gestione delle storyline è resa ancora più difficile dal fatto che molteplici personaggi secondari sono stati congegnati per essere funzionali all’avanzamento narrativo. Un esempio emblematico è l’Attorney General Sackrider, il cui character è stato costruito in varie occasioni e che è addirittura un protagonista del settimo episodio.
Perché dedicare minutaggio a uno dei tanti funzionari nelle mani di Dunmire? Per mostrare la capacità di Dwight di leggere le persone (soprattutto i nemici) per quello che sono. Grazie a Margaret, Dwight ha scoperto il suo segreto e lo ha usato per comprare la sua fedeltà. Inoltre, ciò è stato possibile perché Dwight – avendo studiato Dunmire – sa che si tratta di un tiranno iracondo. Per questo motivo, l’alleanza con Sackrider nasce mostrando un (falso) rispetto e offrendo una (falsa) sensazione di pietà e conforto. Nulla di rivoluzionario, sia chiaro, ma un efficace meccanismo che mette in mostra una delle qualità principali del protagonista.
ALLARME BOMBA
Dovendo scegliere tra i 3 fronti sui quali Dwight deve scontrarsi, Jeremiah Dunmire è senza dubbio l’avversario più ostico e attualmente pericoloso (non fosse altro perché Quiet Ray è a New York e per interi episodi non viene menzionato). La sua ira è sempre più fuori controllo; si tratta della rabbia di un uomo che sente quel pezzo di America di sua proprietà, come fosse un diritto divino che i suoi antenati gli hanno trasmesso. Similmente, l’insofferenza di suo figlio è sempre più evidente.
L’aspetto più peculiare del duello è che entrambi sono rappresentanti di mondi che non esistono più. Dunmire è l’ultimo esponente delle vecchie dinastie del Sud (come detto da Cole, alla sua morte suo figlio sarà tutto ciò che rimane dell’eredità dei Dunmire). A questo residuato ottocentesco si contrappone un rappresentante del primo Novecento americano, in cui la massiccia migrazione da paesi come Italia e Irlanda – simboleggiata da Ellis Island – alterò profondamente il tessuto sociale del paese. Solo in un contesto del genere, dunque, si può sentire ancora Dunmire urlare “Guinea Wop” (un’espressione che contiene ben 2 insulti razzisti) parlando di Manfredi. Nel suo mondo, l’italoamericano newyorkese è ancora una novità, un elemento allogeno che deve essere respinto.
Dunmire vede Dwight come una minaccia esistenziale non solo al suo potere, ma anche al mondo che lo circonda e al modo in cui la società di Tulsa ha sempre funzionato. Per questo motivo, dunque, è disposto a compiere qualsiasi azione – perfino piazzare una bomba in un hotel affollato di persone – pur di debellare il pericolo.
ASPETTANDO GODOT SAMUEL L. JACKSON
Lo scontro finale è ufficialmente partito con il finale dell’ottavo episodio. Da un attacco bomba non si può tornare indietro, né per chi lo ordina, né per chi lo subisce. Il risvolto forse più interessante dell’evacuazione dell’hotel è che centinaia di persone hanno visto Dwight insieme all’agente Musso, ed era più che chiaro chi fosse – tra i due – la persona in comando. A Tulsa, Dwight gode di un gruppo di persone che si fidano ciecamente di lui, ma scoprirlo collaboratore dell’FBI potrebbe causare cambiamenti molto significativi.
Nell’attesa dell’arrivo di Samuel L. Jackson, occorre menzionare che alcuni personaggi rischiano di perdere – in questo vortice di avvenimenti e nuovi amici/nemici – la loro rilevanza. Il caso più emblematico è quello di Tyson, ora ridotto (insieme a Goodie) a fare colpi di basso livello contro le confraternite universitarie. Considerando che sarebbe dovuto essere il vice di Dwight, quello che si sta ritagliando è un ruolo sempre più marginale.
| THUMBS UP 👍 | THUMBS DOWN 👎 |
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Aspettando Samuel L. Jackson, tutto sembra pronto per il gran finale.


