Designated Survivor 2×15 – SummitTEMPO DI LETTURA 6 min

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I fan di Recenserie che seguono (ancora) Grey’s Anatomy avranno notato come, oramai, molte delle recensioni presentino dei contenuti abbastanza simili, con giudizi sulla stessa lunghezza d’onda. Ciò, ovviamente, non è imputabile ad una qualsivoglia mancanza di fantasia del team di recensori; il motivo, infatti, è un altro e consiste nell’avvenuta istituzionalizzazione dei difetti tipici dello show, che ormai sono divenuti talmente cronici da poter essere facilmente individuati in ogni singolo episodio.
I fan che seguono, oltre allo show di Shonda Rhimes, anche un altro drama di ABC, Designated Survivor, potrebbero trovare una certa analogia con quanto sta accadendo al prodotto di David Guggenheim: “Summit”, infatti, è una puntata nel pieno solco delle precedenti, con le stesse luci (poche) e le stesse ombre (molte). Tutto questo è ancora più grave perché, mentre Grey’s, in ogni caso, è giunto alla quattordicesima stagione (e, nelle stagioni iniziali, era una serie di alto livello), Designated Survivor ha iniziato a prestare il fianco sin dalla seconda metà della prima stagione (non è un mistero che, dalla morte di MacLeish in poi, siano iniziati i problemi strutturali). La situazione è resa ancora più spinosa da un altro aspetto, quello dei rating: da molte settimane, lo show si è ormai assestato su un livello abbastanza basso, perfino per gli standard odierni, corrispondente allo 0.7 di rating (con un picco a 0.8 e un paio di 0.6). Normalmente, risultati simili dovrebbero sancirne l’automatica cancellazione a fine stagione, ma l’incredibile difficoltà del network sotto il punto di vista dei drama (considerando anche la fine di Scandal) potrebbe garantire a Kirkman & co. un terzo ciclo di episodi, così come avvenuto lo scorso anno con Quantico, che otteneva risultati ancora peggiori. In vista di un eventuale rinnovo, si spera che il livello qualitativo riesca a rialzarsi, per evitare una terza stagione ancora peggiore della seconda, volta a sancire il definitivo affondamento di una serie che era partita benissimo e con mille aspettative.

 

“5,000 East Hun Chiu missiles just a few miles away, pointing right at them. Meaning our troops are now stuck in the middle of the largest concentration of enemy combatants in the world. All of whom are now on a war footing. If anyone fires a shot, it crosses through the DMZ.”

Nell’introduzione di questa recensione si è parlato di difetti cronici, e non potrebbe essere altrimenti: questi quaranta minuti, infatti, potrebbero rappresentate l’idealtipo dell’episodio tipico di Designated Survivor: un’ottima idea per il caso del giorno, uno sviluppo e una  risoluzione frettolosi accompagnati da storyline inutili, un finale che fa nascere (di nuovo) speranze per il futuro. Analizziamo le varie fasi in modo più approfondito.

Un’ottima idea

Uno show ambientato nella Casa Bianca può avere mille problemi, ma difficilmente soffrirà di mancanza di idee; non a caso, infatti, uno dei pochi thumb up ricorrenti della serie è rappresentato dal caso del giorno, sempre molto interessante e con una forte connessione con la realtà. Questa settimana, è stato il turno del conflitto tra due stati asiatici, l’East Hun Chiu e il West Hun Chiu. Il primo è uno stato dittatoriale retto da un tiranno di nome Kim, mentre l’altro è un Paese aperto, moderno, alleato degli USA e molto più ricco. Non serve un grande sforzo a livello di immaginazione per capire che i due Hun Chiu siano la versione fittizia della Corea del Nord e della Corea del Sud.
L’inizio di questo filone è molto promettente: un test missilistico dell’East Hun Chiu che mette a rischio il buon esito di un summit cruciale è una buona idea (anche questa presa direttamente dalla recente cronaca internazionale), così come lo è la diserzione del figlio del dittatore. Come detto varie volte, però, i problemi di Designated Survivor iniziano, nella stragrande maggioranza dei casi, dopo i primi dieci minuti della puntata.

Sviluppo e risoluzione frettolosi

In questa seconda stagione, probabilmente le criticità che saranno evidenziate in questo paragrafo sono state lette molte volte dai lettori di Recenserie ma, proprio come per Grey’s Anatomy, non ci si può esimere dall’evidenziare costantemente degli errori se questi vengono riproposti ogni settimana. Una tematica come quella dello scontro tra le due Coree i due Hun Chiu è incredibilmente complessa e sfaccettata; per questo motivo, inserirla tutta in un episodio di quaranta minuti, per quanto dedicati, è una scelta azzardata che avrà come principale conseguenza lo spreco di una gran parte del potenziale iniziale. Del resto, come si può definire la conclusione di questa storyline, con il dittatore Kim che firma controvoglia il trattato dopo una vaga minaccia (come se non ne avesse mai ricevuta una prima d’ora) se non uno spreco? Un altro punto da sottolineare (sempre con accezione negativa) è rappresentato dalla diserzione del figlio di Kim. Una volta giunti al primo accordo, infatti, Kirkman non si preoccupa per nulla del fatto che, prima o poi, il dittatore sarebbe venuto a conoscenza della vicenda, il che indica una scarsa intelligenza del presidente o, in alternativa, un ennesimo buco di sceneggiatura. Non certamente positiva è, inoltre, la “liberazione” della ragazza del giovane disertore: per quanto Hannah sia effettivamente in gamba, risulta alquanto difficile poter credere che una sola agente riesca a far fuggire una persona da una delle ambasciate più blindate, per di più passando dalla porta principale (senza dimenticare che, in tutto il tragitto, la Wells incontri solo tre guardie, altro aspetto piuttosto improbabile).

Storyline inutili di contorno

In questa puntata, abbastanza a sorpresa, il personaggio di Lyor è protagonista di una vicenda quantomeno non irritante (tralasciando la scena in camera con Seth, dove si decide di spingere ancora il tasto del personaggio strambo ma intelligente, divenuto un cliché da più di qualche stagione televisiva): il suo scontro con Bowen, infatti, ha un minutaggio ridotto e fornisce un intermezzo abbastanza gradevole e parzialmente utile a sviluppare un po’ la sua caratterizzazione. Per compensare, però, la sceneggiatrice Jessica Grasl ha dato di nuovo spazio alla storia d’amore tra Seth ed Emily. Le lovestory non sono un elemento negativo di sé per sé, ma possono diventarlo molto facilmente, in caso di una gestione poco oculata e intelligente. La loro relazione era stata messa da parte da molti episodi, per poi essere riproposta nella puntata precedente (come la vicenda del vicepresidente) ed ottenere un minutaggio troppo ampio in questo episodio. Il risultato è una storia usata praticamente come riempitivo, senza una vera idea di fondo e, a quanto pare, accantonata di nuovo, dato che la loro storia si è già conclusa.

Nuove speranze

Se Designated Survivor fosse solo brutto e senza speranza probabilmente sarebbe più facile da accettare; lo show, invece, le potenzialità le ha e lo mostra spesso nel finale di episodio: la presa di posizione di Moss e la presenza di una bomba sporca negli USA sono ottimi spunti. La speranza è che, a differenza delle altre volte, queste buone idee non si trasformino nel classico nulla di fatto.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Caso del giorno 
  • Bomba sporca negli USA
  • Cornelius Moss
  • Seth ed Emily
  • Frettolosità 
  • Hannah nel consolato 

 

Designated Survivor sforna l’ennesimo episodio pieno di buoni propositi e povero di idee concrete circa la sua realizzazione. Decidendo di premiare l’idea del caso del giorno e sperando in una svolta grazie al cliffhanger finale, si decide di dare una sufficienza (risicata) a questa puntata.

 

In The Dark 2×14 3.98 milioni – 0.7 rating
Summit 2×15 3.80 milioni – 0.7 rating

 

 

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