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Watchmen 1×05 – Little Fear Of LightningTEMPO DI LETTURA 8 min

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Keene: Is anything true, Wade?

 

Chi ben conosce ed ha amato i precedenti show di Damon Lindelof (Lost e The Leftovers) potrà piacevolmente trovare in Watchmen diversi suoi leitmotiv, ormai veri e propri chiodi fissi all’interno della sua poetica. D’altro canto, chi invece li ha odiati, o quantomeno sofferti, considerandolo magari inconcludente a proposito di “spiegazioni” dei passaggi-chiavi della trama (non solo non capendoli, ma sorvolando sulla qualità infinita del resto), sarà subito andato nel panico guardando gli ultimi episodi. Eppure Lindelof resta uno degli autori che hanno segnato la storia del panorama televisivo (ci si dimentica spesso che Lost l’ha difatti scritto assieme a J.J. Abrams, fin dall’inizio, e non l’ha solo sostituito dopo come credono erroneamente in molti), non solo a livello tecnico e narrativo, ma anche nel rapporto col fandom, nell’abilità di creare hype nello spettatore (pratica ereditata, questo sì altrettanto indubbiamente, dal maestro J.J.). Se con Leftovers è stato decisamente più sottile e raffinato (basti vedere anche solo il series finale), come testimonia la famosa lettera postata in rete prima della sua messa in onda, anche in Watchmen lo sceneggiatore dimostra di non aver perso affatto il vizio. In una maturazione continua, con “Little Fear Of Lightning” Lindelof raggiunge un nuovo livello, accontentando tanto i suoi fan di vecchia data, quanto i suoi detrattori, perché stavolta le spiegazioni, le  “verità”, arrivano. E non sono affatto quelle che ci aspettavano, perché rivelano tanto sulla trama, sui personaggi, ma anche su ognuno di noi spettatori.
Wade, su cui l’episodio si concentra, è allora, diviso com’è, il personaggio perfetto per rappresentare entrambe le fazioni, tanto lo spettatore “credente” quanto quello “scettico”. Inoltre, con tutte le sue stratificazioni ed interiori, è capace di sintetizzare al tempo stesso, in un colpo solo, l’intera poetica lindelofiana.

 

Adrian Veidt: And the only way to stave off mankind’s extinction is with a weapon more powerful than any atomic device. That weapon is fear, and I, Mr. President, am its architect.

 

Col suo occhio, subito dopo il disastro di New York, si apre l’episodio, proprio come quello di Jack Shephard apriva la sopracitata serie. Il suo nome in codice è “Looking Glass”, proprio come la storica “Through the Looking Glass” che chiudeva la terza stagione. Ma non mancano gli immancabili riferimenti a Lewis Carroll e alla sua Alice, con il “tick tock” che rintocca come l’orologio del bianconiglio.
Come si chiedeva la bambina, tornata dal Paese delle meraviglie, così l’umanità intera si chiede: “è successo davvero?“. E Wade, per lungo tempo, è convinto di possedere la verità, di poterla scovare nelle altre persone, di poter “vedere attraverso lo specchio”. Lo dice espressamente nel suo lavoro di copertura, lo dice il bunker che si è costruito, mentre tutto il resto della popolazione guarda noncurante alle piogge di calamari, come fosse una cosa normale, senza temere il ritorno di una nuova onda psichica.
Ma Wade è convinto anche di poter manipolare la verità, di poterla nascondere. Dietro la maschera/specchio, da cui non si separa mai, piazzandone esemplari per tutti i lati della sua casa, Wade cela il vero se stesso, la sua identità, la sua reale natura, i suoi gusti sessuali, le sue paure. Perché lo specchio può riflettere la luce ma non il buio, l’oscurità. Perché a differenza di Jack Shephard, Wade non vuole affatto “tornare indietro”, sul luogo del misfatto, dove tutto è cominciato. L’unico elemento costante è la paura, anche se ci si rifiuta di ammetterla.
La più grande menzogna di Wade e di tutta la messa in scena che ha creato alla sua figura, sta tutta lì. Dice a Black di “dormire benissimo”, fa un discorso al gruppo di supporto esortandoli a “non vivere nella paura”, per poi venire continuamente smentito dalle scene successive. Così come non riesce a riconoscere la ragazza che lo porterà al Settimo Reggimento. Il ricordo, la memoria di quello che ha visto è troppo vivo in lui per poter andare avanti, lo perseguita nelle relazioni sociali, in quelle con l’altro sesso. Qui Lindelof ancora una volta riesce a mostrare le due facce di uno stesso concetto: la memoria di un evento terribile può, come ha fatto Veidt, plagiare un’intera popolazione per generazioni, vedi la teoria del “trauma genetico”; oppure può essere l’esempio negativo da cui trarre insegnamento, alla Rafiki per intenderci. Dipende solo da come la si vuole utilizzare.
Ed è qui che l’atteggiamento di Wade coincide con quello dello spettatore “scettico”. Come lui può temere di aver dedicato la sua vita a una convinzione errata, il ricordo della delusione di Lost, per alcuni, può portare alla paura di spendere nuovamente tutto quel tempo, per niente. La risposta di Lindelof sta nell’esplicito (e magnifico) riferimento all’esperienza della fruizione spettatoriale. Con questo Pale Horse di Spielberg, film immaginario e alternativo a Schindler’s List (appunto, sulla “memoria” per eccellenza), l’autore sottolinea la funzionalità catartica dello spettacolo, attraverso cui lo spettatore può vivere e insieme somatizzare le proprie paure, se solo è disponibile perché ciò avvenga. Non resta che “crederci”.

 

Blake: Go get me some religion.

 

Non può mancare, infatti, la dicotomia “principe” delle opere di Lindelof, ossia quella tra fede e scienza. Questa si ripercuota tanto nei singoli individui, quanto ovviamente nella massa, tutti dominati da una perenne ambiguità di fondo. Basti pensare al rapporto tra l’agente Blake e Wade, le “evoluzioni” di Jack e Locke. Lei, l’agente razione, cinica, contro la scelta dei poliziotti di mascherarsi, proprio lei che una maschera l’ha indossata a lungo; lui, che in passato era un credente militante, ma che dopo aver perso la fede, l’ha trasposta semplicemente in un altro tipo di “religione” (la giustizia), che ha sposato una scienziata e proprio nella tecnologia ripone le sue speranze.
Dall’individuo si passa alla massa, ma la controversia non viene certo abbandonata. Il calamaro gigante di New York è l’ennesimo evento inspiegabile, come il disastro aereo dell’Oceanic, come la “dipartita” di Leftovers, capace di unire e allo stesso tempo plagiare un’intera comunità. Lo stesso Settimo Reggimento ne è la diretta conseguenza, come da rivelazione di puntata: solo un altro modo di infondere paura e tenere sotto controllo i cittadini. Non a caso la loro base è una chiesa: “Il nostro Dio ci ha abbandonati ed è improbabile che ritorni”, è la risposta dell’umanità, una nuova versione dei Guilty Reminders.
Ma la differenza sostanziale, il nuovo livello di Lindelof, è ciò che ruota attorno alla scienza, più dominante che mai. Può esistere infatti la fede, in un mondo futuristico in cui l’uomo (Adrian Veidt) può sostituirsi “davvero” a Dio, con cloni e superpoteri? In un modo in cui un cane viene clonato e poi soppresso, come se nulla fosse? In cui si parla di “sicurezza dimensionale”? In cui un “uomo” ha vinto da solo la guerra in Vietnam? Infine, in cui “nessuno è terrorizzato dagli alieni”?

 

Wade: Is anything true?

 

Sembrerebbe di no, proprio come testimonia il vero scopo che si nasconde dietro la setta delle maschere di Rorschach, di una pasta molto più pragmatica rispetto ai fumatori incalliti di Leftovers. Rispetto ai Reminders, infatti, il Settimo Reggimento il portale per un’altra dimensione l’ha trovato, e insieme ad esso ha trovato anche la verità. Niente di metafisico, stavolta, ma un complotto mondiale, che fa dell’onda d’urti psichica del 2 novembre 1985, il corrispettivo dell’11 settembre, sempre a New York. La rivelazione del Senatore e di Judd come membri della setta può considerarsi anche prevedibile, per i più maliziosi, ma è quello che comporta che è davvero monumentale. “I’m not a murderer, I’m a politician”, dietro questa frase c’è tutto quello che i complottisti della rete teorizzano dal 2001. Solo un pretesto, come detto, orchestrato da Veidt per un controllo totale dell’uomo, con risvolti persino positivi come la pace, la giustizia e il rispetto dei diritti umani. Ma siamo davvero disposti a giustificare un massacro, mentire completamente alla popolazione, infine sacrificare il nostro libero arbitrio, per ottenerla?
È il dilemma che affligge Wade, che proprio al mantenere la giustizia ha dedicato tutta la sua esistenza. In un attimo, cadono tutte le sue verità. Così tradisce Angela, l’unica amica che aveva (“I don’t have any friend”), e quel “siamo tutti dalla stessa parte” assume una connotazione molto più ampia. Per un momento abbandona persino il castello di sicurezza che si era creato, se non fosse che un istante dopo lo si veda tornare sui propri passi. Perché è più forte di lui, perché ne ha bisogno, pur essendo consapevole della farsa che c’è dietro. Perché il vero Wade è quello che ha sì paura, ma che in quella paura ha trovato la sua forza per tutta la vita.
Esattamente come lo spettatore prima “credente”, che in quell’hype aveva confidato le sue alte aspettative, diventato “scettico” una volta che queste sono state disattese. Eppure non può fare a meno di continuare a sperare in un nuovo progetto che stuzzica i suoi gusti, nonostante le delusioni passate. Forse consapevole di questo, Lindelof fornisce sì la spiegazione definitiva, per poi eseguire un ultimo tiro mancino, con il Settimo Reggimento che arriva a casa di Wade. Le ragioni possono essere diverse, oppure può essere tutto un piano per arrestare Angela, visto che Wade era l’unico che poteva portarla a tradirsi. Perché in fondo, “c’è qualcosa di vero?“.

Se rimanete nella mia parola, siete realmente miei discepoli, e conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi
(Giovanni 8:31, 32).

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il nuovo livello di Lindelof: si fa la storia, ancora una volta 
  • Wade, che personaggio!
  • Le risposte tanto volute, arrivano. E sono incredibili, per la storia, quanto per noi spettatori
  • Complottismo 3.0 
  • Fede e scienza, in una nuova e fantascientifica veste 
  • Le musiche, tanto quelle dei divini Reznor&Ross, quanto quelle pop 
  • I dettagli, continui, anche impercettibili, ma sempre curati, della distopia lindelofiana, vedi il tabacco illegale 
  • cameo di quello dei Soprano (e di Californication)
  • Spiegazioni anche sulla prigionia di Veidt, pur mancando ancora alcuni tasselli, per esempio: a chi ha mandato il messaggio?

 

Se i primi quattro episodi l’avevano fatto intuire, questo quinto episodio l’ha definitivamente confermato: Lindelof ce l’ha fatta ancora e Watchmen è tanta (tantissima) roba.

 

If You Don’t Like My Story, Write Your Own 1×04 0.70 milioni – 0.2 rating
Little Fear Of Lightning 1×05 0.75 milioni – 0.2 rating

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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