
Se The Studio ha sempre oscillato tra parodia, satira e dramma aziendale, la decima e ultima puntata di questa stagione spinge definitivamente l’acceleratore su una rappresentazione lisergica del collasso sistemico.
“The Presentation” non è soltanto un episodio conclusivo: è un’escalation febbrile, un’apoteosi dell’assurdo orchestrata con la precisione chirurgica del piano sequenza, che ancora una volta viene impiegato per trasformare il delirio in coreografia e la confusione in metodo.
Mentre Matt e colleghi si preparano alla presentazione che potrebbe decidere il futuro dello studio e la sua acquisizione da parte di Amazon, tutto ciò che può andare storto non solo va storto, ma lo fa con un’energia autodistruttiva che diventa quasi poetica.
COCAINA, CAPEZZOLI E FUNGHETTI
Il corpo come luogo del fallimento e del comico è una costante visiva e narrativa dell’intera puntata. Griffin Mill, interpretato da un Bryan Cranston assolutamente memorabile, è ormai un relitto umano: capezzoli al vento, ubriaco e strafatto, rappresenta fin da subito il simbolo vivente di uno studio incapace di tenersi in piedi. Il suo degrado è spettacolare, teatrale, quasi biblico, e la regia lo eleva a icona tragicomica di un potere produttivo che ha completamente perso il controllo.
La soluzione adottata dal team per “riattivare” Griffin, ovvero dargli della cocaina, è un esempio perfetto di quanto la serie non tema mai di spingersi oltre il confine della plausibilità. L’effetto, naturalmente, è temporaneo, e il personaggio collassa di nuovo, rendendo chiaro fin da subito che il piano B non sarà sufficiente. Nel frattempo, anche Dave Franco arriva in condizioni disastrose, coperto di sangue dopo essere stato pestato per aver barato con la magia ai casinò. Eppure è proprio lui, sempre strafatto, a sorprendere tutti con un monologo perfetto che manda in visibilio la platea.
Zoe Kravitz, ormai quasi completamente fusa dai funghetti, trascorre l’intero episodio in un limbo psicotropo che la tiene sospesa tra l’inerzia e l’illuminazione. La sua performance, giocata su uno straniamento costante, diventa il perfetto contraltare all’isteria collettiva del gruppo: mentre fuori tutto brucia, lei rimane imprigionata in una bolla di allucinazioni che però, nel momento cruciale, si infrange con una precisione surreale.
Qui la serie gioca con il paradosso: i personaggi più sfasati diventano i pilastri della presentazione più importante della carriera di Matt e del suo team. Il nonsense è funzionale, lo sfasamento è necessario, e la disfunzione è ormai diventata la grammatica operativa dello studio.
LA CELEBRAZIONE DEL CAOS
L’intera presentazione si configura come una performance nel senso più esteso del termine. Patty, che in apertura aveva cercato di sabotare Griffin, si ritrova a improvvisare sul palco per guadagnare tempo, mentre Zoe riesce miracolosamente a leggere il gobbo, salvo poi pisciarsi addosso dietro le quinte, in una scena che è al contempo umiliante e catartica. Infine tocca a Griffin: appeso a dei cavi, scende dall’alto come una parodia involontaria di una divinità redentrice, solo per cadere rovinosamente e iniziare a ripetere, ancora strafatto e ora pure tramortito, la parola “movies” senza alcuna logica.
Ed è proprio questo momento, paradossalmente, a trasformarsi nell’apice emotivo della puntata. Matt, ormai rassegnato, coglie l’occasione per cavalcare l’assurdo e lanciare un coro collettivo: “Movies, movies, movies“. Il pubblico segue, i colleghi ballano, la scena esplode in una danza isterica che ha il sapore di una vittoria ottenuta non malgrado il caos, ma attraverso di esso.
La puntata non ha la struttura classica del finale di stagione, e proprio per questo convince: è un congedo che non cerca una chiusura ma rilancia, lasciando aperti mille sottotesti. La coerenza stilistica è totale, il ritmo è sincopato ma mai disordinato, e la regia è ancora una volta straordinaria nell’usare il piano sequenza per trasmettere ansia, caos e improvvisazione.
IL TEATRO DELL’ASSURDO
In filigrana, l’intera stagione di The Studio ha offerto un’analisi tanto spietata quanto realistica delle contraddizioni interne all’industria hollywoodiana. Se nei primi episodi si rideva dell’ipocrisia dei panel, dei pitch narrativi ridicoli o del politicamente corretto ad uso e consumo delle major, con il passare delle settimane la serie ha scavato più a fondo, rivelando un sistema fondato sull’improvvisazione, sul cinismo mascherato da idealismo e su una comunicazione costantemente filtrata da strategie di marketing. L’episodio finale, con il suo delirio ben coreografato, chiude così il cerchio mostrando come anche il momento più importante – quello in cui tutto è in gioco – sia governato non dalla competenza, ma dal caos sublimato in branding.
La presentazione dello studio di fronte ad Amazon, con star fuori controllo, monologhi scritti sotto l’effetto di stupefacenti e climax risolti per caso, è il manifesto di una Hollywood che non nasconde più la propria natura circense. Le grandi occasioni sono performance, il talento è sostituibile, la narrazione aziendale è diventata show. Ma The Studio non si limita a ridere di questo stato di cose: ne prende atto, lo mette in scena e, nel farlo, suggerisce che forse è proprio in questo caos spettacolare – nell’errore, nell’eccesso, nella farsa – che si nasconde l’ultima verità sull’intrattenimento contemporaneo.
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The Studio si congeda con una puntata che sintetizza perfettamente la sua identità: irriverente ma profonda, assurda ma acutissima, comica ma tragica. “The Presentation” non chiude una stagione, la incapsula: è la manifestazione definitiva di una serie che ha saputo parlare dell’industria dell’intrattenimento come poche altre prima di lei. Un Bless che non si limita a premiare questo ricambolesco finale di stagione, ma che intende racchiudere lo straordinario percorso narrativo, stilistico e satirico che ha reso questa prima annata un piccolo evento televisivo.


