Con “The Song Of Orpheus”, la serie si conferma vittima della stessa tendenza che aveva già appesantito gli episodi precedenti: una durata eccessiva che rallenta il ritmo e affatica lo spettatore, diluendo la trama in un mare di momenti ridondanti. La puntata, concepita come necessario trampolino di lancio verso il finale della prima metà di stagione, finisce per diventare un esercizio di pazienza, più che un’esperienza avvincente.
Il problema principale risiede nella gestione del tempo: gli oltre 60 minuti di durata non aggiungono sostanza a quanto già mostrato, la trama avanza di pochissimo e la sensazione di déjà-vu è costante. Questa seconda annata di The Sandman sembra ostinata a ripetere lo stesso errore relativo al minutaggio prolisso che impatta sia nel ritmo che nel progresso narrativo. Un equilibrio che nella prima stagione era riuscito ma che ora tende a sbilanciarsi verso un compiacimento visivo e tematico che non sempre trova giustificazione.
FLASHBACK SALVALO TU
Eppure, in mezzo a questo ritmo asfissiante, esiste un momento che risolleva – almeno in parte – l’episodio: il flashback ambientato nell’antica Grecia, con la figura di Orfeo. È una scelta narrativa dovuta e necessaria, non solo per la mitologia interna di The Sandman, ma anche per la coerenza con l’opera originale di Neil Gaiman. L’adattamento della tragedia di Orfeo si integra bene con l’universo onirico della serie, arricchendo la dimensione mitologica di Dream e confermando la capacità della produzione di dare vita a contesti storici e leggendari con una resa visiva efficace. Fondamentalmente l’unica vera costante tra le due stagioni finora.
Il racconto di Orfeo, pur non essendo sorprendente per chi conosce già la mitologia greca o i fumetti di riferimento, porta con sé un peso simbolico importante. È un momento che crea connessione, che espande il mondo di The Sandman al di là delle vicende più immediate, offrendo allo spettatore uno sguardo sulle radici e sulle implicazioni mitiche che sostengono la trama. Non è abbastanza, tuttavia, per salvare l’intero episodio dal senso di pesantezza generale e sentire Orfeo che canta non aiuta nemmeno perché il vero problema è che, al di fuori del flashback, la puntata non ha molto da dire.
QUANDO LA FOTOGRAFIA NON BASTA PIÙ
Il resto del minutaggio è occupato da conversazioni che ribadiscono concetti già espressi in precedenza, da dinamiche interne ai personaggi che non evolvono davvero e da un’estetica che, sebbene sempre affascinante, si è ormai trasformata in puro esercizio di stile. Ogni sequenza si trascina più a lungo del necessario fino a soffocare quel senso di meraviglia che dovrebbe caratterizzare una serie di questo calibro. Il risultato è un episodio che appare più come un riempitivo travestito da capitolo fondamentale. La regia e la fotografia non deludono (come sempre) ma l’impressione è che la forma abbia preso definitivamente il sopravvento sulla sostanza. La narrazione si arena, e con essa anche lo spettatore, che finisce per guardare l’orologio più di quanto dovrebbe.
Un aspetto che pesa è la mancanza di tensione: The Sandman aveva abituato a un crescendo costante, a una costruzione di atmosfere che trovavano sbocco in momenti di forte impatto emotivo o narrativo. Qui, invece, il crescendo sembra spegnersi sul nascere, lasciando la puntata sospesa in una terra di mezzo: non abbastanza incisiva da segnare un vero spartiacque, non abbastanza leggera da funzionare come episodio di respiro.
La parte più frustrante è proprio la consapevolezza che tutto ciò avrebbe potuto essere condensato in un arco narrativo molto più snello e incisivo.
| THUMBS UP 👍 | THUMBS DOWN 👎 |
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Questo episodio è l’emblema di ciò che non funziona in questa nuova annata di The Sandman: troppo tempo speso per dire troppo poco. L’episodio rimane a galla solo grazie al flashback di Orfeo, capace di dare respiro mitologico e un tocco di profondità all’universo narrativo, ma non riesce a evitare la sensazione che la serie stia perdendo abbia ampiamente perso di vista il ritmo e la necessità di tenere lo spettatore agganciato. I limiti strutturali e l’incapacità di bilanciare ambizione visiva e ritmo narrativo sono più che evidenti.
