recensione Honey Don't!

Honey Don’t!TEMPO DI LETTURA 4 min

Un secondo capitolo decisamente rivedibile, dove risulta difficile renderlo credibile e poco stereotipato.
3.5
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L’investigatrice privata Honey O’Donahue si ritrova coinvolta nel caso di una donna morta per un presunto incidente stradale. L’indagine la porterà alla Chiesa delle Quattro Vie, una confraternita evangelica che ha ben poco di spirituale, e a una relazione con la poliziotta MG Falcone. Un’indagine che diventa ben presto più che personale.

Dopo la sorpresa di Drive-Away Dolls, il duo di coniugi-sceneggiatori Ethan Coen e Tricia Cooke torna sul grande schermo con Honey Don’t!, secondo capitolo di quella che loro stessi hanno definito “trilogia di film lesbici di serie B”.
Come nella precedente pellicola del duo, la vicenda s’inserisce in un classico contesto neo-noir, ma con un punto di vista decisamente inusuale per il genere: quello di una detective privata dichiaratamente lesbica. Protagonista è Honey O’Donahue, interpretata da quella che sembra ormai essere un’altra presenza fissa di questa trilogia, ovvero Margaret Qualley.
Il tutto nel consueto stile registico di Ethan Coen che mescola il lato più prettamente noir della vicenda con la commedia nera e una non troppo velata critica sociale all’America trumpiana.

Honey, giusto? Adoro quel tacchettio.

QUALLEY – PLAZA, LA COPPIA CHE VALE IL COSTO DEL BIGLIETTO


Praticamente tutto il film si basa sulla personalità contrastante della protagonista stessa, in un ruolo che pare esserle cucito addosso. La protagonista di questo secondo capitolo, infatti, potrebbe all’apparenza sembrare l’ennesima riproposizione del cliché dell’investigatore privato vecchio stampo.
Sarcastica, con un carattere decisamente scostante, quasi sempre alcolizzata, Honey O’Donahue si contraddistingue per un’innata femminilità (vestendo abiti decisamente colorati che contrastano con le scene del crimine in cui si trova a lavorare) e una sensibilità verso alcuni “casi particolari” che le ricordano la sua infanzia non troppo serena.
Fa il paio con tale personaggio l’altra co-protagonista della pellicola, la poliziotta MG Falcone (Aubrey Plaza), aiutante “interna” alla polizia per Honey. Molto meno “femminile” della protagonista, ma in compenso molto più estroversa e sicura di sé, per quanto anche lei nasconda un passato decisamente oscuro.
Il rapporto che si crea fra le due è sicuramente l’aspetto più interessante della pellicola. Queste rappresentano, infatti, due modi diversi di “sopravvivere” in un mondo decisamente maschile e avverso alla loro natura, e sono la prova dell’abilità di Ethan Coen di riuscire, ancora una volta, a creare dei character più che iconici.

TRAMA RIPETITIVA E INCONSISTENTE


Purtroppo, per il resto il film si rivela abbastanza fiacco e debole, soprattutto per quanto riguarda la trama. Come nella migliore tradizione delle pellicole scritte insieme al fratello Joel, anche Honey Don’t! va letto su diversi piani.
C’è sicuramente la volontà di omaggiare i classici del genere noir, soprattutto della cosiddetta New Hollywood (Chinatown in primis), nonché la sua stessa cinematografia.
Anche qui la trama è più una scusa per illustrare una serie di personaggi surreali che si contraddistinguono per essere dei simpatici idioti. Come nel caso del reverendo Drew Devlin (un istrionico Chris Evans), padre fondatore e spirituale della controversa Chiesa delle Quattro Vie. Un personaggio che è chiaramente una parodia di tutti quei “santoni” americani i cui interessi vanno ben oltre quelli spirituali, nascondendo, all’interno della propria chiesa, un vero e proprio traffico di droga.
Quello che però dovrebbe essere il focus dell’intera indagine di Honey è in realtà unicamente un modo per criticare e lanciare l’ennesima frecciatina all’America trumpiana e alla sua compiacenza verso la religione. Leitmotiv che viene ripetuto varie volte all’interno della pellicola ma che poi risulta inconsistente per l’indagine in sé.

TANTO STILE CHE GIRA A VUOTO


Così la pellicola va avanti per tutta la durata ripetendo incessantemente il suo essere profondamente “liberal” e progressista, coinvolgendo temi anche molto seri come gli abusi famigliari. Ma tutto questo senza un filo logico per la risoluzione del caso in sé, che avviene in maniera del tutto casuale e con non pochi buchi di trama che si avvertono in maniera fin troppo palese.
Un difetto che era già presente anche nel precedente Drive-Away Dolls, ma che qui risulta molto più pesante da digerire. Se con il genere road-movie ci poteva anche stare, con il genere investigativo (che, seppur nella sua versione noir, richiede una certa logica) certe “leggerezze narrative” sono più difficili da accettare.
Tanto più che i personaggi non hanno un effettivo percorso di formazione ma, fino alla fine, risultano sempre un po’ dei cliché, alquanto statici, inseriti in questa trama casuale. Il che rischia di banalizzare i temi stessi di cui la pellicola si vorrebbe fare portatrice. Insomma “tutto esercizio di stile e niente arrosto”.


L’obiettivo di Ethan Coen e Tricia Cooke è quello di rinnovare i generi cinematografici “minori” con storie che inneggiano all’universo queer. Il che è sicuramente un intento nobile, ma riuscire a renderlo credibile e poco stereotipato è difficile. Soprattutto se si punta troppo su un effetto comico e straniante che, più che approfondire, ha l’effetto di banalizzare tutto e approfondire poco. Un secondo capitolo decisamente rivedibile, si spera che vada meglio al prossimo giro.

 

TITOLO ORIGINALE: Honey Don’t! 
REGIA: Ethan Coen
SCENEGGIATURA: Ethan Coen, Tricia Cooke 
INTERPRETI: Margaret Qualley, Aubrey Plaza, Chris Evans, Talia Ryder, Lera Abova, Kristen Connolly, Charlie Day, Lena Hall, Don Swayze, Jacnier.
DISTRIBUZIONE: Universal Pictures
DURATA: 90′
ORIGINE: USA/UK, 2025
DATA DI USCITA: 18/09/2025

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Dottor Jekill

Laureato presso l'Università di Bologna in "Cinema, televisione e produzioni multimediali". Nella vita scrive e recensisce riguardo ogni cosa che gli capita guidato dalle sue numerose personalità multiple tra cui un innocuo amico immaginario chiamato Tyler Durden!

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