Wonder Man 1×06 – Call BackTEMPO DI LETTURA 4 min

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wonder man 1x06 recensioneCall Back” è probabilmente uno dei migliori visti finora e non solo per una questione di ritmo o di scrittura, ma per il modo in cui riesce a toccare corde molto specifiche legate al mondo dei casting hollywoodiani. È una puntata che parla direttamente a chi conosce anche solo superficialmente certi meccanismi dell’industria, ma che rimane perfettamente comprensibile e godibile anche per chi non ha mai messo piede in un’audizione. E proprio questa doppia lettura è uno dei suoi maggiori punti di forza.

UN EPISODIO CHE PARLA DI CASTING (E DI PARANOIA)


Dal punto di vista produttivo non avrebbe senso parlare di ispirazioni dirette tra Wonder Man e The Studio, visto che le due serie sono state concepite e girate praticamente in contemporanea e che la release posticipata di Wonder Man è dovuta esclusivamente ai riassetti interni del MCU. Eppure, da un punto di vista pratico, alcune somiglianze emergono in modo piuttosto evidente. Non volute, certo, ma comunque presenti. Questo episodio è uno di quei casi.
Basta guardare la scena iniziale, apparentemente insignificante, delle scarpe lasciate fuori dalla porta della villa di Van Kovak, il regista. Da questo dettaglio minimo nasce una serie di riflessioni paranoiche da parte di Simon e Trevor, riflessioni che raccontano perfettamente il cortocircuito mentale a cui ogni attore si sottopone nel tentativo disperato di interpretare segnali inesistenti pur di entrare nelle grazie di chi decide. In un contesto come quello di The Studio, una scena del genere avrebbe probabilmente generato un intero episodio. Qui, invece, viene usata con grande intelligenza come pretesto rapido ed efficace per raccontare uno stato d’animo.

IL CALLBACK COME CUORE NARRATIVO


L’intero episodio ruota attorno a un gigantesco call back, ovvero a quella fase finale di un provino che somiglia molto più a un secondo o terzo colloquio di lavoro che a una vera audizione. È una dinamica che la serie aveva già spiegato in modo chiaro durante il compleanno della madre di Simon nel terzo episodio, ma che qui viene finalmente messa in scena in maniera centrale e strutturata.
Tre coppie di attori vengono selezionate e messe alla prova da Van Kovak, ma con una scelta narrativa piuttosto particolare. Lo spettatore non vede quasi nulla delle dinamiche delle altre coppie, né dei test a cui vengono sottoposte, se non per brevissimi accenni iniziali. Tutto il focus rimane costantemente su Simon. È una decisione che probabilmente nasce da vincoli di minutaggio già stabiliti o, più semplicemente, dal disinteresse degli sceneggiatori verso qualsiasi arco narrativo che non sia direttamente legato al protagonista. Il risultato, però, è ambivalente.
Da un lato, la puntata riesce a trasmettere in maniera estremamente credibile la tensione di un call back hollywoodiano, con quella sensazione di giudizio costante e silenzioso che aleggia in ogni stanza. Dall’altro, la totale assenza di metri di paragone crea un vuoto narrativo non trascurabile. Non vedere davvero gli altri contendenti in azione rende la scelta finale di Van Kovak un po’ troppo automatica. Simon ottiene il ruolo non tanto perché emerge come il migliore, ma perché narrativamente deve andare così. Qualche scena in più avrebbe aiutato enormemente a rendere più meritocratica e meno meccanica la decisione finale.

UN’OCCASIONE MANCATA, MA NON UN ERRORE GRAVE


In questo senso, pesa anche l’assenza di un vero test finale condiviso tra Simon e Trevor. Vederli davvero messi alla prova insieme sarebbe stato estremamente coerente con il percorso costruito finora e avrebbe dato ancora più valore alla scelta di selezionarli entrambi. È uno di quei casi in cui si percepisce chiaramente del potenziale inespresso, non per mancanza di idee ma per limiti strutturali dell’episodio.
Detto questo, i lati positivi superano nettamente quelli negativi. L’episodio funziona perché la sensazione di assistere a un vero call back hollywoodiano è autentica, credibile e vissuta. Ed è una sensazione che nasce soprattutto dalla chimica tra Yahya Abdul-Mateen II e Ben Kingsley. Il primo continua a reggere il peso emotivo della serie con una vulnerabilità sempre più evidente, mentre il secondo rimane una presenza magnetica, capace di rubare la scena anche nei momenti più silenziosi.

UN SOGNO CHE DICE PIÙ DI MILLE DIALOGHI


Nota a margine, ma tutt’altro che secondaria, il breve sogno di Simon in cui perde completamente la pazienza e spacca il cervello di un altro attore con un pugno è uno di quei momenti che restano impressi. È una valvola di sfogo narrativa che dice molto più di qualsiasi dialogo sul livello di frustrazione accumulata dal personaggio. Un momento quasi catartico che permette allo spettatore di sognare ad occhi aperti insieme a lui.

 

THUMBS UP 👍THUMBS DOWN 👎
  • Rappresentazione credibile e interessante dei meccanismi dei casting hollywoodiani
  • Ottima chimica tra Yahya Abdul-Mateen II e Ben Kingsley
  • Scrittura e regia efficaci nel trasmettere tensione e paranoia
  • Assenza di veri metri di paragone durante il call back
  • Alcune occasioni narrative lasciate inesplorate

 

“Call Back” è una puntata solida, intelligente e sorprendentemente acuta nel raccontare un mondo raramente rappresentato con questo grado di onestà. Non è perfetta e lascia sul tavolo qualche occasione mancata, ma è uno di quegli episodi che danno senso all’esistenza stessa della serie e funziona perché osserva Hollywood dall’interno, con ironia, ansia e una sorprendente dose di verità.

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Federico Salata

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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