recensione film Norimberga

NorimbergaTEMPO DI LETTURA 4 min

Personaggi e attori ottimi, soprattutto il buon vecchio Russel, per un film che sicuramente si fa piacere ma che non è esente da difetti, soprattutto per chi vorrebbe un'aderenza storica più precisa.
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Germania 1945. Il giovane psichiatra Douglas Kelley viene chiamato per stilare un profilo psicologico dei gerarchi nazisti che saranno processati a Norimberga. Si confronta così con il più alto in grado fra di loro, Hermann Göring. Sarà difficile, per Kelley, mantenere il distacco professionale senza subire il fascino di un uomo indubbiamente intelligente e carismatico.

Il processo di Norimberga è stato un evento cruciale della storia del Novecento, i cui influssi si sentono ancora oggi.
Secondo diversi studiosi, un problema dell’Italia attuale è proprio di non aver avuto un processo simile, di non aver “fatto i conti” con il passato in maniera adeguata. Certo, i più alti ranghi del fascismo vennero epurati, ma rimase tutta una classe dirigente, formatasi nel Ventennio, a plasmare le generazioni seguenti. Mussolini, inoltre, nato direttore del periodico socialista Avanti! aveva un fiuto particolare per intercettare e manipolare l’opinione pubblica.

UN FILM COMPOSTO DA DUE METÀ


Venendo però allo specifico di questo film diretto da James Vanderbilt, bisogna innanzitutto elogiare un maiuscolo Russell Crowe. Il suo Göring risulta affascinante, per quanto si sappia come le sue qualità siano volte a causare il maggior male possibile all’umanità intera.
Bravo è anche Rami Malek: il suo personaggio segue le tonalità emotive del film, o forse gliele dà. Non è possibile distinguere le due cose.
Un film composto da due metà si diceva, e infatti la prima parte della vicenda ha toni insolitamente leggeri, scanzonati e quasi brillanti, rispetto all’argomento trattato. Il cambio di rotta avviene esattamente a metà film.
Durante il processo, vengono proiettate delle immagini girate dagli Alleati quando liberarono i campi di sterminio nazisti. Il minutaggio è il minimo indispensabile, ma il pugno nello stomaco arriva dritto e forte.

Non sono persone uniche. Oggi ci sono persone come i nazisti in ogni Paese del mondo. (…) Sono persone che vogliono avere il potere. (…) Ci sono persone in America che passerebbero volentieri sui cadaveri di metà del popolo americano, se sapessero di potere ottenere il controllo sull’altra metà. (…) Loro inventano l’odio. (…) E se credete che la prossima volta che avverrà ce ne accorgeremo perché indosseranno delle inquietanti uniformi, siete del tutto fuori di testa.

Nella discesa libera che porta la vicenda al suo drammatico finale è fondamentale l’apporto di Michael Shannon, nel ruolo del giudice Robert H. Jackson. Fa da centrocampo, quindi si ritrova con un sacco di lavoro ingrato, tra gli spunti dello psichiatra Kelley e il gol della vittoria, che purtroppo non avrà il piacere di segnare.
A prendere la palla al balzo per il punto decisivo sarà, infatti, l’inglese sir David Maxwell Fyfe, interpretato da Richard E. Grant. Personaggio, fra l’altro, poco sviluppato nella scrittura, che arriva a sorpresa.

MA HA ANCHE DEI DIFETTI


I difetti non mancano e, per elencarli, si può cominciare dal più fastidioso per i cultori della storia, precisini notori.
Nel film sembra che Rudolf Hess sia stato giustiziato con gli altri, ma non fu così. Morì negli anni ’80, nel carcere di Spandau dove scontava l’ergastolo.
Altro problema è lo scarso spazio, pure mal sviluppato, dedicato ai rapporti fra Kelley e la giornalista Lila. Dev’essere un effetto un po’ dei moderni dettami sulla rappresentazione del rapporto uomo-donna, un po’ del voler dedicare spazio al ben più importante centro della narrazione.
Soprattutto, però, continua la sospirosa attesa per vedere uno psicologo, in un film, non descritto come più instabile dei suoi pazienti e pronto a infrangere le regole di deontologia professionale ad ogni piè sospinto. Si capisce la paura, da parte degli sceneggiatori, di risultare noiosi, ma ad un certo punto si cade nel cliché stucchevole.

COMMENTO FINALE


Peccato perché il regista James Vanderbilt qui cura anche la sceneggiatura, campo in cui ha una vasta esperienza.
In conclusione, questo Norimberga si inserisce nel nuovo trend dei “film della memoria“.  Si cerca di parlare al presente, cercando di trovare punti di contatto tra allora e oggi, più che di rappresentare, in modo più o meno eroico, una pagina d’epoca. Questo messaggio, per lo meno, arriva chiaro e palese. Si veda la citazione sopra.
A salvare il prodotto sono gli interpreti che lo rendono scorrevole e avvincente. Detto onestamente: se Avatar è “banalotto” e Checco Zalone “facilone”, Norimberga può fare degnamente da “terzo incomodo” in questo periodo natalizio.

 

TITOLO ORIGINALE: Nuremberg
REGIA: James Vanderbilt 
SCENEGGIATURA: James Vanderbilt 
INTERPRETI: Russell Crowe, Rami Malek, Michael Shannon, John Slattery, Lotte Verbeek, Colin Hanks, Leo Woodhall, Richard E. Grant
DISTRIBUZIONE: Eagle Pictures (Italia) Sony Pictures Classics (Usa)
DURATA: 148′
ORIGINE: USA, 2025
DATA DI USCITA: 18/12/2025 (Italia)

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Casalingoide piemontarda di mezza età, abita da sempre in campagna, ma non fatevi ingannare dai suoi modi stile Nonna Papera. Per lei recensire è come coltivare un orticello di prodotti bio (perché ci mette dentro tutto; le lezioni di inglese, greco e latino al liceo, i viaggi in giro per il mondo, i cartoni animati anni '70 - '80, l'oratorio, la fantascienza, anni di esperienza coi giornali locali, il suo spietato amore per James Spader ...) con finalità nutraceutica, perché guardare film e serie tv è cosa da fare con la stessa cura con cui si sceglie cosa mangiare (ad esempio, deve evitare di eccedere col prodotto italiano a cui è leggermente intollerante).

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