Il quarto episodio di A Knight of the Seven Kingdoms rappresenta un punto di svolta decisivo nel percorso narrativo della serie, segnando il definitivo superamento della dimensione iniziale, sospesa tra fiaba cavalleresca e racconto di formazione, per approdare a una riflessione più cupa, strutturata e moralmente complessa sull’esercizio del potere e sulla natura dell’onore. Dopo una prima parte di stagione caratterizzata da toni luminosi, atmosfere comunitarie e un senso diffuso di intimità quasi pastorale, il racconto colloca ora Ser Duncan l’Alto, cavaliere errante privo di lignaggio, al centro di un conflitto istituzionale che mette radicalmente in discussione la legittimità delle gerarchie feudali e la fragilità dei codici etici che le sorreggono. “Seven” non si limita quindi a preparare lo scontro imminente, ma utilizza l’attesa, l’incertezza e la sospensione narrativa come strumenti per indagare la fragilità dei codici sociali di Westeros, smascherandone le profonde contraddizioni.
AR CAVALIERE NERO NUN JE DEVI CACÀ ER CAZZO
L’episodio si apre con un confronto intimo e doloroso tra Dunk ed Egg, nel quale la rivelazione dell’identità reale del giovane scudiero produce una frattura emotiva, immediatamente riconducibile non tanto al tradimento in sé quanto alla perdita di un’illusione di uguaglianza, che viene tuttavia ricomposta attraverso una forma di affetto severo e quasi paterno.
La regia insiste su sguardi trattenuti, pause significative e silenzi carichi di tensione, sottolineando come il tradimento percepito non cancelli la fiducia di fondo che lega i due protagonisti, e infatti Dunk, pur sentendosi ingannato, non rinuncia a difendere Egg davanti all’autorità, rivelando come la sua concezione dell’onore non sia fondata sulla purezza formale delle regole, bensì sulla fedeltà a una verità morale ormai interiorizzata.
Parallelamente, l’ingresso in scena di Baelor Targaryen introduce una figura di mediazione morale, capace di incarnare un’idea di potere temperato dalla responsabilità e dall’empatia. Il confronto tra quest’ultimo, Aerion e Maekar non si configura soltanto come uno scontro familiare, ma come una vera e propria battaglia simbolica tra diverse concezioni della sovranità. Da un lato, l’arbitrio violento e narcisistico di Aerion, sostenuto da una percezione distorta del privilegio; dall’altro, il pragmatismo autoritario di Maekar; infine, l’idea di giustizia temperata e dialogica incarnata da Baelor, che tenta di conciliare legge, compassione e responsabilità politica.
Il ricorso al processo per combattimento, e in particolare alla formula arcaica del Processo dei Sette, rappresenta una regressione rituale verso una forma di verità affidata al caso, alla violenza e all’interpretazione religiosa degli eventi. Questa scelta narrativa consente alla serie di riflettere sul carattere profondamente performativo del potere feudale, in cui il diritto non viene dimostrato attraverso prove, ma attraverso la spettacolarizzazione della forza. La costruzione progressiva del gruppo di campioni al fianco di Dunk assume così un valore non soltanto strategico, ma anche simbolico, trasformandosi in una mappa morale delle possibili risposte all’ingiustizia.
Ogni personaggio che sceglie di schierarsi rivela, attraverso la propria decisione, una precisa collocazione etica, oscillante tra opportunismo, lealtà, rancore personale e autentica adesione a un ideale cavalleresco. Il tradimento di Ser Steffon Fossoway, in particolare, funziona come emblema della fragilità delle alleanze fondate esclusivamente sulla parola data in un sistema in cui il riconoscimento sociale vale più della coerenza morale.
UN RUGBISTA, UN BAMBINO PELATO E TONY BLAIR
Dal punto di vista visivo, “Seven” opera una trasformazione significativa del linguaggio estetico della serie, abbandonando le tonalità calde e festose dei primi episodi in favore di una palette dominata da toni terrosi, opachi e freddi, che contribuisce a rafforzare il senso di oppressione psicologica del protagonista.
La colonna sonora assume poi in questo episodio un ruolo particolarmente rilevante, culminando nell’utilizzo calibrato del tema principale della saga durante l’ingresso in scena di Baelor. Questo momento, lungi dall’essere un semplice omaggio nostalgico, si configura come una vera e propria catarsi emotiva, costruita attraverso un’attenta gestione delle aspettative e delle tensioni accumulate fino a quel momento. Il richiamo alla memoria collettiva del franchise viene così integrato organicamente nello sviluppo narrativo, rafforzando il valore simbolico dell’azione senza ridurla a mero fan service.
Le interpretazioni attoriali contribuiscono in modo decisivo alla riuscita dell’episodio: Peter Claffey restituisce un Dunk vulnerabile, determinato e profondamente umano, evitando qualsiasi deriva retorica e costruendo un protagonista credibile nella sua ostinata ricerca di giustizia; Dexter Sol Ansell offre una prova sorprendentemente matura per la sua giovane età, capace di rendere la complessità emotiva di Egg senza indulgere in facili sentimentalismi; mentre Bertie Carvel (che dopo aver interpretato Tony Blair in The Crown è stato scelto per interpretare Cornelius Caramell nella serie HBO su Harry Potter), nel ruolo di Baelor, emerge come uno dei pilastri drammatici della serie, incarnando con sobrietà e autorevolezza una figura di potere raramente rappresentata con tale equilibrio nell’universo narrativo di Westeros.
L’ODORE DELL’ONORE
Il nucleo tematico dell’episodio ruota attorno alla domanda fondamentale sull’origine dell’identità cavalleresca, interrogando implicitamente il rapporto tra appartenenza, investitura formale e responsabilità morale. L’episodio suggerisce con chiarezza che l’onore autentico non deriva dal sangue o dal titolo, ma dalla capacità di proteggere i vulnerabili anche a costo della propria sicurezza. In questa prospettiva, il racconto privilegia consapevolmente la costruzione di una traiettoria etica ed emotiva coerente rispetto a una rigida aderenza al realismo procedurale, collocandosi all’interno di una tradizione narrativa in cui la funzione primaria degli eventi è quella di illustrare una morale attraverso le scelte dei protagonisti.
Dal punto di vista strutturale, “Seven” funziona come episodio di accumulo, costruendo tensione attraverso una progressione controllata di micro-conflitti che convergono nel cliffhanger finale. Il ritmo, deliberatamente misurato, privilegia l’approfondimento psicologico e simbolico rispetto all’azione immediata, mentre la sospensione dello scontro permette di concentrare l’attenzione sulle motivazioni, sulle paure e sulle contraddizioni dei personaggi, rendendo il conflitto imminente carico di significato.
Nel complesso, questo quarto episodio si impone come il segmento più significativo dell’intera stagione, capace di fondere in maniera equilibrata costruzione mitologica, introspezione emotiva e riflessione morale. La scrittura rivela una piena consapevolezza dei meccanismi seriali e del patrimonio simbolico della saga, utilizzato come risorsa espressiva e non come vincolo creativo, mentre la regia e il cast sostengono con notevole solidità un impianto tematico ambizioso, articolato e coerente.
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Con questo quarto episodio, A Knight of the Seven Kingdoms conferma la sua capacità di saper raccontare il mito cavalleresco attraverso una prospettiva umanistica, dimostrando come, anche in un universo dominato da violenza e cinismo, sia ancora possibile scrivere una storia fondata sulla fragile dignità dell’onore e sulla persistenza di una giustizia imperfetta ma oltremodo necessaria.

