
Un finale coerente, classico e imperfetto che chiude la stagione rispettando fino in fondo le regole del noir.
I due showrunner Oren Uziel e Steve Lightfoot chiudono questa prima, e verosimilmente non ultima, stagione di Spider-Noir nel migliore dei modi: lasciando spazio per il prosieguo della storia, ma concedendo anche un finale sufficientemente compiuto nel caso in cui Prime Video non decidesse di proseguire. “The Man In The Mask”, firmato proprio da Uziel, non prova a reinventare la ruota e forse è proprio questo il punto.
Dopo sette episodi costruiti sull’adesione quasi programmatica ai codici del noir, il finale sceglie la via più coerente possibile: chiudere il cerchio senza tradire la propria natura, anche quando questa natura porta con sé limiti, forzature e qualche scorciatoia narrativa difficilmente ignorabile.
UN FINALE DA NOIR CLASSICO
“The Man In The Mask” continua a giocare ampiamente con i cliché tipici del genere noir: c’è il confronto finale che arriva dopo un’esaustiva discussione tra i personaggi, c’è il ritorno del fatalismo che proibisce un vero lieto fine, c’è la sconfitta del cattivo, c’è il ripristino di uno status quo solo apparentemente rassicurante. In altre parole, c’è tutto quello che Spider-Noir aveva promesso fin dal pilot con Nicolas Cage, quando la serie aveva messo subito in chiaro di voler essere più noir supereroistico che supereroismo travestito da noir.
Da questo punto di vista, chi si aspettava uno stravolgimento, una rilettura più moderna o un approccio più eccezionale, sarà rimasto parzialmente deluso. Perchè qualcuno potrebbe anche dire “c’è del finale in questo noir“. Inatti il finale non tenta mai il colpo di teatro definitivo, non cambia le regole del gioco e non trasforma improvvisamente Ben Reilly in qualcosa di diverso da ciò che è stato per tutta la stagione: un investigatore stanco, ammaccato, più vicino al detective hard-boiled che all’eroe Marvel contemporaneo.
Eppure tutto si può dire di Spider-Noir tranne che non sia stata coerente con le proprie premesse iniziali. Anche nei passaggi più prevedibili, anche quando il racconto si appoggia su formule già viste, “The Man In The Mask” rimane fedele a quella grammatica di genere che la serie ha scelto di abitare senza troppi compromessi.
COERENZA E LIMITI
Naturalmente esiste anche il lato opposto della questione. Chi osanna senza riserve la serie e questo finale ha probabilmente un palato molto affine a prodotti mainstream in cui pecche e sviste possono essere serenamente ignorate a patto che lo spettacolo funzioni (coff coff, il finale di Stranger Things, coff coff), il ritmo tenga e l’intrattenimento arrivi a destinazione. Saranno probabilmente gli stessi spettatori pronti a difendere qualsiasi finale di grande franchise purché ci sia abbastanza emozione da coprire il rumore degli ingranaggi narrativi.
Perché di sviste, in questo finale, ce ne sono, così come ce ne sono state in precedenza, anche quando la stagione aveva iniziato ad alzare la posta con “Double Cross” e con la progressiva definizione dei rapporti tra Ben Reilly, Silvermane, Cat Hardy e Flint Marko. Il punto è che alcune forzature possono effettivamente essere assorbite dentro la logica del noir: il destino che schiaccia i personaggi, le decisioni sbagliate prese nel momento peggiore, il melodramma che prende il sopravvento sulla razionalità.
Il problema nasce quando la scrittura chiede allo spettatore di accettare non soltanto il fatalismo del genere, ma anche passaggi che nel 2026 appaiono molto più evidenti di quanto sarebbero sembrati qualche decennio fa. I buchi di trama, oggi, hanno meno posti dove nascondersi e anche una serie volutamente classica non può sempre rifugiarsi dietro il fascino dell’omaggio per giustificare ogni debolezza.
Il caso più evidente riguarda Flint Marko. La scelta dell’Uomo Sabbia di non difendere la sua amata Cat Hardy nel momento del bisogno, con una pistola puntata alla tempia, è una di quelle soluzioni che possono anche essere lette come un cedimento emotivo del personaggio, ma che sul piano strettamente narrativo lasciano comunque più di una perplessità. Ancora più discutibile è la decisione di Marko di attaccare The Spider insieme a Megawatt invece di restare accanto a Cat, che viene lasciata sostanzialmente da sola ad affrontare Silvermane.
A questo si aggiunge il mezzo confronto tra Megawatt e Silvermane, in cui Marko viene ancora una volta spostato da una parte all’altra come una bandieruola narrativa, salvo poi saltare rapidamente verso la rivelazione legata all’uomo dietro la maschera di The Spider. Sono momenti specifici, certo, ma proprio per questo difficili da ignorare perchè non minano completamente l’episodio, però ne abbassano la precisione e impediscono al finale di raggiungere una compattezza davvero piena.
In un’altra serie più realistica, passaggi simili sarebbero stati probabilmente liquidati come scrittura scialba o poco accurata. Qui possono passare, almeno in parte, per scelte legate al genere, ma è proprio quel “in parte” a fare la differenza. Alcune licenze sono accettabili, altre meno. E “The Man In The Mask”, pur funzionando molto bene come chiusura emotiva e atmosferica, non riesce sempre a trasformare le proprie scorciatoie in stile.
CAGE E GLEESON REGGONO TUTTO
A tenere alto il livello dell’episodio ci pensano soprattutto Nicolas Cage e Brendan Gleeson. La presenza scenica del primo rimane il principale valore aggiunto della serie: Cage continua a muoversi dentro Spider-Noir come se fosse perfettamente consapevole del confine sottilissimo tra omaggio, caricatura e malinconia. I suoi monologhi funzionano perché non sembrano mai soltanto esercizi di stile, ma il naturale linguaggio di un personaggio che vive in un mondo già condannato prima ancora di iniziare a combattere.
Dall’altra parte, Gleeson dà a Silvermane una gravità che impedisce al villain di scivolare nel semplice fumettone criminale. Anche quando la scrittura lo spinge verso dinamiche molto codificate, il personaggio resta credibile grazie a una fisicità e a una presenza che riempiono la scena. Il confronto tra i due, proprio per merito degli interpreti e di dialoghi spesso più efficaci dell’intreccio, rappresenta il cuore migliore dell’episodio.
È qui che si vede la parte più riuscita della serie: non tanto nell’azione, né nella risoluzione meccanica della trama, ma nella capacità di costruire atmosfera attraverso corpi, voci, pause e sguardi. Una caratteristica già emersa in “Betrayal” e poi accentuata nell’allucinazione più estrema di “Nightmare On A Gurney“, due episodi in cui la serie aveva mostrato di funzionare meglio quando smetteva di rincorrere la trama e si abbandonava completamente al proprio immaginario.
IL FUTURO DEL RAGNO
Come finale di stagione, “The Man In The Mask” fa quindi esattamente ciò che deve fare: chiude, rilancia, non strafà. Spider-Noir lascia aperta la possibilità di un secondo capitolo, ma non costruisce un finale monco o dipendente da un rinnovo. È una scelta intelligente, soprattutto in un panorama streaming in cui le serie vengono spesso lasciate sospese come cadaveri narrativi in attesa di una telefonata che non arriva mai.
La stagione si chiude con la sensazione che il mondo di Ben Reilly abbia ancora storie da raccontare (non si è a livello di una serie antologica ma quasi), ma anche con la consapevolezza che questa prima annata abbia già detto abbastanza per giustificare la propria esistenza. Non tutto funziona, non tutte le scelte sono difendibili e alcuni momenti avrebbero meritato una scrittura più solida, però l’identità c’è, c’è la voglia di rivedere Nicolas Cage in questo ruolo e il finale ha il buon gusto di non tradire ciò che la serie ha provato a essere fin dall’inizio.
Spider-Noir non è la rivoluzione televisiva del supereroismo, e forse non ha mai voluto esserlo. È un oggetto strano, classico, a tratti impacciato ma spesso affascinante, che trova nel proprio anacronismo sia la forza sia il limite principale. Nel bene e nel male, un finale da vero noir: nessuno esce davvero pulito, ma almeno qualcuno riesce ancora a camminare nella notte.
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