
Kane Parsons porta al cinema il fenomeno delle Backrooms e firma un horror psicologico più interessato alla mente che al semplice spavento.
Sinossi
Nel 1990, Clark, proprietario di un negozio di mobili e uomo già segnato da una vita in frantumi, attraversa accidentalmente una soglia impossibile nel seminterrato del suo showroom. Intrappolato in un labirinto infinito di stanze vuote e corridoi fluorescenti, costringe la sua terapeuta Mary Kline ad avventurarsi in un luogo dove la realtà sembra essersi rotta.
Per chiunque abbia frequentato abbastanza a lungo l’infinito sottobosco di Internet, Backrooms non è soltanto il titolo di un film. È una parola chiave, un’immagine mentale, un cortocircuito visivo fatto di pareti giallastre, moquette umida, luci al neon e corridoi troppo vuoti per risultare davvero innocui. Prima ancora di diventare cinema, Backrooms è stata una creepypasta, un meme, un’estetica, un pezzo di folklore digitale. Uno di quei fenomeni nati senza un vero proprietario e cresciuti proprio grazie alla loro natura collettiva.
Tutto parte, come spesso accade con le leggende moderne della rete, da un’immagine apparentemente banale. Una stanza vuota, un ambiente da ufficio abbandonato, nessuna finestra, nessuna presenza umana. Qualcosa di ordinario e, proprio per questo, profondamente sbagliato. Da lì nasce l’idea del “noclip”, il concetto preso in prestito dal linguaggio videoludico secondo cui una persona può scivolare fuori dalla realtà attraversando per errore una parete, finendo in uno spazio che non avrebbe dovuto esistere.
Kane Parsons parte esattamente da qui. Dopo aver trasformato il fenomeno in una webserie virale su YouTube, il giovane filmmaker compie il salto al lungometraggio con il sostegno di A24, portando sul grande schermo un materiale che, sulla carta, avrebbe potuto facilmente diventare l’ennesimo adattamento svuotato di un fenomeno internet. Il risultato, invece, è sorprendentemente più ambizioso: un horror psicologico che usa il terrore come ingresso, non come destinazione finale.
DAL FENOMENO DI INTERNET ALLA MITOLOGIA CINEMATOGRAFICA
Il film si apre mostrando alcuni filmati d’epoca, apparentemente recuperati da vecchie VHS legate a spedizioni avvenute dentro le Backrooms. Si tratta di una scelta corretta, almeno nelle intenzioni, perché tenta subito di dare profondità al fenomeno, trasformando il terrore in oggetto di studio e non in semplice pretesto per una sequenza di spaventi. Le Backrooms, in questa versione, non sono solo un posto in cui accadono cose inquietanti: sono un’anomalia, una frattura, un luogo che sembra richiedere osservazione, catalogazione, quasi metodo scientifico.
Eppure proprio questa parte iniziale è anche quella meno solida. I filmati POV e le prime sequenze risultano a tratti eccessivamente costruiti, quasi posticci, soprattutto se confrontati con ciò che arriverà dopo. L’horror sembra inizialmente voler rassicurare lo spettatore attraverso i cliché del genere: rumori improvvisi, ombre, jumpscare, tensione calibrata in modo piuttosto riconoscibile. È un avvio un po’ titubante, perché lascia intravedere il rischio di una versione più convenzionale e meno interessante di un’idea potentissima.
Fortunatamente, Backrooms si rialza presto. Parsons comprende che il vero potenziale del materiale non sta nel mostro dietro l’angolo, ma nell’angolo stesso. Nel corridoio che continua. Nella porta che non porta da nessuna parte. Nella stanza identica alla precedente, ma solo abbastanza diversa da far dubitare della propria memoria. Da questo momento in avanti, il film smette progressivamente di comportarsi come un horror canonico e diventa qualcosa di più inquietante: un’esperienza di disorientamento fisico e mentale.
La trama segue Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor (12 Anni Schiavo), un architetto mancato che gestisce un negozio di mobili in periferia, reduce da una separazione e da un rapporto sempre più problematico con l’alcol. Quando “scivola” fuori dalla realtà nel seminterrato del negozio, trascina con sé anche Kat e Bobby, due figure che però il film utilizza in modo meno convincente. Sono personaggi funzionali, utili soprattutto a innescare dinamiche e tensioni, ma non davvero sviluppati con la stessa cura riservata ai due protagonisti principali.
RENATE REINSVE E CHIWETEL EJIOFOR REGGONO IL LABIRINTO
Il cuore narrativo del film si sposta infatti su Mary Kline, la terapeuta interpretata da Renate Reinsve (Sentimental Value, La Persona Peggiore Del Mondo). È lei a diventare il vero centro emotivo di Backrooms, la figura attraverso cui l’esplorazione dello spazio assume un peso psicologico più profondo. Mary non entra nelle Backrooms soltanto per salvare un paziente: entra in un luogo che sembra riflettere, distorcere e amplificare il rapporto tra cura, fallimento e fragilità umana.
Reinsve porta nel film una presenza magnetica, trattenuta, mai sopra le righe. Il suo personaggio si muove dentro l’ignoto con una lucidità progressivamente compromessa, mentre il confine tra chi cura e chi ha bisogno di essere curato inizia a sfumare. Accanto a lei, Ejiofor costruisce un Clark sempre più spezzato, capace di mostrare con efficacia il momento in cui la ragione scivola via e lascia spazio a paura, incoscienza e decadimento umano.
Il confronto finale tra i due è probabilmente uno dei punti più forti della pellicola. Non perché cerchi lo shock, ma perché lascia emergere la dimensione più tragica del racconto. Le Backrooms diventano allora meno un luogo da cui fuggire e più una condizione da comprendere. Un’estensione dello smarrimento dei personaggi, una forma architettonica del trauma, una mappa sbagliata della mente. In questo senso, il film riesce dove molti adattamenti di creepypasta hanno fallito (si veda Slender Man): non si limita a illustrare un fenomeno, ma prova a dargli struttura, peso e conseguenze.
Meno riuscito, invece, l’utilizzo di Kat e Bobby, lasciati ai margini e trattati più come strumenti narrativi che come veri personaggi. Anche Phil, interpretato da Mark Duplass, appare poco, ma la sua presenza funziona come possibile gancio per espansioni future. Non è un difetto irrimediabile, ma conferma come Backrooms sia molto più interessato alla costruzione della propria mitologia e al rapporto tra Clark e Mary che alla coralità del racconto.
UN NON-LUOGO CHE OSSERVA, ASSORBE E RESTITUISCE
La cosa più interessante del film è il modo in cui Parsons evita, dopo l’avvio più convenzionale, di trasformare tutto in una semplice sequenza di jumpscare. I primi minuti sembrano quasi pagare pegno alle aspettative del genere, ma il resto della pellicola lavora in un’altra direzione. Backrooms è più vicino a uno sci-fi psicologico con venature thriller che a un horror puro. La paura non nasce tanto dall’apparizione improvvisa, quanto dalla persistenza dello spazio, dalla sua impossibilità, dalla sensazione che il labirinto non sia casuale ma imperfettamente cosciente.
Le stanze, i corridoi, le luci fluorescenti e quella geometria malata sembrano comporre un mondo costruito da qualcuno che ha capito l’idea di un edificio, ma non il suo senso. Come se si fosse chiesto a un’entità aliena di disegnare un ufficio, un negozio, una sala d’attesa, senza aver mai davvero compreso cosa renda abitabile uno spazio umano. È qui che il film trova la propria identità migliore: non quando prova a spaventare frontalmente, ma quando lascia addosso la sensazione di essere entrati in un posto che non avrebbe mai dovuto esistere.
Da segnalare anche la concretezza della produzione, che ha costruito un set enorme e labirintico (3000 mq), capace di restituire fisicamente quella sensazione di smarrimento che nei video originali era affidata soprattutto al digitale e alla manipolazione visiva. Parsons porta con sé l’estetica dei suoi lavori su YouTube, fatta di immagini sporche, suggestioni da VHS e spazi liminali, ma la piega verso un racconto più maturo e narrativamente strutturato.
Non tutto è perfetto, eppure il film ha un merito non scontato: prende un materiale nato da Internet, potenzialmente fragilissimo sul piano cinematografico, e lo trasforma in un oggetto narrativo dotato di atmosfera, identità e prospettiva. Non un semplice horror con qualche mostro, un po’ di paranormale e corridoi inquietanti, ma il primo tassello di una possibile mitologia.
In conclusione, Backrooms funziona perché non parla solo della paura di perdersi. Parla della paura, molto più sottile, che esista un punto cieco nella realtà. Una crepa. Un errore di sistema. Un corridoio acceso da troppo tempo dietro una porta che nessuno ricorda di aver aperto. E il problema, una volta usciti dalla sala, è che quella porta potrebbe non essersi richiusa davvero.






