
Beth e Rip ripartono dal Texas in uno spin-off nato con premesse discutibili, ma molto più solido del previsto.
Partiamo con un’opinione che non sembra essere generalmente condivisa: Dutton Ranch è l’ennesimo spin-off di Yellowstone che, almeno sulla carta, non aveva davvero bisogno di vedere la luce. Specialmente dopo il pessimo e superficiale Marshals, la sensazione era quella di un franchise ormai entrato nella fase più prevedibile della propria esistenza industriale: non più raccontare una storia necessaria, ma continuare a fatturare spremendo un universo narrativo che poteva, e forse doveva, non diventare tale.
Se ci si spoilera più in basso il voto, però, si capirà subito che questa critica non nasce da ciò che si vede nei primi due episodi. “The Untold Want” e “Earn Another Day” sono tutt’altro che un disastro. Anzi, per molti versi rappresentano una partenza sorprendentemente solida. Il problema, semmai, riguarda il presupposto stesso dell’operazione: prendere due dei personaggi più amati di Yellowstone, ovvero Beth Dutton e Rip Wheeler, spostarli in Texas e provare a costruire attorno a loro una nuova epopea ranchera. Una mossa comprensibile sul piano commerciale, meno inevitabile su quello creativo.
PREMESSE COMPLICATE
A rendere ancora più scivolosa la partenza c’è il contesto produttivo. Così come accaduto con Marshals, anche qui Taylor Sheridan non dirige e non scrive le sceneggiature, limitandosi al ruolo di produttore esecutivo. Un dettaglio tutt’altro che secondario, perché lo Yellowstoneverse, nel bene e soprattutto nel male, ha sempre avuto una voce estremamente riconoscibile. Quando quella voce resta sullo sfondo, il rischio è quello di ritrovarsi davanti a una replica formalmente corretta ma priva della stessa ferocia.
A questo si aggiunge l’uscita di scena dello showrunner Chad Feehan, già showrunner di Lawmen: Bass Reeves, dopo aver concluso il lavoro sulla prima stagione. Un abbandono arrivato dopo tensioni con alcuni dei principali nomi coinvolti, tra cui Kelly Reilly, Cole Hauser, Taylor Sheridan e David Glasser di 101 Studios. Ecco, non esattamente le migliori premesse per iniziare la visione di una serie che dovrebbe invece trasmettere solidità, controllo e visione a lungo termine.
Detto questo, a un certo punto bisogna mettere da parte il dietro le quinte e parlare del prodotto in sé. Perché, salvo quando le dinamiche produttive finiscono per esplodere direttamente in scena, come accaduto a suo modo con Kevin Costner e le ultime fasi di Yellowstone, ciò che conta davvero è quello che arriva sullo schermo. E, almeno in questi primi due episodi, Dutton Ranch arriva molto meglio del previsto.
DUE EPISODI NECESSARI
C’è un motivo se i primi due episodi sono stati rilasciati insieme. “The Untold Want”, preso da solo, non basta a rappresentare pienamente questa nuova fetta dello Yellowstoneverse. È un pilot di riposizionamento, più che di affermazione: deve spostare Beth, Rip e Carter fuori dal Montana, introdurre il nuovo ranch, costruire la nuova geografia emotiva e politica, e spiegare allo spettatore perché dovrebbe interessargli un’altra storia di recinti, mandrie, confini e faide territoriali.
“Earn Another Day”, invece, aiuta a capire meglio che cosa si ha di fronte. Ed è proprio guardando i due episodi insieme che il nuovo ranch a Rio Paloma, in Texas, inizia a non far rimpiangere poi così tanto il ranch in Montana. Non è ovviamente la stessa cosa, e sarebbe anche abbastanza ridicolo pretendere il contrario, ma alcune dinamiche sono riproposte con intelligenza: la bunkhouse come microcosmo sociale, la “ferrovia” in versione aggiornata, le faide istantanee tra personaggi destinati a scornarsi all’infinito, come Rob-Will e Rip oppure Beth e Beulah Jackson.
In questo senso, Chad Feehan fa un ottimo lavoro. Fin da subito si riesce a empatizzare con le problematiche texane dei nuovi Dutton e dei loro vicini di casa, la famiglia Jackson, senza che la serie debba sbracciarsi troppo per convincere il pubblico. Il processo è quasi spontaneo, ed è il riflesso di una scrittura più efficace di quanto le premesse lasciassero immaginare. La serie ripropone formule già note, certo, ma lo fa con sufficiente precisione da non sembrare una copia svogliata della serie madre.
BETH, RIP E IL TEXAS
Inutile dire che Kelly Reilly e Cole Hauser sono ormai in simbiosi con i rispettivi personaggi. Beth e Rip non sono semplicemente due volti riconoscibili riportati in scena per nostalgia: sono il motore emotivo e commerciale dell’intera operazione. La loro presenza dà immediatamente a Dutton Ranch una familiarità che altre estensioni dello Yellowstoneverse non avevano, e che Marshals aveva provato a inseguire con risultati decisamente più modesti.
Il merito dei primi due episodi, però, sta nel non adagiarsi soltanto su di loro. Certo, Beth resta Beth: tagliente, autodistruttiva, feroce, sempre pronta a trasformare una conversazione in un’aggressione chirurgica. Rip resta Rip: ruvido, fedele, pragmatico, l’uomo che parla poco perché il resto lo fanno lo sguardo, il cappello e la capacità di far capire a chiunque che forse è meglio non continuare quella frase. Ma Dutton Ranch prova anche a costruire attorno a loro un ecosistema nuovo.
Ed è qui che la serie sorprende di più. La nuova location non è un semplice cambio di fondale, ma una diversa declinazione del mito americano raccontato da Yellowstone. Il Montana era eredità, dinastia, sangue, terra da difendere contro un mondo che avanzava. Il Texas di Dutton Ranch è invece ripartenza, reinvenzione, sopravvivenza. Non cambia il codice morale, che resta spesso discutibile quanto basta, ma cambia l’energia narrativa. Beth e Rip non sono più soltanto gli ultimi difensori di qualcosa che sta morendo: diventano due persone costrette a capire se possono ancora costruire qualcosa.
I NUOVI VOLTI FUNZIONANO
La vera prova per uno spin-off non è mai solo riportare in scena i personaggi amati, ma dimostrare che i nuovi possano reggere lo stesso peso. Da questo punto di vista, Feehan ci azzecca particolarmente, sia per le aspettative disattese in senso positivo, sia per la tridimensionalità con cui vengono introdotte alcune figure chiave.
Le aspettative disattese riguardano soprattutto Ed Harris e Annette Bening. Almeno sulla carta, era facile immaginarli come coppia di villain perfettamente incastonata nel nuovo scenario texano: due presenze monumentali, due nomi capaci di portare immediatamente autorità e minaccia. Invece Harris interpreta il veterinario del posto, una figura più laterale e umana di quanto ci si potesse aspettare, mentre Bening dà corpo a Beulah Jackson, matriarca della famiglia Jackson e padrona del 10 Petal Ranch, il ranch più importante della zona e inevitabile rivale naturale del Dutton Ranch.
La differenza è importante. Beulah non entra in scena come cattiva da manuale, ma come forza territoriale, sociale e simbolica. È il tipo di personaggio che nello Yellowstoneverse funziona meglio: qualcuno che non ha bisogno di dichiararsi antagonista perché basta la sua esistenza a creare conflitto. Allo stesso modo, i nuovi equilibri tra ranch, famiglia, potere locale e vicinato suggeriscono una stagione con un margine di sviluppo più ampio di quanto ci si potesse aspettare da un sequel apparentemente nato solo per cavalcare la popolarità di Beth e Rip.
NON È SOLO NOSTALGIA
I nove episodi della prima stagione non sembrano troppi considerando le premesse, e questa è già una buona notizia. Dutton Ranch parte da un livello molto più vicino a Yellowstone che a Marshals. Per fortuna. Non è un proseguimento naturale, anche se cerca chiaramente di esserlo, ma prova almeno a reggersi sulle proprie gambe. E in un franchise che rischiava di trasformarsi in un catalogo di appendici sempre meno necessarie, non era affatto scontato.
Certo, il rischio resta. La serie potrebbe ancora diventare un esercizio di nostalgia, una variazione texana di dinamiche già viste, un modo per tenere vivo il marchio senza aggiungere davvero qualcosa al discorso iniziato da Sheridan nel 2018. Ma questi primi due episodi fanno abbastanza per tenere aperta la porta del beneficio del dubbio. La scrittura è più solida del previsto, il cambio di location funziona, le nuove rivalità hanno potenziale e il rapporto tra Beth e Rip continua a essere una calamita narrativa difficile da ignorare.
I prossimi sette episodi dovranno confermare queste ottime premesse oppure smentirle come un fuoco di paglia. Per ora, però, le sensazioni sono positive. Dutton Ranch guarda a testa alta il pubblico orfano della serie madre e gli offre un nuovo ranch dove inseguire ancora una volta il sogno americano. Un sogno sporco, violento, pieno di debiti morali e recinzioni da difendere. Esattamente il tipo di sogno che questo franchise ha sempre saputo vendere meglio.
THUMBS UP 👍
THUMBS DOWN 👎
DUE EPISODI NECESSARI






