The Handmaid’s Tale narra una storia grigia, raccapricciante, fatta di vicende umane e di sensazioni vivide. Se il racconto è ambientato in una pura finzione, le emozioni, al contrario, sono molto più che reali. La serie si prefigge di narrarci una storia fatta dagli uomini e pertanto con tutte le loro debolezze d’animo e tutte le sfumature della psiche, in una partita che mette a dura prova la stabilità mentale di ciascun protagonista.
Uno degli aspetti più belli di The Handmaid’s Tale è infatti il disegno di ogni personaggio, mai stereotipato, mai buono fino in fondo o cattivo. Lo stesso Waterford non sembra una persona malvagia, ma solo molto debole. Un uomo frustrato, probabilmente anche e soprattutto dalla sua sterilità, che riversa la sua infelicità in una malsana politica fatta di stupri e di schiavitù.
Nemmeno la protagonista sfugge a questo disegno umano: June nel racconto rappresenta la resistenza, la forza d’animo e la lotta contro i soprusi dei potenti, eppure, anche lei cede alla violenza come soluzione alle cose. Anche lei ha provato gusto nell’omicidio del Gran Comandante che è stato inatteso, ma ben voluto e accettato. Ma se il primo delitto è stato frutto dell’opposizione alla violenza, è quello della signora Lawrence che racconta la storia di June: la protagonista ha ceduto al lato oscuro dell’animo umano. Questo rende meno nobile il suo intento? Non è facile rispondere. Si potrebbe obiettare che il fine giustifica i mezzi ma, a conti fatti, una vita innocente è stata sacrificata. In larga scala, ciò equipara la vittima ai suoi carnefici: ogni violenza consumata a Gilead viene nascosta dietro un sacrificio, per creare qualcosa di più grande; ma la realtà è che la natura umana è corrotta da sempre e si tratta solo di sopire o meno un’indole tetra che rende l’uomo disposto a tutto. Il percorso di June, sotto questo punto di vista, è stato ben scritto; esso non è stato improvvisato o imploso tutto d’un tratto senza alcun motivo, si ricordi la triste fine di Ofmatthew, una rivolta degenerata e scaturita dalle accuse della stessa June.
Nessuno è dunque immune dalla disumanità che pervade a Gilead ed ogni sacrifico in realtà prepara il terreno solo ad un sacrifico successivo, perché la strada percorsa nel bramare qualcosa è tracciata da brutture e violenza, come dimostra lo status quo della dittatura di Gilead.
Se il percorso di June è stato narrativamente lineare, più tortuoso si è rivelato quello di Serena, ma non per questo meno affascinante. La signora Waterford rappresenta uno dei personaggi più belli della serie ed è un peccato averla abbandonata in questa terza stagione, dove il suo character è stato poco curato e lasciato in balia degli eventi, vivendo della rendita delle stagioni precedenti.
Serena non è per nulla un personaggio secondario, tutt’altro: ella rappresenta(va) la nemesi di June, in un governo di donne sottomesse Serena era la donna che sceglieva di sottomettersi, credendo fortemente nelle idee politiche del marito e nel benessere dello Stato. Tuttavia abbiamo imparato a conoscerla e a scoprire con lei la sofferenza celata dietro una condizione sociale apparentemente impeccabile. Il rapporto tra June e Serena ci ha permesso di riscoprire l’animo di quest’ultima, fatto di fragilità e dolore, dove la sopportazione dei tradimenti carnali del marito e della visione della violenza su un’altra donna erano un sacrificio necessario per ottenere ciò che ha sempre desiderato, un figlio.
La maternità, e solo questo, spiega il tradimento della moglie verso il marito: Serena ha sempre fatto tutto per la piccola Nicole che si è vista strappare via dalle braccia, proprio quando aveva assaporato un pizzico di felicità.
In fondo Serena e June non sono poi così diverse, anzi. Così come fece June nel finale della scorsa stagione, scegliendo di rimanere a Gilead per Hannah, così oggi fa Serena, che sceglie di consegnarsi allo Stato del Canada pur di ottenere anche solo un incontro con una bambina che non può chiamarla mamma.
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