
Il crossover tra Coven, Hotel e le altre stagioni di American Horror Story prosegue tra ritorni iconici e fan service, ma la trama resta troppo frammentata.
Continua, negli episodi 13×04, 13×05 e 13×06 di American Horror Story: 13, la costruzione dell’incontro di tutti i personaggi di AHS per combattere un nuovo nemico comune, senza soluzione di continuità e, a tratti, anche senza una trama ben definita. Una tendenza già emersa nella recensione dei primi tre episodi della stagione.
È TUTTO QUI?
Una delle prime considerazioni che vengono da fare riguardo a questa stagione viene riassunta perfettamente nel titolo del quarto episodio. Nello specifico, si fa fatica a dare un senso a quanto viene raccontato poiché la trama risulta essere troppo frammentata per capire dove si vuole andare a parare. In questo episodio viene gettato il seme del possibile legame tra Mr. Nas e il caregiver Ben, in un delirio di sogni, incubi e desideri degli altri abitanti della casa.
Constance, in particolare, emerge come principale artefice della “rinascita” di Mr. Nas e tutto l’episodio gioca su quanto si è disposti a scendere a compromessi per conseguire i propri desideri più profondi. Peccato che in mezzo avvengano sacrifici poco motivati ed esibizioni canore affascinanti ma sostanzialmente riempitive.
Un episodio utile solo a mandare avanti la trama verso la direzione prefissata, senza grandi momenti significativi.
COINCIDENZE
Dei tre episodi, questo è l’unico che ha una funzione e un senso più chiari, dove, tra l’altro, la componente horror si riduce alla parte splatter nei flashback.
Si approfondisce la storia di Ben, sia in relazione alla sua fobia per il numero 13, sia relativamente alla sua relazione con Kira. L’incontro con l’altra superstite dell’incidente aereo, Ashley, permette un confronto tra i due sulle loro paure e sulla necessità di essere amati da qualcuno, viste le continue sfighe capitate a entrambi.
Chiaramente in AHS le cose non sono mai verosimili, quindi queste sfighe risultano eccessive ed estreme, ma perfettamente in linea con lo spirito della serie, perciò non ci si fa caso più di tanto. Comunque rimangono troppe coincidenze legate al numero 13 e, in generale, alle modalità di incontro tra i personaggi e le varie tragedie.Interessante, però, vedere come emerga il carattere manipolatorio della defunta Kira, in un processo di consapevolezza che normalmente viene evitato o elaborato successivamente quando si subisce il lutto di una persona vicina ma “invadente”. Niente di profondo e analizzato, ma funzionale al processo di comprensione del perché ci si leghi a tali persone.
L’episodio si conclude con un nuovo cliffhanger che si immagina verrà ripreso non immediatamente, vista la modalità narrativa adottata finora, che salta da una linea di trama all’altra senza legarle troppo.

RITORNANO I SERIAL KILLER CHE NON SE N’ERANO MAI ANDATI
Nel terzo episodio qui recensito, le stagioni di Hotel e Coven si incontrano, con il gruppo di serial killer guidati da James Patrick March che irrompe nella casa delle streghe di New Orleans, dando inizio alla strage che Mr. Nas ha in mente.
Di nuovo, un episodio preparatorio con qualche colpo di scena, in un continuo gioco di premonizioni su un futuro tragico e altri topoi tipici della mitologia di AHS. Uno tra tutti, il ruolo della Supreme e chi ne è degno, soprattutto dimostrando capacità di guida della folta e problematica comunità di streghe. Cordelia, interpretata dalla poliedrica Sarah Paulson, sembra non essere in grado di essere all’altezza della madre e cerca di evocarla.
Forse qui emerge meglio l’idea di fondo di questa stagione: arrivare a una resa dei conti finale tra le varie anime del bene e del male presentate in tutte queste stagioni di AHS. Quell’idea di “Avengers” che Ryan Murphy ha dichiarato di avere in testa da tempo (e in parte realizzata in Apocalypse) si comincia a intravedere, anche se ancora manca quel qualcosa che coinvolga davvero lo spettatore nella storia.
Finora si continua soltanto ad annunciare qualcosa di terribile che accadrà a causa di Mr. Nas, senza però sostenerlo con quanto viene mostrato. Troppo sbilanciamento verso il fan service che, non si nega, fa sempre piacere, specialmente con i personaggi iconici della serie (delle prime stagioni in particolar modo).
La scelta di frammentare la narrazione in episodi corti sembra ancora non funzionare perfettamente per il coinvolgimento dello spettatore. C’è il sospetto che sia più una decisione di forma che di sostanza narrativa.
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È TUTTO QUI?







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