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Città Invisibile 1×01 – Wish You Were HereTEMPO DI LETTURA 4 min

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Città Invisibile 1x01 recensione pilotCittà Invisibile è la nuova serie brasiliana di Netflix. Già in un paio di occasioni, con 3% e Good Morning Veronica, il colosso dello streaming ha portato alla visione mondiale un prodotto per così dire “regionale” e ne ha permesso la fruizione anche in luoghi molto lontani.
Ha inoltre fatto scoprire agli spettatori un diverso lato della tv brasiliana: non solo telenovelas e simili ma anche prodotti di qualità.
Invisible City ha, però, un’altra caratteristica: è totalmente immersa nel luogo in cui si svolge l’azione. Rio de Janeiro fa da padrona. Ma non è solo la città: l’aspetto mitologico è strettamente etnico. Non si tratta di mitologia classica, greca o romana, ma di vera mitologia brasiliana. La tradizione folkloristica viene qui alla luce sotto forma di tradizioni popolari tramandate oralmente, un po’ come sostenuto da Milman Parry riguardo alla questione della “Teoria dell’oralità” ma senza poemi omerici.
La scelta dell’oggetto della trattazione è sicuramente un punto a favore per questo primo lavoro seriale di Carlos Saldahna, già regista de L’Era Glaciale 2 e 3 e del fortunato Ferdinand, film d’animazione. Si tratta, quindi, del suo primo progetto con attori in carne ed ossa. Il risultato? Se si dovesse giudicare il libro dalla copertina (in questo caso la sigla iniziale), non si fanno i salti di gioia: le suggestioni di American Gods e Dark sono molto evidenti e sembra un po’ raffazzonata ma, appunto, mai giudicare un libro dalla copertina! Città Invisibile è in grado, però, di tirare qualche asso fuori dalla manica e sicuramente l’elemento poco esplorato del folklore brasiliano è dalla sua parte.

UNA STORIA DI DIVINITÀ?


Le creature mitologiche cui si fa riferimento sono vive e vegete, esistono in carne ed ossa (e protesi) e qui il paragone con il romanzo scritto da Neil Gaiman si fa più evidente. Il fatto che si tratti di divinità sconosciute agli occidentali non le rende comunque diverse da quelle della creatura di Bryan Fuller.
L’universo immaginato dagli autori è, infatti, molto simile. Un uomo in seguito al lutto recentissimo della moglie si trova invischiato in una situazione al limite del possibile. Dopo un breve racconto dell’antefatto con l’incendio a Vila Torè e appunto la morte della moglie, con un salto temporale di un mese lo spettatore viene introdotto alla storia di Eric, un piacente Marco Pigossi, non sconosciuto al pubblico per la sua partecipazione a Tidelands, che ancora non si è dato pace e che tenta di far riaprire le indagini sul misterioso incendio.
Da subito il mistero viene introdotto a piccole dosi: incubi, premonizioni, sguardi e strani personaggi. Le divinità che saranno al centro dell’azione vengono introdotte subito con la presentazione del delfino rosa di fiume sulla spiaggia. Non risultano chiari gli obiettivi o perlomeno il fine generale della loro azione e quindi si può presumere che sarà spiegato nel corso dei restanti sei episodi.
Interessante, fra tutti, è il personaggio di Zach, un giovane dei bassifondi delle favelas di Rio de Janeiro che si muove tra le due linee di azione di Eric e delle divinità del delfino. Essendo l’unico a interagire con tutti gode di un particolare privilegio. Il racconto sociale delle favelas e delle condizioni igienico-sanitarie più che disumane si incrocia con quello di questo giovane scoppiettante e traballante ma pieno di energia.

L’ECOLOGIA COME PARTE INTEGRANTE DELL’IDENTITÀ ETNICA


Luna: “And were you scared of him?”
Ciço: “It wasn’t fear. It was respect. Because Curupira will attack those who destroy the forest and harm its animals.”
Luna: “And where is he now?
Ciço: “No one knows. The city grew larger, the forest grew smaller. Ever since then, he hasn’t been seen again. But I think that he’s still alive. He’s still out there.”

Dai primi minuti di visione si evince che il nuovo prodotto di Netflix vuole trasmettere importanti temi sociali come quelli strettamente legati dell’ecologia e dell’identità etnica. È risaputo, infatti, che per i nativi sudamericani il rapporto con la terra d’origine, la terra dei padri, è parte integrante della loro identità. Non deve sorprendere quindi la simpatia nutrita nei confronti di Gabriela, antropologa che teneva alla comunità di Vila Torè e a quelle tradizioni. Tradizioni che comunque gli anziani provvedono a tramandare oralmente ai bambini, in cerchio intono al fuoco.
Anche dalla prima programmatica battuta “We only shoot what we eat, Mr. Antunes”, messa sulla bocca di un giovane Ciço, fa ben intendere questo tipo di concezione. Forse si scorge anche una sofferenza da parte degli autori per il destino della Foresta Amazzonica che sta sparendo a causa di disastri ambientali e, con essa, anche quelle piccole o grandi divinità che la popolavano.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • L’oggetto della trattazione è originale e ci si aspetta molto
  • La presentazione di temi sociali molto importanti come l’identità etnica viene affrontata dignitosamente
  • Giusta dose di mistero
  • Forse fin troppi sono i richiami a una serie tv di genere simile come American Gods

 

Episodio interessante. Sicuramente è una buona scelta concedere una possibilità a un prodotto che, a una prima occhiata, può dare qualcosa allo spettatore.

La notte sognivaga passeggia nel cielo ed il gufo, che mai dice il vero, sussurra che sono in me draghi ch'infuocano approdi reali e assassini seriali, vaghi accenti d'odio feroce verso chiunque abbia una voce e un respiro di psicosfera che rende la mia indole quanto mai nera. Però sono simpatica, a volte.

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