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Narcos 1×09 – La CatedralTEMPO DI LETTURA 5 min

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El propósito de la guerra es la paz“, è questo lo scopo di Pablo Escobar, è questo lo scopo della sua guerra continua, “assordante” e penosa che striscia indisturbata lungo tutta la Colombia, lungo tutta l’America. Con queste parole Pablo racconta lo stato di apparente stasi (e lo dicono chiaramente, infatti è Pablo, nonostante la sua carcerazione, ad aver vinto, non la Policia, non lo Stato) in cui si trova, rinchiuso in quella fortezza chiamata “La Catedral” – la “prigione” dove Pablo trascorre la sua detenzione -, titolo di questa penultima puntata di Narcos.
È una grande bugia quella in cui il buon vecchio Pablo è rinchiuso: fuori sembra una prigione a tutti gli effetti, ma al suo interno ci sono comodità, donne, cibo, lussi. Quella torre d’avorio in cui il narcotrafficante si è “confinato” è anche una grande illusione, quella di poter controllare tutto – gli altri prigionieri sono sicari alle sue dipendenze, i secondini poliziotti compiacenti, i suoi fedeli “servitori” pezzi della famiglia -, di avere solo hermanos. Ma è proprio così? Perché in fondo è vero, come dice il voice over dell’agente Murphy, “a cage is still a cage“, infatti il paradiso in cui vive Pablo alla fine si mostra per ciò che è: un inferno.
Escobar all’inizio di “La Catedral” sembra sotto l’effetto di una sorta di finta tranquillità, come chi si trova in un momento cruciale, come chi, a torto o a ragione, sente di avere ancora molto tempo per riflettere, molti progetti da portare a termine. Deve ricostruire la pace nella guerra tra il Cartello di Medellín e quello di Cali, deve continuare a vendere la sua magica polvere bianca, grazie a Galeano e Moncada deve continuare a essere il Re indiscusso. Pablo non può e non sa accettare compromessi, è lui a dettare le regole, è lui a decidere.
Nell’incipit di “La Catedral” vediamo il nostro Robin Hood mentre ripensa a Gustavo, compagno d’armi, alleato sodale, l’unico a lui veramente fedele, riempire un autoreferenziale libro di memorie, foto, ritagli di giornale, ricordi di una vita passata fatta di successi, orgoglio, amore e famiglia – si dipinge così il ritratto non del narcotrafficante, ma dell’uomo con fragilità e malinconie. Si impressiona anche sul negativo l’immagine surreale e paradossale della situazione colombiana in cui il carcere non è carcere, il Governo ha le mani legate, completamente in balia di una illegalità legale, e Narcos fa questo anche rendendo quasi drammaticamente comico qualcosa che comico non è, orchestrando una parabola del piacere segnata da feste, grigliate, canti, visite e incontri di lavoro tra le mura del “castello”.
Assistiamo alle “riunioni” con Galeano e Moncada, “mani” di un cervello molto più vicino al Genio che all’uomo, riunioni dove Pablo si mostra Diva a cui stanno tentando di togliere il ruolo da protagonista. Come un Otello, geloso della sua Desdemona, Pablo, geloso del suo impero, si fa irretire dai racconti di uno Iago di cui ancora non comprendiamo il disegno, continuando la metafora, il danaro nascosto sotto terra è come il fazzoletto che Iago ruba a Desdemona, ma qui il Moro è Pablo Escobar, un crudele e terribile narcotrafficante, e si parla di potere e denaro.
Robin Hood vive ignaro nella sua fortezza, pacifico come un Re, all’oscuro del “Golpe” che da più fronti si sta ordendo contro di lui; l’errore più grande che un capo possa fare è credere di essere invincibile e intoccabile e Pablo sbaglia propri qui, è convinto che i suoi sottoposti lo venerino come un Dio.
In Narcos c’è anche la DEA, violenta, malvagia, desiderosa di vendetta e a questo punto è ancora più desiderosa di riprendersi ciò che è suo, cioè Pablo. All’inizio di “La Catedral” vediamo Murphy, trincerato anch’egli dietro una sorta di quiete, con la moglie Connie e la piccola Olivia, costruire la sua vita “normale”; ma basta poco per far uscire la sua fame di violenza (la sequenza del traffico ne è un esempio), per fargli tirare fuori la pistola come se la strada fosse un poligono di tiro. Murphy è ancora intrappolato nella sua ossessione per il Capo del narcotraffico e la sete di vendetta e di gloria forse, lo fa rientrare nel turbine, come un cocainomane in astinenza per la propria dose.
Murphy ha coperto, nascosto sotto il tappeto, la rabbia, il rancore verso il suo nemico pubblico e si risveglia solo quando, assieme a Peña, intuisce che può fare scacco al Re, quindi si inanellano una serie di sequenze in cui i due lavorano per scoprire come Pablo riesca a dirigere i suoi traffici anche standosene in prigione.
Il mondo fuori dalla fortezza e quello dentro non combaciano, non basta un tunnel per collegare i due universi, qualcosa si è rotto. Non ci sono più gli aironi dell’Himalaya di Pablo, ma piccioni che vengono uccisi dai due gringos, i due gatti sono con il fiato sul collo del Grande Topo, e il Topo non se ne è neppure accorto, perché troppo concentrato a risolvere i problemi interni. Per Escobar c’è la resa dei conti, quando si inizia a pensare che il Capo è cambiato, che è depresso, il gioco è fatto, il regno è in bilico, ci accorgiamo che il castello di carta si sta smuovendo dalle fondamenta, come se un sisma volesse farlo crollare.
“La Catedral” è un episodio importante, gli equilibri si sono definitivamente rotti, il nostro protagonista deve guardarsi da tutti, non c’è più nessun posto sicuro per Pablo Escobar, Murphy e Peña sono sempre più vicini all’affermare finalmente: “il Re è nudo”. Costruito con una sapienza senza pari, Narcos misura perfettamente parole e azioni, dosando detto e non detto, imboccandoci di dubbi e incertezze, fino ad arrivare al sanguinoso momento in cui capiamo che forse veramente Pablo è in crisi, l’aporia si è impossessata di lui. A celebrare questa crisi il volto di Escobar, grondante di sangue, livido per l’oltraggio subito, rimbomba la sua voglia di restare all’apice e esplode anche l’eccezionale contrasto tra il corpo, rassicurante, morbido di Wagner Moura – in perfetta mimesi con il vero Escobar – e la sua mente ferma e demoniaca quasi.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il camion che entra ed esce da la Catedral
  • Pablo che guarda il suo stesso “libro”
  • La faccia grondante di sangue di Pablo
  • Vediamo poco Pedro Pascal

 

Narcos, ad un passo dalla fine, costruisce un episodio quasi perfetto che ci racconta ancora un altro pezzo della vita del narcotrafficante. Possiamo dirlo senza paura: Pablo Escobar ci mancherà.

 

La Gran Mentira 1×08 ND milioni – ND rating
La Catedral 1×09 ND milioni – ND rating

 

Un tempo recensore di successo e ora passato a miglior vita per scelte discutibili, eccesso di binge-watching ed una certa insubordinazione.

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