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After Life 3×05 – Episode 5TEMPO DI LETTURA 6 min

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After Life 3x05 recensioneIl finale di After Life è ormai alle porte e in questo quinto episodio Gervais decide di proseguire il suo percorso di elaborazione del lutto analizzando alcune tematiche già trattate anche da altre serie presenti nella categoria “free psychotherapy by Netflix” – vedi anche Bojack Horseman e Strappare Lungo I Bordi.
In particolare, tre temi sembrano essere quelli portanti nella struttura di questa puntata: la convinzione (sbagliata) di portare sulle proprie spalle il peso del mondo intero, la costante (ed inutile) ricerca dell’approvazione degli altri e la più generale ricerca di una ragione alla base della propria esistenza.
Temi tanto comuni quanto delicati, trattati qui in maniera impeccabile ed impreziositi dal tocco personale di Gervais, grazie al quale la puntata, come sempre, scorre piacevolmente nonostante l’ingente carico emotivo che si porta appresso. La stagione risulta ancora un po’ appannata rispetto ai precedenti due atti, ma una scrittura solida e la faccia di bronzo di Gervais riescono comunque a tenere alto l’interesse dello spettatore, che procede nella visione col sorriso pur sapendo che da lì a poco riceverà un potente pugno nello stomaco con amara lezione di vita annessa.

IL PESO DEL MONDO SULLE PROPRIE SPALLE


No. Life’s not fair. And then you die.

Uno degli aspetti più interessanti dell’opera di Gervais è sicuramente il suo noioso realismo. Nel corso di tre stagioni, la serie non ha mai cercato di regalare al suo pubblico una manciata di discorsi solenni e sussiegosi sulla vita, bensì ha preferito optare per una manciata di personaggi incredibilmente mediocri alle prese con vite altrettanto ordinarie e noiose. Scelta che sicuramente ha pagato in termini di immedesimazione con i protagonisti e che ha contribuito a rendere After Life uno dei prodotti televisivi/seduta di psicoterapia più interessanti del catalogo Netflix.
Emblematico quindi il caso di Matt, individuo insicuro, stressato, represso e frustrato, abituato a tenere tutto dentro – in contrapposizione al tourettiano Tony – e per questo convinto di avere sulle sue spalle il peso del mondo intero. La sua quest per salvare suo cognato da se stesso lo ha condotto infine proprio in un letto d’ospedale, rivelando al pubblico, e a Matt stesso, la dura verità: il costante desiderio di assecondare gli altri e di mettere la felicità altrui davanti alla propria ha portato Matt ad ignorare i propri bisogni, le proprie necessità, trasformandolo in una bomba emotiva pronta ad esplodere in faccia al primo sfortunato.
La sequela di offese che Tony rivolge al cognato e che chiudono la sequenza in ospedale, oltre che regalare al pubblico un simpatico siparietto, servono ad evidenziare ulteriormente la differenza di approccio che i due personaggi hanno nei confronti della vita, uno opposto all’altro, lasciando intendere, nel breve “momento serietà” di Tony che precede gli insulti, che se esiste davvero un approccio corretto per affrontare il lento incedere dell’esistenza sicuramente si trova a metà strada, da qualche parte tra “cinico nichilista” e “insicuro cronico”.

Ah, and you’re such a feeble little fucking pussy at sport.

L’INUTILE RICERCA DELL’APPROVAZIONE DEGLI ALTRI


You don’t need the adoration of strangers. You’ve got people who like you for who you really are.”

Il tentativo di James di sfondare e diventare una star sembra arrivato ad un punto morto. Il mondo dello showbiz non mostra pietà, e purtroppo il solo fatto di avere un sogno non sempre significa riuscire a realizzarlo. Il mondo tristemente reale di Gervais regala così al suo spettatore l’ennesimo risultato scontato, l’ennesima fiaba che deve fare i conti irrimediabilmente con la cruda realtà dei fatti. Ribaltando il cliché televisivo del ragazzo che emerge nonostante le avversità, la serie ci regala il punto di vista del cosiddetto “perdente“, quello che di solito si tende ad ignorare in favore della commovente storia di chi ha realizzato i propri sogni senza perdere mai le speranze.
La sconfitta però, come accade anche nella realtà, porta con sé dei preziosi insegnamenti. Insegnamenti che qui vengono impartiti da un inaspettatamente saggio – e pervertito solo nel finale – Brian che, nonostante la sua grottesca figura a metà tra senza tetto e maniaco sessuale, riesce a strappare un sorriso al ragazzo spostando l’attenzione sulle persone che gli vogliono bene per ciò che è veramente, aiutandolo così a capire quanto sia inutile cercare l’approvazione di persone che, in fin dei conti, non hanno assolutamente nulla a che vedere con la sua esistenza.

Showbiz-shmobiz, isn’t it? All bloody pedos anyway.

TROVARE LA PROPRIA RAGIONE DI VITA


I want you to be happy. Like I was.”

Anche la storyline che coinvolge Emma e Tony rifugge il più canonico degli happy ending in favore di una chiusura più reale e meno televisiva. La ricerca della felicità del protagonista, quantomeno per il momento, non passa attraverso la creazione di un nuovo legame sentimentale e Tony lo capisce “lasciando andare” Emma in quello che forse è l’esito più giusto (anche se amaro) per la loro storia personale.
Una questione di tempismo, forse, o magari, più semplicemente, non era destino. Esattamente come accade nella vita reale, talvolta bisogna soltanto allentare la presa, rassegnandosi al fatto che la vita, il più delle volte, non va nella direzione che avremmo voluto, e il modo migliore per non uscirne a pezzi è quello di affrontarla nel modo più razionale possibile. Nel caso di Tony ed Emma si tratta quindi di riconoscere i limiti del loro rapporto, costruito anche sulla fragilità emotiva del primo e per questo molto debole quando spogliato dell’elemento “vedovo”. Ciò che emerge dalle ceneri di questa relazione, però, è un sentimento ancora più autentico: una genuina contentezza per la felicità dell’altra persona, un traguardo che perfino molte coppie, anche ben rodate, non possono vantare di aver conquistato.
E se vale la regola che per poter amare veramente un’altra persona occorre prima imparare ad amare se stessi, allora in qualche modo sembra che Tony abbia già vinto una delle sue battaglie più ardue.

I’ll never find anyone to replace Lisa. And I’ve realized I don’t want to. But I do wanna find a reason to live.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il noioso realismo di Gervais
  • La partita di scacchi col padre in affitto
  • Il manager di James prova a fargli fare la parte del ritardato
  • Tony e la ricerca di una ragione di vita
  • James e Brian stranamente meno pervertito del solito
  • Tony e gli insulti a Matt
  • La storyline di Kath risulta un po’ debole rispetto al resto

 

La strada ora è ufficialmente spianata per il finale di stagione (e di serie). Probabilmente non ci saranno grandi rivelazioni o colpi di scena sconvolgenti, solo la triste e noiosa realtà. Ma va bene così, perché spesso la bellezza più grande si trova proprio nelle cose ordinarie. A prescindere da tutto, comunque, meglio preparare i fazzoletti.

 

 

 

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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