
Era lecito aspettarsi un risultato vicino al disastro perchè, dopotutto, il revival di Dexter era partito già zoppo con l’esperimento (mezzo) fallito di Dexter: New Blood. Esperimento che comunque aveva almeno portato ad una conclusione migliore rispetto al finale della serie madre tra uragani e vita da boscaiolo. E con lo stesso showrunner alla penna, Clyde Phillips, le aspettative erano già basse, e si sono abbassate ulteriormente dopo quell’obrobrio di Dexter: Original Sin che non avrebbe mai dovuto vedere la luce del giorno.
Eppure, miracolosamente, anche la terza puntata di Dexter: Resurrection continua a mantenere una coerenza narrativa, dissipando con eleganza tutte le preoccupazioni e le basse aspettative iniziali. Non che questo episodio sia un capolavoro, intendiamoci, ma rispetto agli ultimi disastrosi sviluppi del franchise, sembra un miracolo di scrittura seriale frutto di una mente e di una penna che non coincidono con quella di Clyde Phillips, ed invece è proprio lui.
BACK ON THE TABLE
Il perchè la puntata funzioni è direttamente collegata a chi è il cuore pulsante dell’episodio, cioè Dexter, finalmente ritornato nel formato originale che tutti avevano amato: serial killer dei serial killer. Bello rivederlo nel suo habitat naturale, anche se stavolta la caccia si complica un po’ troppo presto (d’altronde si era già detto che non è un capolavoro).
Dexter che rischia di essere ucciso mentre tende la trappola al nuovo Oscuro Passeggero lascia un retrogusto amarognolo, soprattutto per via di alcune movenze goffe in macchina che risultano piuttosto forzate. Sarebbe stato decisamente più interessante assistere a un’interazione prolungata tra Dexter e la sua nuova preda: quel confronto psicologico mancato si sente come una piccola occasione persa che invece avrebbe giovato moltissimo all’episodio.
Nulla di drammatico, certo, ma qualcosa che lascia l’impressione che si potesse osare di più.
NOSTALGIA
Passando invece alle note nostalgiche e agli easter egg che, inevitabilmente, fanno breccia nei cuori degli appassionati storici della serie, il ritorno (anche se fugace) di Joey Quinn e Vince Masuka è un piacevolissimo richiamo al passato. Peccato che, almeno per ora, sia destinato a rimanere soltanto una parentesi: i due sono ancora confinati a Miami, e non sembrano destinati a un ricongiungimento immediato con Dexter a meno di svarioni di trama che non sono comunque da escludere visto chi c’è dietro la scrivania
La sottotrama dedicata ad Angel Batista ha ovviamente del potenziale visto che annuncia la sua intenzione di andare in pensione proprio con il proposito di trasferirsi a New York per rintracciare Dexter. Una promessa narrativa che si prospetta intrigante, anche se – conoscendo i ritmi della serie – potrebbe facilmente diventare l’ennesimo cliffhanger prolungato fino all’ultimo episodio.
SULLE ORME DI PAPÀ
E poi c’è Harrison, personaggio che rimane sempre più al centro delle vicende criminali ma ancora separato rispetto alla trama del padre. La sua situazione si fa sempre più critica: è chiaramente incriminato per l’omicidio commesso nell’hotel e Clyde Phillips dimostra di saper gestire sapientemente il poco tempo a disposizione. Non si è davanti a una serie procedurale, quindi i nodi devono venire al pettine molto rapidamente e quindi è naturale veder restringersi il cerchio attorno agli aiuti di cui Harrison dispone, mettendo persino Elsa in una posizione di pericolo piuttosto imminente.
È chiaro ormai che il faccia a faccia tra Harrison e Dexter avverrà entro metà stagione: la narrazione punta chiaramente in quella direzione, e il ritmo sostenuto di questi primi episodi conferma che non ci sarà tempo per inutili tergiversazioni.
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Tutto sommato, questo terzo episodio di Dexter: Resurrection riesce ancora a convincere, regalando intrattenimento solido e una tensione narrativa che mancava da tempo nel franchise. Non è certamente un episodio perfetto (con qualche difetto evidente e momenti fin troppo accelerati) ma se confrontato con la mediocrità dolorosa di Dexter: New Blood, questo è oro colato.


