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Caleidoscopio – VerdeTEMPO DI LETTURA 4 min

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INFORMAZIONE DI SERVIZIO
Ogni recensione di Caleidoscopio è stata scritta come se fosse il primo episodio visto della serie, pertanto non tiene conto di informazioni viste e sentite in altre puntate proprio per rispettare il modo in cui la serie di Netflix è stata concepita per la sua fruizione.

È veramente difficile parlare di Caleidoscopio, il nuovo show che inaugura questo 2023 targato Netflix.
A prima vista, infatti, ci si trova di fronte all’ennesimo heist-movie diviso in puntate, genere che sembra trovare sempre più conferma di successo, come dimostra La Casa De Papel e relativi prodotti derivati. Le storie a tema “rapina” d’altra parte sono quelle che richiedono più costruzione a livello visivo e narrativo, in un mix continuo di strategia machiavellica e tensione emotiva (magari condite da esplosioni, mitra e rivendicazioni sociali più o meno populiste).
Caleidoscopio attira ancora di più l’attenzione per via della sua struttura narrativa originale per cui ogni singolo episodio è pensato come “a parte” rispetto agli altri, mostrando le varie fasi della rapina nei suoi vari dispiegamenti temporali. A questo punto la domanda da porsi è se tale “esperimento” sia riuscito o meno. Per rispondere, bisogna considerare tutti i vari aspetti di tale operazione mastodontica (a livello di concept narrativo).

50 SFUMATURE DI VERDE


A livello estetico non si può proprio dire nulla alla serie creata da Eric Garcia. Ogni episodio è curato fin dai minimi particolari, a partire dai diversi colori che dominano tutta la scena. In questo caso il colore predominante è il verde, che il regista Josè Padhila usa per qualsiasi particolare (le uniformi del carcere, i muri, i microchip…) e che caratterizza tutta la fotografia dell’episodio grazie all’uso di vari filtri.
Una scelta forse non casuale anche a livello di concept narrativo, dal momento che la tematica predominante dell’episodio è la speranza (sentimento spesso associato a tale colore).
In questo specifico caso, la speranza è quella di Leo Pap (un immenso Giancarlo Esposito), un uomo che cerca redenzione e riscatto dopo ben 17 anni di prigione a causa del tradimento del suo ex-socio Roger Salas (Rufus Sewell). La puntata risulta meramente descrittiva e funge quasi da introduzione per tutta la serie, mostrando la genesi della “vendetta” che porterà prevedibilmente Leo a voler rapinare Roger per vendicarsi dei torti subiti.

OBIETTIVO DELLO SHOW GIÀ ESAURITO?


Non c’è molto altro da dire riguardo la trama orizzontale di tale episodio, dal momento che esso funge già da mini-film raccontando l’evoluzione di un uomo che ha cercato tutta la vita di rigare dritto ma è stato “scottato” dalla realtà, e ora cerca di riprendersi ciò che è suo come può.
Per questo motivo viene abbastanza naturale considerare questo episodio come il “vero inizio” della rapina, il che è paradossale essendo questa la seconda puntata (seppur uscita nel suo ordine casuale). Se gli obiettivi dello show sono quelli dichiarati, comunque, c’è da aspettarsi che le altre puntate si focalizzeranno su tutti gli altri co-protagonisti della rapina, magari sviscerandone motivazioni e background.
Da una parte tale obiettivo riesce (la maggior parte dei dialoghi sono esplicativi e funzionano per far capire tutto il contesto allo spettatore), dall’altra si fa fatica, dopo un episodio del genere, a non voler procedere nella visione in senso temporale, o non voler recuperare l’episodio precedente.
Il che smentisce un po’ il presunto della “casualità” di visione, dato che è abbastanza palese che la puntata in questione è solamente il “prologo” di qualcosa che avverrà dopo e, di fatto, non spiega nulla di come andrà a finire questa storia.

CONCLUSIONI


“Verde” rimane comunque un perfetto episodio “a sé stante” in cui c’è un climax emotivo preciso e dove, alla fine, il ritmo generale fa sì che lo spettatore non si annoi e proceda nella visione. Si vede chiaramente che c’è un disegno ben preciso dietro e una regia e una sceneggiatura che derivano da due veterani del mestiere (d’altro canto si sta parlando degli stessi che hanno prodotto Narcos e Narcos: Mexico), e anche grazie a queste caratteristiche l’episodio raggiunge un Thank più che meritato.
Rimangono dubbi sulla presunta “originalità” della trama raccontata e di come questa non possa che evolversi in maniera diversa da una narrazione temporale dei fatti. Solamente la visione dell’intero show (lineare o casuale che sia) potrà effettivamente dire se questo “esperimento” di Netflix sia riuscito o meno. Intanto si può tranquillamente affermare che, per una volta, un secondo episodio è riuscito a creare molto più hype rispetto al pilot di stagione. Appunto perché “Verde” è, di fatto, la vera “introduzione” allo show e, se le premesse sono queste, si può tranquillamente sperare per il meglio.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Leo Pap (Giancarlo Esposito)
  • Regia e fotografia rigorosamente “verdi”…
  • … e quindi anche costumi e scenografia
  • Scena della mensa in prigione e fuga di Leo
  • Finale
  • Episodio puramente introduttivo che, in parte, smentisce gli obiettivi iniziali dello show

 

Viene qui introdotto il personaggio di Leo Pap (un immenso Giancarlo Esposito), carcerato e malato di Parkinson che decide di riappropriarsi della propria vita in modo ovviamente poco convenzionale. Ottima introduzione per un episodio singolo che comunque cattura l’attenzione e fa venire voglia di procedere nella visione di tutti gli altri “colori”.

Laureato presso l'Università di Bologna in "Cinema, televisione e produzioni multimediali". Nella vita scrive e recensisce riguardo ogni cosa che gli capita guidato dalle sue numerose personalità multiple tra cui un innocuo amico immaginario chiamato Tyler Durden!

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